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IL SULTANO CORRE VERSO IL TRIS

Le sontuose gigantografie del “sultano repubblicano”, nelle strade di Istanbul, dicono già tutto delle elezioni che la Turchia celebrerà domenica 12 giugno.

Nicola Mirenzi / Il mondo di Annibale

La faccia visionaria e sicura del primo ministro Recep Tayyip Erdogan si affaccia dappertutto, con cartelloni pubblicitari e manifesti mastodontici, ad annunciare il futuro brillante che attende la Turchia marchiata dal suo islam politico democratico. I gazebo del partito per lo sviluppo e il progresso (Akp) spuntano come funghi nelle piazze, sotto le moschee, nei punti di passaggio. Con furgoncini tappezzati dell’immagine del leader, i sostenitori di Erdogan si tuffano nell’assurdo traffico cittadino e diffondono il verbo di un paese con l’autostima sempre più alta, che decolla in economia, che guarda al futuro con la certezza di chi sa che nell’avvenire ci sarà per lui un posto sempre più importante.

I volantini che i ragazzotti del partito distribuiscono porta a porta, infilandoli sotto gli spifferi dell’uscio, hanno stampate le immagini di otto anni di buon governo: opere pubbliche realizzate, più istruzione per i poveri, traguardi in economia raggiunti. Dopo il secondo mandato, Erdogan si candida così a presiedere l’esecutivo per la terza volta consecutiva, con le credenziali di chi è ormai ben accomodato alla cabina di regia, e senza nessuna intenzione di lasciarla.

I sondaggi danno il suo partito intorno al cinquanta per cento dei voti. Una percentuale altissima, che sembra non andare d’accordo con lo zelo che lui e i suoi sodali stanno mettendo nell’ottenere una rielezione tutto sommato scontata. Eppure il motivo di tanto strafare c’è, eccome.

Il fatto è che Erdogan, queste elezioni, non le vuole soltanto vincere: vuole stravincerle. La parabola politica del suo partito, nato dalla necessità di coniugare le istituzioni laiche della repubblica con la cultura tradizionale musulmana (seguendo l’esempio della cristiano-democrazia tedesca), è la chiusura plastica di un cerchio che s’intreccia intimamente con la storia dell’intero paese.

Il successo di Erdogan comincia nel deterioramento dell’utopia del fondatore della patria, Kemal Ataturk, che voleva trasformare un popolo erede di un grande impero musulmano in una nazione a immagine e somiglianza dell’Occidente, uno stato che non riconosceva nel suo spazio nessuna cittadinanza alla religione, un apparato sordo agli insopprimibili richiami delle radici. Il racconto dell’avventura di Erdogan, la rapidità con cui ha calamitato la scena pubblica, non è altro che la storia di come il rimosso sia tornato a galla nella psiche collettiva turca.

L’identità islamica a lungo repressa, con lui e i suoi uomini, ha potuto finalmente trovare lo spazio per esprimersi alla luce del sole. Senza più vergogna. Stanca della violenza con cui i militari l’hanno sempre tenuta a bada, con ben quattro colpi di stato, uccidendo e incarcerando, per tutelare l’ideologia di cui sono custodi. Con i due governi che ha alle spalle, Erdogan ha già di fatto mutato i connotati della repubblica. Sotto la sua guida, il potere dell’esercito è stato di gran lunga ridimensionato, la cultura islamica ha smesso di essere un tabù, le maglie della democrazia si sono assai allargate (e non perché Erdogan sia un sincero liberale, ma perché l’unico modo per rimpicciolire il controllo dell’esercito era fare leva sul grande desiderio di libertà che abita la società turca).

Così, la terza rielezione di Erdogan alla guida del governo sarebbe il sigillo di un percorso più lungo, iniziato prima di lui e che lui vuole compiere, quasi fosse una missione personale. Il suo obiettivo è quello di cambiare la costituzione, quella scritta dai militari dopo il putsch del 1980, per darle una fisionomia più conforme a ciò che la Turchia è diventata oggi. Solo che per farlo Erdogan ha bisogno di una maggioranza larghissima in parlamento. Per questo vincere non gli basta. Deve stravincere.

Il punto è che la spinta riformatrice e liberale che ha caratterizzato i primi anni di governo Erdogan sembra ormai essere andata perduta. La sicurezza di sé che promana dal partito al governo rischia di rovesciarsi in un desiderio di onnipotenza che danneggerebbe anche le conquiste fin qui ottenute.

Il disegno erdoganiano di trasformare la repubblica parlamentare in un sistema presidenziale concentrerebbe nelle mani dell’esecutivo un potere strabordante e pericoloso. Soprattutto in assenza di una forza d’opposizione davvero capace di contendergli la scena.

Anche se il principale antagonista di Erdogan, il partito repubblicano del popolo (Chp), guidato dal nuovo leader Kemal Kilicdaroglu, è diventato decisamente più seducente agli occhi dell’elettorato turco, abituato a trovarsi di fronte un partito fermo agli anni Trenta. Il merito, più che dell’apparato, rimasto rigido e polveroso, è del singolare tratto personale del leader che, figlio di madre armena, curdo, di religione alevita, racchiude in sé le tre principali ferite della storia turca: il massacro degli armeni, il disconoscimento dell’identità curda, la discriminazione delle minoranza religiose islamiche.

Da ottimo politico qual è, Kilicdaroglu ha intuito che per strappare voti a Erdogan c’è bisogno di intercettare i bisogni delle classi sociali più povere, che sono il vero serbatoio di voti del premier. Per questo ha tentato di spostare l’asse politico a sinistra, nel tentativo di trasformare un partito nazionalista, repubblicano, sostanzialmente di destra, in una forza socialdemocratica. Un’operazione che gli è riuscita solo in parte, perché il nocciolo duro del partito continua a rimanere inchiodato nella nostalgia, nei fasti di un passato ormai tramontato, senza nessuna voglia di darsi una scrollata.

I sondaggi più positivi danno il Chp al trenta per cento dei voti (mentre alle ultime elezioni si assestò al 20,88 per cento), ancora troppo poco per impensierire davvero la supremazia di Erdogan e i suoi. E infatti la brutta notizia per la democrazia turca non è – come in questi anni è stato sostenuto – il disegno islamista del partito di governo. È la mancanza di una vera alternativa al “sultano repubblicano”.

(Il mondo di Annibale)