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ANCHE MOSCA HA IL SUO OSAMA

Il Caucaso del nord è destinato a rimanere una spina nel fianco per la Russia, con o senza al Qaeda.

Matteo Tacconi / Radio Europa Unita

 

Sostiene Yunus-bek Yevkurov, presidente della turbolenta repubblica russa dell’Inguscezia, che la morte di Osama bin Laden «ridurrà significativamente le attività terroristiche» nel versante settentrionale del Caucaso, regione contaminata dall’islamismo radicale e permeabile alla penetrazione qaedista.

È forse l’unico a crederlo, però. Gli analisti, informa il sito Moscow Times, ritengono infatti all’unisono che i miliziani islamisti del Daghestan, della Cecenia, dell’Ossezia del nord e della stessa Inguscezia continueranno prossimamente a brandire kalashnikov e Corano, facendo ciò che fanno da anni: organizzare attentati e colpire le forze di polizia di stanza nell’area, spostando periodicamente l’attacco al cuore dello Stato russo. Com’è (ri)accaduto qualche tempo fa, quando un attentato ha causato la morte di più di trenta persone all’aeroporto Domodedovo di Mosca.

Nel più tormentato dei territori russi al Qaeda ha indubbiamente un’influenza. Lo comprova la recente uccisione di Doger Sevdet, guerrigliero qaedista che combatté a fianco dei ribelli di Grozny durante la seconda guerra cecena (quella di Putin) e che avrebbe poi assunto il ruolo di emissario dell’organizzazione di bin Laden nella regione. Ma i ribelli, registrano gli osservatori, sono ormai indipendenti logisticamente, economicamente e militarmente. Sono una forza capace di operare senza sponde esterne e di muovere battaglia in ogni momento.

Insomma: il Caucaso è destinato a rimanere una spina nel fianco per il Cremlino, con o senza al Qaeda. Lo rimarrà, tra l’altro, anche quando le forze di sicurezza russe uccideranno Dokka Umarov, capo dell’Emirato del Caucaso del nord e regista delle più efferate stragi avvenute nella Federazione, inclusa quella di Domodedovo. «Il punto è che uccidere i capi della guerriglia non ha sradicato il terrorismo nel Caucaso. Anzi, il terrorismo si è esteso», spiega il giornalista Stefano Grazioli, esperto di questioni russe e autore di diversi volumi, l’ultimo dei quali, Gazprom. Il nuovo Impero, dedicato alla saga dell’oro azzurro. «Il motivo – continua Grazioli – è che Mosca, alla strategia militare, non ha affiancato programmi economici e sociali».

Il miglioramento del tenore di vita della popolazione, d’altronde, è considerato da molti come l’altra arma con cui combattere gli islamisti radicali. L’idea è che offrendo lavoro e prospettive in zone dove la povertà domina, il bacino di reclutamento dei terroristi si contrarrà progressivamente. Mosca ha iniziato a sperimentare questa tattica solo negli ultimi tempi. In Cecenia si è giunti a una forma di “normalizzazione”, concedendo però carta bianca al presidente Ramzan Kadyrov, i cui metodi poco ortodossi – usiamo un eufemismo – fanno affiorare dubbi sulla qualità dell’operazione.

La Cecenia, tuttavia, è solo una delle tante facce del Caucaso. Ogni repubblica ha le sue peculiarità e i suoi schemi di lotta contro lo Stato centrale e il terrorismo. Trovare una cura per ognuna delle repubblica del Caucaso del nord non è facile. E a complicare le cose, ragiona Grazioli, «c’è il fatto che accanto all’ala dura e pura dei ribelli islamici, che vuole l’emirato, c’è chi combatte con propositi meno ideologici, ci sono le lotte tra clan e c’è la criminalità organizzata impegnata a sostenere di volta in volta chi le lascia più spazio. E non è escluso che alcuni esponenti dei servizi si servano dei terroristi per tirare acqua al proprio mulino». Il Caucaso è una bolgia, all’interno della quale il terrorismo è solo una delle grane con cui Mosca deve fare i conti.

(Radio Europa Unita)