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LA SERBIA DOPO L’ARRESTO DI RATKO MLADIC

Preso Ratko Mladic, ci si chiede se la cattura dell’ex capo militare dei serbo-bosniaci, arrivata a tre anni di distanza da quella di Radovan Karadzic, che dei serbo-bosniaci fu il presidente, possa permettere alla Serbia di compiere il grande balzo in avanti sulla strada dell’Europa. L'opinione degli esperti: Luka Zanoni, Gianni De Michelis, Famiano Crucianelli, Demetrio Volcic, Christophe Solioz.

Matteo Tacconi / Radio Europa Unita

Preso Ratko Mladic. Le autorità serbe lo hanno arrestato nella Vojvodina, provincia autonoma situata nel versante settentrionale del paese. Il criminale di guerra, sotto l’identità di Milorad Komodic, è stato fermato grazie a una soffiata. Così almeno riporta la stampa di Belgrado. Ma il racconto e le dinamiche della cattura saranno rese note soltanto al termine dell’indagine aperta sulla vicenda, ha riferito il capo dello stato Boris Tadic durante la conferenza stampa con cui ha annunciato ufficialmente che il “macellaio di Srebrenica” è stato ammanettato.

Il macellaio di Srebrenica, già. L’uccisione di 8372 uomini dell’enclave musulmana bosniaca, avvenuta nel luglio del 1995, è il delitto più grave, un delitto immenso, di cui il generale Ratko Mladic, allora capo dell’esercito serbo-bosniaco, dovrà rispondere al Tribunale internazionale dell’Aja per i crimini nell’ex Jugoslavia, che già in quello stesso anno spiccò nei suoi confronti un mandato di cattura.

Forse più avanti si verrà a sapere con precisione dove e come Mladic ha trascorso i suoi anni di latitanza. Belgrado, Mosca, Salonicco, Atene, la repubblica serba di Bosnia sono solo alcuni dei luoghi dove, s’è detto, sarebbe transitato. Se ne saprà di più anche su coperture e protezioni di cui ha goduto. Ma anche qui aggiungiamo: forse. Perché non è detto che tutto questo venga fuori. Al momento l’unica certezza – ma che certezza – è che Mladic non è più latitante e che verrà processato in Olanda. È questo, dopotutto, ciò che conta.

Preso Ratko Mladic. Adesso ci si chiede se la cattura dell’ex capo militare dei serbo-bosniaci, arrivata a tre anni di distanza da quella di Radovan Karadzic, che dei serbo-bosniaci fu il presidente, possa permettere alla Serbia di compiere il grande balzo in avanti sulla strada dell’Europa. «L’arresto di Mladic – afferma il balcanista Luka Zanoni, direttore del portale Osservatorio Balcani e Caucaso – è senza dubbio la notizia più importante di questi sedici anni, il periodo intercorso da Srebrenica a oggi. Boris Tadic, ieri, ha spiegato che la Serbia deve ancora lavorare molto e che la collaborazione con l’Aja non è ancora terminata. Del resto sulla lista dei ricercati figura ancora Goran Hadzic (l’ex numero uno dei serbi di Croazia, ndr). Tuttavia Belgrado, con l’arresto di Mladic, si può presentare con il morale alto davanti agli europei». Europei che, sostiene Gianni De Michelis, ministro degli esteri italiano al tempo del crollo della Jugoslavia, avvenuto proprio vent’anni fa, «si dovranno finalmente ricredere sul fatto che l’ingresso della Serbia in Europa non solo è giusto, ma è anche necessario».

Dello stesso avviso Famiano Crucianelli, sottosegretario agli esteri con delega ai Balcani nell’ultimo esecutivo Prodi, che spiega: «Mladic era un’ipoteca sullo sviluppo democratico della Serbia e sul suo processo di integrazione in Europa. Processo che, da domani, subirà inevitabilmente un’accelerazione e porterà la Serbia a guadagnarsi il rango di paese candidato all’adesione». È possibile, tra l’altro, che arrivi già entro quest’anno, se è vero che a metà giugno – così pare – la commissione europea dovrebbe raccomandare al consiglio, a maggior ragione dopo la grande notizia di ieri, di conferire a Belgrado tale status.

Di spostamento in avanti dei tempi dell’adesione serba parla anche Demetrio Volcic, ex inviato e direttore del Tg1. «Se consideriamo che il dialogo serbo-europeo era già intenso, con una serie di investimenti economici e politici, ora non possiamo che assistere a uno scatto, fermo restando che i tempi per l’adesione sono ancora lunghi».

Lunghi sono stati, a proposito di tempi, anche quelli della cattura sia di Karadzic che di Mladic. Potevano arrivare entrambe prima? Sicuramente. Si poteva rendere giustizia alle vittime senza aspettare così a lungo? Certo che sì. C’è da dire, però, che i tempi lunghi sono stati in una certa misura inevitabili. «È chiaro che chi reclama giustizia vorrebbe che le cose andassero sempre più speditamente. Tuttavia dobbiamo considerare che la scelta della comunità internazionale è stata quella di responsabilizzare la Serbia, di fare catturare Karadzic e Mladic dalle autorità di Belgrado. Questa opzione s’è intrecciata con gli equilibri interni della Serbia. Non poteva andare diversamente», ragiona Christophe Solioz, segretario generale del Centre for Integration Strategies di Ginevra, rispettato think tank sui Balcani. Su tale aspetto interviene anche Volcic: «Evidentemente le forze politiche serbe che vogliono avvicinarsi all’Europa sono riuscite a persuadere chi proteggeva Mladic, con molta probabilità esponenti nazionalisti dei servizi e dell’esercito, a consegnarlo e a dare quindi la priorità alla questione europea».

La partita tra forze democratiche e nazionalisti, quindi, sembra deporre a favore dei primi. Già da tempo, a dirla tutta, secondo l’opinione della maggioranza degli osservatori. «La Serbia è cambiata, definitivamente. Non è un caso, dopotutto, che il Partito radicale (la forza più oltranzista e nazionalista dello scacchiere politico, ndr) conti ormai abbastanza poco e che la sua costola secessionista, guidata da Tomislav Nikolic e in forte ascesa, appoggi l’ingresso in Europa», ricorda De Michelis. Risulta così difficile che la cattura di Mladic abbia ripercussioni interne e che rinfocoli i sentimenti sciovinisti. Boris Tadic non ha compiuto un azzardo. «Penso – dice Crucianelli – che il vero scoglio, per i serbi, sia stato il Kosovo. Possono accettare tranquillamente la cattura di Mladic, visto che hanno digerito la perdita dell’ex provincia». Ex provincia che, secondo gli esperti, non costituirà un ostacolo sulla strada verso Bruxelles. Non al momento. L’Europa, infatti, non ha intenzione di vincolare il processo di integrazione serbo al riconoscimento del Kosovo.

Preso Ratko Mladic. La morale di questa storia? La Serbia ha dimostrato di avere sviluppato una certa maturità, s’è resa credibile e c’è da ritenere che qualche pregiudizio sul suo conto, finalmente, verrà meno. La marcia verso l’Europa non sarà in discesa, ma procederà – questo sì – più rapidamente. Il merito, però, non è da attribuire in via esclusiva a Belgrado. Anche l’Europa ha fatto la sua parte. «La scelta di tenere sempre aperto il dialogo e l’investimento sulla responsabilizzazione della classe dirigente hanno premiato. Questo – a parlare è Solioz – indica che il soft powerdell’Ue, spesso deriso, può dare grandi risultati. L’Europa, tenendo aperta la prospettiva d’integrazione, ha portato la Serbia a perseguire la cattura di Karadzic e Mladic. Ma non basta: ha anche stimolato il processo di riconciliazione, comunque ancora difficile da blindare, favorendo gesti importanti come le visite di Tadic a Srebrenica e Vukovar (città croata che nel ’91 i serbi rasero al suolo, ndr). Fatti, questi, che fino a qualche anno fa erano impensabili».

(Pubblicato su Europa via Radio Europa Unita)

Foto di Matteo Tacconi