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ATOMO, MA L’EST NON SI FERMA

Superato da una buona mezz’ora il confine bavarese o austriaco, a seconda che si entri in Boemia da ovest o da sud, fra le rotondità dei colli spuntano i coni di cemento armato, come fossero minareti innalzati a gloria dell’epopea industriale. Annunciano l’approssimarsi della centrale nucleare di Temelin, un tempo orgoglio dell’ingegneria cecoslovacca. Oggi che la Cecoslovacchia non c’è più, è il governo della Repubblica ceca a deciderne le sorti future, sfidando le proteste dei tedeschi e le preoccupazioni degli austriaci. Fukushima è distante novemila chilometri: lontana dagli occhi e dal cuore. E infatti il premier di Praga, Petr Necas, non si fa intenerire: «È una centrale sicura, d’altronde il nostro paese non rischia di essere colpito da uno tsunami». Difficile, in effetti, che un’onda marina arrivi fin qui, nel cuore d’Europa e in uno dei pochi stati che non è neppure bagnato da un mare. Ma la battuta appare di cattivo gusto. Umore boemo.

Il panorama d’Europa al di là di quella che fu la cortina di ferro è ricco di atomo. Diciannove centrali disseminate dalla Bulgaria alla Lituania, dalla Slovacchia alla Russia europea. Solo nei paesi membri dell’Unione, sono in funzione venti reattori: uno in Slovenia, a Krsko, a una manciata di chilometri da Trieste, sei in Repubblica ceca, divisi fra Temelin e Dukovany, cinque in Slovacchia tra Bohunice e Mochovce, quattro lungo il corso generoso del Danubio, fra la rumena Cernovoda e la bulgara Kosloduj, quattro in Ungheria a Paks. Ancora più a est, si ritrova la tradizione nucleare dell’ex superpotenza sovietica: ventisei reattori forniscono energia a una terra ricca di gas come la Russia, quindici all’Ucraina.

Bombe a orologeria, denunciano gli ecologisti, vecchi reattori di costruzione sovietica i cui sistemi di sicurezza non rispettano gli standard moderni. Una preoccupazione condivisa dall’Iaea, l’agenzia mondiale dell’energia con sede a Vienna, che dal 1988 al 2005 ha inviato sui siti i propri tecnici e, in diciotto casi gravi, ha ordinato ispezioni più approfondite. E dall’Unione Europea: nei dossier che hanno dettato tempi e modi dell’allargamento a est, i commissari hanno voluto includere obbligi di revisione e messa in ordine della maggioranza di questi reattori. Il caso più eclatante è stato quello di Ignalina, in Lituania, una centrale basata su due reattori a grafite, la stessa struttura di quello esploso a Chernobyl il 26 aprile del 1986, il giorno più nero della storia del nucleare civile. L’impianto forniva il 78 per cento del fabbisogno energetico della piccola repubblica baltica, una dipendenza dall’atomo paragonabile solo a quella della Francia, ma Bruxelles non ha voluto sentir ragioni e, già nel 2004, aveva ordinato lo spegnimento di un reattore. Dopo un lungo braccio di ferro, dalla mezzanotte del primo gennaio 2010 anche il secondo non è più in funzione.

Gli altri siti sono tutti in piena attività, compresi gli impianti di Paks in Ungheria, dove nel 2003 una fuoriuscita di gas radioattivo durante la pulizia delle barre combustibili fece scattare l’allarme di terzo livello, e due dei quattro reattori di Kosloduj in Bulgaria, teatro nel 2006 di un blocco alla pompa di raffreddamento. Se queste centrali non sono minacciate da uno tsunami, lo stesso non si può dire per un terremoto. Alcune sono state costruite in aree a rischio sismico (è il caso di Krsko) ed è proprio contro questa eventualità, resa drammatica dall’incidente di Fukushima, che ora la Commissione europea vuol testare l’adeguatezza delle misure di sicurezza. Il commissario all’energia Günther Oettinger si è lasciato sfuggire la profezia che molti impianti est-europei non passeranno l’esame.

Ma i paesi dell’est non solo non intendono rinunciare alle vecchie centrali ma sono alla vigilia di un intenso piano di rinascita nucleare. All’aumento del fabbisogno energetico di economie in rapida crescita si aggiunge una preoccupazione che è a un tempo storica e geopolitica: il nucleare è sinonimo di indipendenza, farne a meno significherebbe dover diversificare il paniere energetico. E siccome il ricorso alle rinnovabili non sarà sufficiente, la paura è di dover ricorrere al gas e quindi finire tra le fauci del nemico di sempre: la Russia. Un terrore ancestrale che ha fatto fiorire negli ultimi anni un po’ dovunque progetti per nuove centrali. La società statale Cez, che gestisce i programmi energetici della Repubblica ceca, conta di avviare già nel 2013 la costruzione di due nuovi reattori a Temelin, fra le proteste degli ecologisti locali e di quelli bavaresi e austriaci. La Polonia, che finora come l’Italia era rimasta estranea all’opzione nucleare, progetta il suo ingresso nel 2016 attraverso la costruzione di due centrali: la prima dovrebbe entrare in funzione nel 2020 a Zarnowiec, a nord-ovest di Danzica, con il consenso dei politici locali e della popolazione che vede nell’impianto un’occasione di crescita occupazionale, la seconda nel 2030 e in ballo ci sono le località di Kopan e Warta-Klempicz. Le tre Repubbliche baltiche pensano a una rinascita di Ignalina sotto moderne spoglie: un piano comune per reattori di nuova generazione in grado di fornire tremila megawatt per i bisogni di Lituania, Estonia e Lettonia. La Bulgaria non ha ancora abbandonato il progetto di due nuovi reattori a Belene, località sul Danubio contestata però dagli ecologisti dell’associazione BeleNe (il movimento verde è il più robusto movimento di opposizione politica in Bulgaria) perché la zona è a rischio sismico. Ma il governo ha già fatto sapere di esser disposto a dirottare i due reattori già commissionati a una società russa nel sito esistente di Kosloduj. Una soluzione adottata anche in Slovacchia, dove la centrale di Bohunice attende due nuovi reattori, in Slovenia dove si ipotizza il raddoppio di Krsko, in Romania con il potenziamento degli impianti di Cernavoda e in Ungheria, dove il governo ha ripreso un vecchio progetto degli anni Novanta per l’insediamento di due reattori a Paks. Negli ultimi due casi, però, la crisi economica ha finora rallentato i piani per mancanza di copertura finanziaria.

Problemi che non sembrano avere né Vladimir Putin né Alexander Lukaschenko. I due hanno scelto il momento e il luogo meno indicati per siglare l’accordo sulla prima centrale nucleare in terra bielorussa, ad Astraviec, ovviamente costruita da Mosca: nel giorno dell’annuncio, i giapponesi pompavano disperatamente acqua nei reattori di Fukushima. Quanto al luogo, c’è solo da ricordare che una parte del territorio meridionale della Bielorussia è ancora off-limits 25 anni dopo il disastro nella vicina Chernobyl. Un anniversario che non condiziona neppure gli ucraini, che dipendono dal nucleare per il 50 per cento: «Solo i paesi ricchi possono permettersi di farne a meno», ha tagliato corto il premier Mykola Azarov. Il primo passo: due nuovi reattori nella centrale di Khmelnitski, anche qui con l’aiuto dei russi. Che dal canto loro progettano per il 2030 l’installazione di 26 nuovi reattori. Fukushima permettendo.

(Pubblicato su Vita)