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SUDETI E SPETTRI DEL PASSATO

«L'animo umano è fin troppo pronto a scusare le proprie colpe» scriveva Tito Livio, di professione storico. Ma quando le colpe non vengono vissute come proprie? Riflessione non particolarmente elaborata ma quantomai attuale se correlata alla recente presa di posizione del capo di stato ceco Václav Klaus in visita a Berlino.

Gabriele Merlini per East Side Report

 

I fatti: cade in questi giorni l'anniversario della strage di Lidice, piccolo paesino della Boemia nel quale persero la vita centonovantadue uomini, mentre le donne e i bambini furono deportati rispettivamente nei campi di concentramento di Ravensbrück in Germania e Chełmno presso Lodz. Era il dieci giugno del quarantadue e Lidice faceva parte del Reichsprotektorat Böhmen und Mähren, vale a dire il protettorato tedesco istituito a metà del trentanove allorché il Reich invase la parte occidentale della Cecoslovacchia ad eccezione dei Sudeti, già annessi.

Lidice fu distrutta dagli occupanti tedeschi in seguito all'attentato delle forze partigiane ceche nel quale perse la vita Reynard Heydrich, Gruppenführer attivo in zona e detto der Henker -il Boia- per motivi facilmente immaginabili. L'ordine di radere al suolo Lidice poi ucciderne gli adulti arrivò da Hitler in persona. Celebrazione assai sentita in Repubblica Ceca e, anche a causa di questa sfortunata coincidenza di date, Klaus avrebbe rispedito al mittente la richiesta di scuse avanzata, in occasione della sua trasferta tedesca, dalla associazione Sudetendeutsche Landsmannschafte, gruppo di persone seriamente motivate a sanare i torti che ebbero a subire, stavolta, i tedeschi dei Sudeti alla fine della Seconda Guerra mondiale. A loro toccò infatti, a seguito dei Decreti Beneš, l'esplosione dalla Cecoslovacchia e la privazione, decisa dal governo di Praga, delle proprietà e cittadinanza cecoslovacca.

Esigere le scuse dei cechi per i torti subiti dai tedeschi proprio oggi, in suolo tedesco e nell'anniversario della strage di Lidice, risulterebbe per Klaus un segno di (testuale) «výrazem mimořádné lidské necitlivosti», qualcosa traducibile con estrema insensibilità umana. Un gesto non proprio adeguato vista la ricorrenza e poiché le colpe di quanto accaduto non sono propriedell'attuale classe politica ceca, o in esteso del popolo ceco, ma appartengono oramai ad un'altra epoca: diversi contesti, diversi rapporti, diversissimi interpreti.

Tuttavia c'è poco da fare e capita spesso che, quando un esponente ceco mette piede in Germania, la faccenda dei Sudeti torni a galla, sia o meno l'anniversario di un eccidio. Episodio precedente, l'incontro tra Petr Nečas (premier a Praga) e Angela Merkel (cancelliere a Berlino) risalente lo scorso agosto: molti i temi che furono toccati quel pomeriggio sebbene la maggior parte della stampa appostata fuori dal Bundestag chiedesse, su tutti, aggiornamenti riguardo i Sudeti.

Abilmente i capi di governo seppero sviare dichiarando che «i rapporti tra Repubblica Ceca e Germania devonoguardare al futuro»* mentre «l'incontro più che altro ha trattato problematiche economiche e rapporti bilaterali»**, e non vecchi contenziosi del dopoguerra.

Scrisse lo storico tedesco Manfred Alexander nel suo La percezione tedesca della Primavera di Praga sull'idea che si ha dei cechi nella Germania di oggi: «benché siano i nostri vicini da circa mille anni, essi quasi non vengono ricordati nei libri di scuola e conoscenze precise sulla loro cultura e storia sono limitate, per la maggior parte dei tedeschi, a ricordi di un viaggio a Praga. […] La carta meteorologica alla televisione mostra in corrispondenza della Repubblica Ceca solo un buco.»

E forse per quanto riguarda l'attualità, almeno ad un livello di base le cose davvero stanno così. Viceversa la sfera politica risulta essere ben più articolata e, assieme alla cooperazione ed ai prosperi rapporti che certo esistono, tocca segnalare ancora, sulla rotta che da Berlino conduce alla capitale vltavina, la presenza di scricchiolii datati ma percepibili con sufficiente chiarezza.

* Nečas.
** Merkel.