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EX URSS, INDIPENDENZA E LIBERTÀ DI STAMPA

A vent’anni dall’indipendenza, le ex repubbliche che facevano parte dell’URSS hanno poco da festeggiare per quel riguarda la libertà di stampa. Almeno stando alle classifiche. Prendendo quella stilata da Reporters senza Frontiere (RSF), che misura il cosiddetto Press Freedom Index, gli stati postsovietici non fanno certo bella figura.

A parte le virtuose repubbliche baltiche (Estonia alla posizione numero 9, Lituania 11, Lettonia 30), per le altre si può parlare di un vero e proprio disastro. La Moldova sta al posto numero 75, la Georgia al 99, l’Armenia al 101, il Tagikistan al 115, l’Ucraina al 131, la Russia al 140, l’Azerbaijan al 152, la Bielorussia al 154, il Kirghizistan al 159, il Kazakistan al 162, l’Uzbekistan al 163, il Turkmenistan al 176. I numeri sono quelli del 2010, raccolti quindi su dati del 2009.

Rispetto ai tempi dell’informazione totalitaria dell’URSS sono stati fatti passi avanti, ma nei Paesi dove le strutture democratiche sono ancora deboli, soprattutto nelle repubbliche dell’Asia centrale, il giornalismo libero ha enormi difficoltà ad affermarsi Il ranking di RSF è guidato da un gruppo con Finlandia, Islanda, Norvegia, Olanda, Svezia e Svizzera e chiusa dall’Eritrea alla posizione numero 178. L’Italia, per la cronaca, è al posto numero 49. Le classifiche, queste come altre, non sono il Vangelo, ma danno comunque il polso di quale sia la situazione generale in un Paese. Non è difficile quindi comprendere che i media liberi non abbiano vita facile, non solo nella Russia del tandem Medvedev-Putin, nell’Ucraina di Yanukovich o nella Georgia di Saakashvili, per non dire negli stati autoritari come la Bielorussia di Lukashenko o nel Turkmenistan di Berdymukhammedov.

Naturalmente ogni Paese ha la sua particolare situazione ed è difficile fare paragoni. È impossibile farli anche, almeno sulla base di queste classifiche, con il passato, dato che questi ranking esistono da una decina d’anni. Anche quello dei “Predators of Press Freedom” che RSF pubblica ogni anno in concomitanza con la giornata internazionale della libertà di stampa (3 maggio) è cosa recente: l’anno scorso spiccavano Lukashenko e Berdymukhammedov, il presidente azero Alyiev, quello kazako Nazarbayev, quello uzbeko Karimov, così come per la Russia il primo ministro Putin e il presidente della Cecenia Kadyrov.

Da un paio d’anni RSF ha introdotto anche la giornata mondiale contro la cyber-censura, il 12 marzo: quest’anno l’elenco dei nemici della Rete comprende tra i primi dieci Turkmenistan e Uzbekistan, mentre Bielorussia e Russia si fanno compagnia tra quelli sotto osservazione. I numeri dicono insomma che la libertà di stampa non è garantita appieno in gran parte dello spazio postsovietico. Il grande balzo in anti fatto dalle repubbliche baltiche è da associarsi all’integrazione europea e all’adozione in tempi celeri di modelli e di standard occidentali.

Certamente, rispetto ai tempi dell’informazione totalitaria dell’URSS sono stati fatti passi avanti, ma nei Paesi dove le strutture democratiche sono ancora deboli, soprattutto nelle repubbliche dell’Asia centrale, il giornalismo libero ha enormi difficoltà ad affermarsi. Anche in Caucaso o in Europa centrorientale in vent’anni ci sono stati progressi, anche se spesso si è confuso e si confonde il pluralismo con l’indipendenza. Particolarmente nel settore televisivo, dalla Russia all’Ucraina, dalla Georgia al Kazakistan, il sistema è controllato e spartito secondo canoni dettati dal potere politico ed economico. Maggiore libertà si ha nella carta stampata (giornali e magazine non hanno la stessa influenza e diffusione della tv) e per ora in internet. È difficile però immaginare grandi cambiamenti, dato che la tendenza globale, anche nelle democrazie occidentali, va verso una sempre maggiore concentrazione e un maggiore controllo dell’informazione.

PlanetNext talks to members of the International Press Institute

Media: Interview with Rubina Möhring, former vice president of Reporters Without Borders

Media: The homogenization of the news and the threat to press freedom

(Planet Next)