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ANGELA MERKEL, LA CRISI E L’ITALIA

Articolo di Pierluigi Mennitti

 

Una cosa è certa: «Dovesse sprofondare anche l'Italia nella spirale mortale del declassamento del rating e dell'innalzamento degli interessi, le conseguenze per l'eurozona sarebbero fatali». Così lo Spiegel ha riassunto il problema che il nostro Paese rappresenterebbe per l'intera comunità stretta attorno alla moneta unica. L'Italia è troppo grande per poter essere salvata con un ombrello di aiuti finanziari del genere di quelli adottati per Grecia e Portogallo.

Ma allo stesso tempo il giornale tedesco ha segnalato le profonde differenze rispetto alla situazione degli altri Stati finiti sotto l'assalto dei mercati, che lasciano intravedere per la Penisola una possibile, differente soluzione: «Proprio perché si tratta di un pesce troppo grosso, gli speculatori potrebbero spezzarsi i denti contro l'Italia».

La Germania è preoccupata e già da qualche giorno alcuni quotidiani, forse osservando sottotraccia i movimenti dei mercati, avevano anticipato i rischi di un'azione speculativa contro il Belpaese: «A maggio Standard & Poor's aveva rivisto al ribasso le previsioni per l'Italia», ha proseguito lo Spiegel, «con la giustificazione che gli obiettivi di risparmio indicati dal governo non erano sufficientemente rigidi». «A giugno», ha inoltre ricordato la testata, «si è aggiunta Moody's, con l'annuncio di rivedere il rating dell'Italia. Motivi dello scetticismo degli analisti: la debolezza della crescita economica, la bassa produttività e la rigidità del mercato del lavoro». Sono fattori in merito ai quali l'Italia non si discosta dal quadro offerto dagli altri Paesi mediterranei scivolati nella crisi. Ma tre elementi, che lo stesso settimanale definisce «decisivi», la differenziano sostanzialmente e lasciano pensare che «l'allarme dei mercati sia in qualche modo esagerato».

Primo: l'Italia, a differenza di Grecia e Portogallo, ha un'economia ampia e diversificata, è una delle sette grandi nazioni industrializzate, è sede di aziende globali. «Ospita certo molti alberi di ulivo», ha ironizzato il magazine, «ma è la patria di case automobilistiche internazionali, dell'industria del design e dei migliori laboratori di moda, che ne fanno uno dei principali Paesi esportatori».

Secondo: l'Italia è una sorta di Giappone dell'Europa, con una quota di risparmio di molto superiore alla media europea e gran parte del debito dello stato posseduto dai suoi stessi cittadini: «Una fuga di capitali stranieri sul modello di quanto accaduto in Irlanda è altamente improbabile».
Terzo: il nostro Paese ha un mercato del credito liquido, il terzo più grande del mondo dopo gli Stati Uniti e il Giappone, che gli permette di finanziare costantemente il suo debito, dal momento che gli investitori sanno che possono sempre rivendere le loro obbligazioni. «Considerati tutti questi aspetti», ha concluso lo Spiegel, «neppure i più scettici credono che l'Italia avrà a breve problemi di solvibilità».

Quel che preoccupa «è semmai la debolezza di fondo, quella miscela di bassa crescita, scarsa produttività e invecchiamento della popolazione che non favorisce prospettive di ripresa. E la difficoltà del quadro politico».
In tal senso si inserisce l'inedito appello lanciato l'11 luglio da Angela Merkel a Silvio Berlusconi e riproposto dalla Süddeutsche Zeitung, «nel quale la cancelliera si è detta fiduciosa nella rapida approvazione da parte di Roma di una appropriata manovra finanziaria».

«La situazione politica rappresenta il fattore di rischio più grande», ha aggiunto la Welt riprendendo le parole di Alexander Kockerbeck, senior analist di Moody's, «e sebbene l'insicurezza politica sia in Italia tradizionalmente più alta che in altri Paesi europei, in tempi di instabilità dei mercati diventa un elemento pericoloso». Tuttavia, anche secondo il quotidiano conservatore il nostro Paese vanta molti punti di vantaggio su altre nazioni in difficoltà, a partire da una lunga esperienza nella gestione di un elevato debito pubblico: «I funzionari italiani vengono considerati dei professionisti nel piazzare le obbligazioni in grado di finanziare la montagna dei debiti del 120% del Pil; e la loro durata media è di sette anni, un tempo più esteso rispetto ad altri Paesi europei». «Il problema dell'Italia non è quello del debito», è la convinzione di Die Welt, «ma quello della crescita. Da anni il peso della sua economia è in calo nel confronto con gli altri Paesi industriali e quel che può tranquillizzare i mercati è un programma di riforme economiche vasto e credibile».

Tra le preoccupazioni della Germania, vi sono anche quelle legate all'esposizione delle banche tedesche verso l'Italia. Come ha scritto l'Handelsblatt, «secondo i dati più recenti forniti dalla Bundesbank, a fine marzo 2011 gli istituti finanziari tedeschi hanno prestato all'Italia 116 miliardi di euro, di cui 36 direttamente allo Stato». «La maggior parte dei prestiti», ha calcolato la testata, «è indirizzata verso imprese italiane, per una cifra di 43,3 miliardi; seguiti dai 37 miliardi diretti alle banche e, appunto, dai 36 versati allo stato. L'Italia è il quinto paese europeo per impegno degli istituti di credito tedeschi, dopo Francia, Lussemburgo, Spagna e Olanda».

E alla luce di queste cifre l'Handelsblatt giudica «improponibile un confronto con la Grecia, la cui esposizione a fine marzo era pari a 17 miliardi di euro». Per quanto riguarda gli istituti, al primo posto si ritrova Commerzbank con 9,4 miliardi, seguita da Deutsche Bank con 8 miliardi: nessuno di questi due istituti ha tuttavia prestato soldi allo Stato italiano. Su questo versante, gli istituti più esposti sono l'Hypo Real Estate e la West Lb, due cosiddette bad bank. «Sempre secondo la Bundesbank», ha concluso l'Handelsblatt, «negli ultimi mesi l'impegno degli istituti di credito tedeschi verso l'Italia è stato ridotto: ancora l'anno scorso la cifra complessiva ammontava a 134 miliardi e nel 2009 aveva raggiunto la cifra di 150 miliardi di euro».

(Lettera 43)