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SOTTO PROCESSO, YULIA AL CIRCO DI KIEV

Davanti al tribunale del distretto di Pechersk, in pieno centro, va in scena uno spettacolo quasi surreale. Da una parte si fronteggiano qualche centinaia di sostenitori di Yulia Tymoshenko, dall’altra quelli del presidente Victor Yanukovich. Bandiere, slogan, musica ad alto volume, una via di mezzo tra un concerto e un comizio. Il tutto su un marciapiede largo cinque metri e lungo meno di cento all’inizio della Kreschatik, la via più famosa di Kiev che porta alla Maidan, la piazza dell’Indipendenza, luogo simbolo della rivoluzione arancione del 2004. Intorno turisti incuriositi, passanti indifferenti, negozianti un po’ incazzati visto che per due giorni il caos ha tenuto lontano buona parte della clientela ed è pure periodo di saldi. E naturalmente centinaia di poliziotti, in bella vista o dislocati nei sottopassaggi e nelle vie laterali per intervenire in caso di necessità.

È stato un weekend turbolento nella capitale, dove venerdì scorso è iniziato il processo all’ex primo ministro Tymoshenko, accusata di abuso di potere per una storia legata ai contratti sul gas con la Russia firmati nel 2009. Rischia fino a dieci anni di carcere. Per l’eroina della rivoluzione arancione si tratta di una farsa, di un circo, di un complotto organizzato da Yanukovich per sbarazzarsi definitivamente di lei in vista delle elezioni parlamentari del prossimo anno e di quelle presidenziali del 2015. Ecco il motivo delle manifestazioni davanti al tribunale dove sono cominciate le udienze preliminari.

In versione ridotta, e di molto, sembra essere tornati indietro di quasi sette anni, quando la protesta arancione travolse il regime di Leonid Kuchma, mandò temporaneamente al tappeto il suo delfino Yanukovich accusato di brogli e consegnò il Paese alla Tymoshenko e al nuovo capo di stato Victor Yushchenko. Oggi le cose sono diverse: fallita miseramente la rivoluzione, che in cinque anni di gazzarra istituzionale ha bloccato l’Ucraina, disilludendola e consegnandola poi ai blu di Yanukovich, basta guardare i manifestanti sulla Kreschatik per capire che il Paese non crede più ai suoi leader, che riescono a portare in piazza oltre ai pochi militanti dei partiti vecchie nonnine e disoccupati solo dietro l’elargizione di un obolo giornaliero.

È questa l’immagine, triste, della democrazia ucraina a vent’anni dall’indipendenza da Mosca. Da una parte il potere, da un anno incarnato da Yanukovich (ex galeotto, presunto avvelenatore di Yuhschenko nel 2004 nel misterioso caso alla diossina che sfigurò l’avversario ed eletto nel 2010 dopo il ballottaggio vinto proprio contro la Tymoshenko). Dall’altra l’opposizione, con la lady di ferro, passata dal governo all’anticamera della galera. Per tutti i rating sono disastrosi: poco più di undici cittadini su cento sostengono pienamente il capo dello stato, meno di dieci la Tymoshenko. L’ex presidente Yushchenko è precipitato all’uno per cento. Sfiducia è dir poco.

Gli ucraini sono stanchi, stufi, vorrebbero un vero cambiamento, un Paese che si muove davvero in avanti, non un passo a est verso Mosca e uno a ovest verso Bruxelles, bloccato da un potere oligarchico che da vent’anni ingrassa solo se stesso. Invece sono costretti a sorbirsi l’ennesima sceneggiata tra finti alfieri dello stato di diritto. Se Yanukovich non è infatti mai stato il simbolo della purezza dei valori democratici, anche Yulia Tymoshenko si è giocata la credibilità proprio perché le sue belle parole sono sempre rimaste tali. Aria fritta.

Prima di arrivare alla politica faceva affari nel settore energetico, non per nulla era salita alla ribalta con il nomignolo di “principessa del gas”, poi era entrata nel governo di Yuhschenko con l’incarico di vice ministro dell’energia, curando i propri interessi e calpestando quelli dei rivali. Erano ancora gli anni Novanta ed era già ben integrata nell’establishment politico-economico. Le strade sue e del suo mentore si sono divise successivamente da quelle del blocco di Kuchma, fino al bluff arancione del 2004. In Ucraina l’ha chiamata “la rivoluzione dei milionari contro i miliardari”. Per cinque anni i milionari hanno governato, ora è di nuovo il turno dei miliardari.

Il processo a carico della Tymoshenko è sicuramente una scelta politica, tanto che ha fatto scalpore anche a Bruxelles, soprattutto tra gli amici tedeschi della leader dell’opposizione, che in questi anni si è preoccupata di tessere utili relazioni fuori dai patri confini. Yanukovich ha detto che saranno i giudici a decidere. Non certo una garanzia, in un Paese dove gli intrecci tra i poteri, politici, economico e giudiziari sono la regola mai disattesa negli ultimi quattro lustri.

(Lettera 43)