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ELEZIONI TURCHE, IL SEGRETO DI ERDOGAN

I segreti del partito di Erdogan, che si appresta a rivincere le elezioni in Turchia, sono semplici: una classe dirigente giovane e preparata che ha saputo assicurare un buon governo e una solida crescita economica. Il partito kemalista di opposizione ha invece perso l'aggancio con la realtà. Ed è stato spiazzato dall'entrata nel gioco politico delle masse elettorali anatoliche. Ma il declino viene da più lontano, dai cambiamenti geopolitici del 1989. Intervista al professor Antonello Biagini.

Matteo Tacconi / Radio Europa Unita

L’Akp farà una grande scorpacciata di voti, il prossimo 12 giugno, giorno delle elezioni generali in Turchia. Secondo i sondaggisti il partito del primo ministro Recep Tayyip Erdogan, di ispirazione islamica, sfonderà la soglia del 50 per cento. Più che sul responso (scontato) delle urne, si guarda quindi a come il capo dell’Akp gestirà il suo terzo mandato. Europa, a questo proposito, ha chiesto a Antonello Biagini, ordinario di Storia dell’Europa orientale alla Sapienza di Roma, di fare le carte all’Erdogan-ter.

Professore, quali sono gli ingredienti del successo dell’Akp?
Il partito di Erdogan ha saputo governare bene. Ha rimesso in sesto l’economia, innanzitutto, dopo la crisi del 2000-2001. È riuscito a mobilitare i ceti meno abbienti, portando la propria proposta nelle aree rurali del paese. Anche a livello normativo ci sono stati progressi importanti, con un ulteriore adeguamento delle leggi nazionali a quelle europee. Ma penso che la grande forza dell’Akp risieda nel fatto che i ranghi del partito sono formati da persone giovani e preparate, che sanno fare politica. I quadri dell’Akp si sentono ancora nel pieno del ciclo e hanno l’interesse a continuare a governare. Non c’è dubbio che lo faranno, grazie alla scorta di risultati positivi accumulati in questi anni.

Il primo mandato di Erdogan è stato scandito, dopo il golpe del 1997, che mise fuorilegge le forze islamiche e portò lo stesso Erdogan in carcere, da una tattica “attendista”. Durante il secondo, invece, l’Akp ha messo a segno punti importanti, di rottura con la tradizione kemalista, come l’elezione alla presidenza di Abdullah Gul. Cosa dobbiamo aspettarci, adesso?
Chi sostiene che Erdogan voglia forzare, puntando a varare leggi ispirate ai precetti islamici suscettibili di snaturare l’assetto democratico della Turchia, è fuori strada. Da una parte perché l’Akp è una formazione politica che, usando le categorie occidentali, potremmo definire di centro. Dall’altra c’è da tenere conto di come l’Akp punti fondamentalmente a una ridefinizione degli schemi politici, mirata all’aggiornamento del sistema promosso a suo tempo da Ataturk, che fu calato dall’alto, anche con metodi sbrigativi. In sostanza Erdogan intende edulcorare alcuni dei dogmi laici di Ataturk, cercando peraltro il compromesso con l’establishment repubblicano. Lo dimostra il fatto che, se è vero che c’è stata un’evoluzione che ha mitigato alcuni aspetti dell’impianto ideologico repubblicano – viene in mente la questione del velo – è altrettanto vero che Erdogan rimane ancorato a una parte del bagaglio kemalista. Com’è vero che, sul fronte delle questioni curde e armena, ha alternato aperture a rigidità. Insomma, c’è un’oscillazione, ma l’Akp è rimasto e penso intenda rimanere nel solco. Anche in politica estera è visibile questo approccio, con la Turchia che continua a tenere i piedi sulla staffa euro-atlantica, cercando però allo stesso tempo di accreditarsi come potenza regionale.

A proposito di politica estera, la dottrina del “neo-ottomanismo” è una trovata mediatica o ha riscontri effettivi?
La Turchia, sotto Erdogan, ha acquisito peso in Medio Oriente, Asia centrale e nel Mediterraneo. Ciò dipende, in una certa misura, proprio dalle caratteristiche storiche del modello kemalista, fondato su istituzioni democratiche e una forte autorità centrale. Basta pensare alla funzione di reggenza che i militari stanno svolgendo in Egitto. Naturalmente il modello turco è capace di evolversi e cambiare, come insegna l’esperienza dell’Akp. Ma alcuni punti restano fermi e non penso proprio che Erdogan voglia discostarsene troppo. Anche perché rischierebbe di perdere il credito conquistato sul fronte internazionale.

Il Chp, il partito kemalista, appare in pieno declino e non regge il passo dell’Akp. Perché?
Ha perso l’aggancio con la società. La sua natura di partito delle élite urbane lo ha fatto trovare impreparato nel momento in cui, con l’Akp, l’Anatolia ha iniziato a contare politicamente e la tradizione ottomana è stata riscoperta. Ma i repubblicani erano usciti dal gioco già da prima. Il crollo del Muro di Berlino, infatti, ha determinato cambiamenti anche in Turchia. Venendo meno la logica della contrapposizione bipolare e quindi l’esigenza delle potenze occidentali di favorire la stabilità in Turchia puntando sui repubblicani, la cultura di cui l’Akp si fa interprete è emersa progressivamente, diventando maggioritaria. I kemalisti non hanno letto queste variazioni, perdendo il treno della storia.

(Pubblicato su Europa via Radio Europa Unita)