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RUSSIA, TRA POLITKOVSKAYA E KHODORKOVSKY

Era a casa dei suoi genitori, in Cecenia. Rustam Makhmudov, il presunto killer di Anna Politkovskaya, non ha opposto resistenza quando un commando speciale è venuto a catturarlo ad Achkoy Martan, a metà strada tra la capitale Grozny e il confine con l’Inguscezia. Le autorità di Mosca sono convinte che sia stato proprio lui ad assassinare la giornalista russa della Novaya Gazeta il 7 ottobre del 2006 con due pallottole sparate da una Makarov.

Per il figlio Ilya, uno dei primi a reagire alla notizia dell’arresto, può trattarsi davvero di una svolta per ricostruire non tanto le modalità, quanto i motivi dell’omicidio di sua mamma, la scrittrice e attivista per i diritti umani più famosa al di fuori dei confini russi. “Sono contento del suo arresto perché era una figura chiave nelle indagini e ora il suo fermo può dare nuovo impulso alla prosecuzione dell'inchiesta” ha detto Ilya, secondo cui un nuovo procedimento giudiziario potrà finalmente portare almeno l’autore materiale dietro le sbarre.

Nel 2008 il primo processo che aveva coinvolto i due fratelli di Rustam, Dzhabrail e Ibragim Makhmudov, e due ufficiali dell’Fsb e del ministero dell’Interno, Sergei Khadzhikurbanov e Pavel Ryaguzov, si era concluso con un’assoluzione per tutti gli imputati. Nel 2009 la Corte Suprema aveva però riaperto il caso dopo aver riscontrato un vizio di forma e da allora è in corso il nuovo processo.

La vicenda si era intrecciata con un altro episodio di sangue quando sempre due anni fa Stanislav Markelov, avvocato e direttore dell’Istituto russo per lo stato di diritto che prestava assistenza anche la Politkovskaya, insieme con Anastasia Baburova, una giovane giornalista che lavorava per la Novaya Gazeta, erano stati ammazzati per strada a Mosca da due estremisti nazionalisti.

Gli assassinii di Politkovskaya e Markelov, personaggi entrambi impegnati nella difesa dei diritti civili e umani in Russia, erano diventati il simbolo della nobile e tragica resistenza di fronte alla brutalità della guerra in Cecenia e ai suoi effetti collaterali. Se i due killer di Markelov sono stati condannati all’inizio di maggio da un tribunale della capitale (Nikita Tikonov all’ergastolo, Evgenia Chassis a 18 anni), ora l’arresto di Rustam Makhmudov può riportare un po’ di giustizia anche nel caso della Politkovskaya.

È però improbabile che si vada a scavare sino in fondo dietro un omicidio che è diventato un caso internazionale e che è servito sempre come esempio di come la Russia del tandem Dmitri Medvedev – Vladimir Putin sia un posto dove i giornalisti scomodi rischino di fare una brutta fine. Secondo Reporters whitout Borders Mosca è nel 2010 al 140esimo posto tra 178 nazioni per quel riguarda la libertà di stampa. Un dramma che viene da lontano, visto che durante gli anni di Boris Eltsin al Cremlino siano stati ammazzati quasi il triplo dei giornalisti rispetto a quelli sotto Putin (34 e 13, dati dell’americano Cpj, Commitee to protect journalist).

Se è vero quindi che i media liberi sono stati soffocati già ai tempi di Corvo Bianco è altrettanto vero talvolta la questione è di prospettiva: come in un altro caso emblematico, quello dell’oligarca Mikhail Khodorkovsky, incarcerato in patria carcere per frode ed evasione fiscale e successivamente condannato per appropriazione indebita e riciclaggio, che si ritiene invece una sorta di prigioniero politico, sostenuto tra l’altro da Amnesty International (per cui è un “prigioniero di coscienza”) e da alcuni circoli occidentali. La giustizia selettiva russa non piace insomma a tutti.

Sulla questione si è espressa ieri anche la corte di Strasburgo, alla quale l’ex padrone della compagnia petrolifera Yukos era ricorso, condannando sì le autorità di Mosca a pagare 10 mila euro per danni morali, ma non ha riconoscendo la natura politica del processo al quale Khodorkovsky è stato sottoposto. I giudici nella sentenza emessa all’unanimità hanno rilevato violazioni sulle condizioni di permanenza in prigione e irregolarità procedurali in relazione alla detenzione, ma hanno segnalato la mancanza di “prove incontestabili, necessarie” a supporto della richiesta di sanzionare un procedimento politicamente motivato.

Come dire che il povero Khodorkovsky si deve arrangiare. Ultimamente l’oligarca in disgrazia si era rivolto a Medvedev per la revisione del processo parlando di una “condanna vergognosa”. E il presidente aveva detto che se l’ex miliardario venisse rilasciato non ci sarebbe alcun pericolo. Ma secondo Putin, il vero guidatore del tandem, il posto giusto per Khodorkovsky è quello riservato ai ladri, e cioè la galera. Ancora per un bel po’. Questioni di prospettiva, appunto.

(Il Riformista)