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L’ACQUA PERDUTA DEI BALCANI

I Balcani vantano ampie riserve di “oro blu”. Ma il potenziale è poco sfruttato, a causa di carenze tecnologiche e d’investimenti, inquinamento e corruzione. Un'inchiesta di Osservatorio Balcani e Caucaso ci conduce attraverso le ricchezze non sfruttate di Albania, Montenegro, Serbia, Bosnia, Kosovo e Macedonia.

Matteo Tacconi / Radio Europa Unita

I Balcani sono l’arsenale idrico d’Europa. Una regione che abbonda di acqua. Attraversata da fiumi dall’ampia portata come Danubio, Sava, Drina e Drava. Scavata da corsi d’acqua carsici. Costellata da decine e decine di laghi, alcuni dei quali – Ohrid, Mavrovo e Scutari – di ampia superficie. Le ampie riserve di “oro blu”, potenzialmente capaci di dare all’ex Jugoslavia e all’Albania energia e acqua potabile, vengono tuttavia sfruttate pessimamente. Abusate, addirittura. L’assenza di infrastrutture energetiche al passo con i tempi, l’inquinamento e l’ancora scarsa sensibilità ambientale, insieme alla corruzione galoppante che connota l’azione dei gestori pubblici, sono le cause principali del mancato sviluppo di un’economia e di una cultura a trazione idrica.

Escluse Slovenia e Croazia, nazioni abbastanza attrezzate, anche grazie alla convergenza dei loro ordinamenti con le normative dell’Ue, di cui Ljubljana è membro dal 2004 e con cui Zagabria è prossima a siglare il trattato d’accesso (probabilmente nel 2013), tutto il drappello dei paesi balcanici è martellato da seri problemi, evidenziati da un recente articolo di Osservatorio Balcani e Caucaso firmato da Lara Delsere.

L’Albania – inizia da qui la carrellata – ha acqua a volontà (i bacini idrici coprono il 4 per cento del territorio nazionale) e potrebbe agevolmente soddisfare il proprio fabbisogno elettrico, oltre che assicurare acqua potabile ai cittadini e irrigazione sicura all’agricoltura. Ma la situazione è quella che è. La tecnologia è ferma a più di vent’anni fa e i governi succedutisi alla guida del paese dopo il crollo del comunismo non hanno investito sul miglioramento dell’efficienza delle centrali idroelettriche. La conseguenza è che la produzione energetica è diventata totalmente vincolata alle condizioni climatiche e quando (spesso) arriva un’ondata di siccità, segue puntuale il black out. Un’altra tegola è costituita dall’inquinamento, causato in buona misura dagli scarichi industriali, spesso riservati senza filtraggi e accorgimenti nei fiumi. Ne deriva che l’acqua potabile, la cui fruizione già sconta lo stato indecente dei condotti, tende a scarseggiare sempre di più.

L’inquinamento penalizza anche la Bosnia, terra che, alla stregua dell’Albania, può contare su significative risorse idriche. Da un lato la scarsa purezza delle acque è un’eredità della stagione socialista, dall’altro è dettata dalla penuria di controlli, che a loro volta dipendono dalla mancata costituzione di un’agenzia nazionale deputata a gestire e monitorare le acque. Ma si sa: in Bosnia , complice un’architettura istituzionale bizantina fatta di pesi, contrappesi e quote etniche tra le tre comunità nazionali (musulmani, serbi e croati), peraltro sistematicamente dedite a boicottarsi, creare un ente pubblico è un processo che richiede tempi lunghi e negoziati sfibranti.

Anche in Montenegro, Macedonia, Serbia e Kosovo suona la stessa musica. Podgorica registra ritardi sul fronte della tutela dell’acqua. Ma se la passa meglio di Skopje, Belgrado e Pristina. La prima deve fare i conti con l’ipersfruttamento dell’acqua e con la contesa con la Grecia sulla gestione del bacino del fiume transfrontaliero Vardar (Axios per gli ellenici), che fa il paio con quella, ormai ventennale, sul nome da affibbiare alla più meridionale delle ex repubbliche jugoslave (Atene pretende un aggettivo qualificativo che distingua la Macedonia slava dalla sua Macedonia). La Serbia, dal canto suo, deve guardarsi dai veleni del Danubio. Quanto al Kosovo, lì funziona poco o nulla. Figurarsi il sistema idrico.

A complicare le cose, in tutto l’arco balcanico, c’è poi la cattiva amministrazione. Faccenda, questa, evidenziata con puntualità dal giornalista Aleksandar Pisarev, cronista investigativo macedone che, con il sostengo dell’organizzazione danese Scoop, ha di recente realizzato un’approfondita inchiesta sull’acqua nei Balcani, pubblicata da diverse testate regionali. Pisarev racconta di come, nell’ex Jugoslavia, i partiti politici abbiano occupato le aziende idriche, usandole come cornucopie e strumenti di consenso, senza curarsi di farle funzionare a dovere.

Ma non basta. Nell’inchiesta si elencano svariati casi di corruzione e di corto-circuiti tra mafie e amministratori pubblici. Avanti di questo passo, sostiene il giornalista macedone, i laghi e i fiumi balcanici si svuoteranno lentamente, si produrrà meno energia, l’acqua potabile diverrà sempre più preziosa e le classi dirigenti dei Balcani, se non si danno una svegliata e se non prendono coscienza dell’importanza dell’acqua, saranno costrette a (s)vendere l’arsenale blu al migliore offerente.

(Pubblicato su Europa, via Radio Europa Unita)