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SEMESTRE EUROPEO, POLONIA ALLA GUIDA

Articolo di Pierluigi Mennitti

In un'Europa alle prese con una delle fasi più complesse della sua storia politica, giunge uno dei semestri di presidenza più attesi degli ultimi anni. La guida dell'Unione va alla Polonia: il timone che dovrà impedire alla nave continentale di sfracellarsi sugli scogli greci, sulle barriere doganali danesi o di perdersi nelle nebbie di un'incerta politica estera è in mano a Donald Tusk, il leader gentile che ha riportato la Polonia nel cuore del continente, dopo gli eccessi nazional-populistici dei gemelli Kaczynski.

È il secondo semestre di presidenza consecutivo affidato a un Paese proveniente dall'ex blocco orientale e succede a quello ungherese, segnato da accenni nazionalistici e ambigue leggi interne contro la libertà di stampa, durante il quale tuttavia si è concluso l'itinerario della Croazia verso la membership nell'Unione, previsto fra due anni. Alla Polonia tocca innanzitutto il compito di ricostruire la fiducia dei cittadini verso i valori e le istituzioni dell'Europa.

«La cosa più importante oggi è ristabilire la fiducia nel senso dell'Europa», ha detto Donald Tusk nell'intervista esclusiva concessa al quotidiano tedesco più istituzionale, la Frankfurter Allgemeine Zeitung, «e talvolta ho l'impressione che proprio gli europei coltivino il dubbio che l'Europa sia il luogo migliore in cui vivere. E tuttavia l'Europa è proprio il luogo migliore del mondo, se lo osserviamo attraverso la prospettiva dei suoi diritti fondamentali e dei suoi valori, tutti focalizzati alla tutela dell'uomo. E noi europei siamo i primi a dimenticare quanto il nostro continente rappresenti un modello e un esempio per il resto del globo, un oggetto del desiderio». Non deve sorprendere che proprio un Paese rientrato nel cuore dell'Europa dopo decenni di forzata appartenenza al blocco sovietico e un più ampio passato di sofferenze possa restituire nuova linfa vitale a un'idea europea un po' appassita. In appena vent'anni la Polonia ha realizzato una transizione di successo che l'ha trasformata nell'economia più stabile e dinamica dell'ex area socialista ed oggi rappresenta un punto di riferimento imprescindibile dei nuovi equilibri europei scivolati verso est.

L'approccio nei confronti della crisi greca e di quelle possibili negli altri Paesi a rischio ha un chiaro marchio bruxellese: «Dobbiamo evitare tutti i turbamenti che possano condurre alcuni Paesi alla bancarotta finanziaria e mettere in discussione l'esistenza stessa dell'Europa», ha ripreso Tusk, «appoggiare in ogni modo la coraggiosa opera di riforma del presidente Papandreou e utilizzare i giusti toni nel dibattito pubblico. «Io condivido quella concezione nordica», ha aggiunto il premier polacco, «secondo cui è necessario che i Paesi adeguino le proprie condizioni di vita alle regole fondamentali che ci siamo dati, ma è necessario non far mancare mai la solidarietà, assicurare che la richiesta di un ritorno alla responsabilità sarà accompagnato dagli aiuti necessari».

L'esperienza di un Paese che ha a lungo sofferto la separazione da un'Europa di cui è parte integrante, ritorna ogni qualvolta l'intervista tocca i punti di crisi nel rapporto fra i diversi membri. È il caso, ad esempio, della decisione danese di rimettere i confini doganali a nord verso la Svezia e a sud verso la Germania.  «Forse come polacco posso capire meglio di altri il valore dell'idea di Schengen, cioè di un'Unione senza confini interni», ha replicato Tusk alla Frankfurter, «perché prima di riconquistare la nostra libertà non era mica tanto facile oltrepassare quei confini. Per milioni di europei, l'Europa è soprattutto il sinonimo della libertà di movimento da una parte all'altra, senza passaporti e senza controlli».

Ma l'Europa, spesso identificata solo come un enorme carrozzone burocratico privo di legittimità democratica, rischia di appassire per mancanza di fiducia: «Nella situazione attuale abbiamo bisogno del massimo di comprensione e fiducia», ha concluso il premier polacco, «il veleno più insidioso è proprio questa crisi di fiducia che produce visioni ristrette e ci impedisce di pensare con categorie europee ai problemi che abbiamo di fronte. «È necessario ritrovare una voce unitaria invece che parlare per slogan cercando di imporre i nostri interessi nazionali particolari», ha spiegato Tusk, «e credo che oggi siamo testimoni di uno scontro fra due prospettive: una di respiro tattico, che ci conduce a decisioni sbagliate perché legate a problemi interni dei nostri Paesi e magari al risultato di un'elezione particolare, e una strategica. Questa prospettiva strategica richiede coraggio, e soprattutto la forte consapevolezza che esista un interesse comune europeo».

Da Varsavia, dunque, arriva una lezione di europeismo che dovrà tradursi, nel breve tempo dei sei mesi di presidenza, in atti concreti. Accanto alle emergenze oggi sul tappeto, il semestre polacco dovrebbe caratterizzarsi anche per una più chiara e decisa azione nei confronti dei Paesi sospesi sul bordo orientale dell'Unione.

(Lettera 43)