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GIOVANNI PAOLO II E IL 1° MAGGIO DEI POLACCHI

Il primo maggio di quest’anno rappresenta una data importante per il popolo polacco. Gli avvenimenti che lo riguardano, tuttavia si svolgono, per così dire, al di fuori dei confini nazionali. Nella Città del Vaticano, nel cerchio segnato dal colonnato della basilica di San Pietro, si compie la cerimonia di beatificazione di Giovanni Paolo II, il papa che ha segnato con il suo lungo pontificato un quarto di secolo della vicenda cattolica, attraversando (e contribuendo a determinare) eventi straordinari per il mondo e per l’Europa. E in particolare per il suo paese d’origine, la Polonia, alla quale è sempre rimasto tenacemente legato in tutti gli anni trascorsi al Vaticano.

A Roma sono attesi un milione di pellegrini, gran parte dei quali provenienti proprio dalla Polonia. È un secondo esodo di polacchi, dopo quello che sei anni fa invase la capitale del cattolicesimo per i funerali di Karol Wojtyla. Allora furono complessivamente due milioni. Giunsero in silenzio per rendere omaggio al loro papa. Si accamparono nelle tende fornite dalla protezione civile e piazzate in ogni spazio verde disponibile. Sfilarono commossi e composti lungo le transenne delle vie che portavano a San Pietro, sopportando oltre dieci ore di fila sotto il sole pur di dare l’ultimo saluto. Il giorno delle esequie si distribuirono pazientemente tra Piazza San Pietro e le tante piazze romane in cui i maxi schermi trasmettevano il funerale in diretta. Una partecipazione triste e dignitosa. Questa volta sarà diverso: la beatificazione di Giovanni Paolo II è un momento di festa, di gioia e l’occasione per ribadire, attraverso la religione, il ruolo centrale assunto dal paese nelle vicende contemporanee della nuova Europa.

Il secondo avvenimento si svolge un po’ più vicino a casa: a Berlino e a Vienna. E non riguarda in realtà solo i polacchi ma, assieme a loro, tutti gli altri cittadini dei paesi dell’ex blocco sovietico entrati a far parte dell’Unione Europea nel 2004: cechi, slovacchi, sloveni, ungheresi, estoni, lettoni e lituani. Per tutti loro si aprono i mercati del lavoro di Germania e Austria. Scadono infatti proprio il 1° maggio, festa del lavoro, i sette anni di moratoria che i due paesi germanofoni si sono presi nel tentativo di evitare di essere invasi da ondate di lavoratori est-europei, nel momento in cui quei paesi sono entrati nell’Unione. Una scelta, quella della moratoria, che vista sette anni dopo è apparsa perdente, come lo sono quasi tutte le scelte di chiusura. Fu presa in un momento in cui il mercato del lavoro tedesco era in sofferenza e si temeva la concorrenza di lavoratori disposti ad accontentarsi di salari inferiori.

Oggi la situazione è opposta: la Germania e anche l’Austria soffrono, a detta delle associazioni imprenditoriali, di una carenza cronica di manodopera qualificata, proprio quella che sarebbe potuta arrivare da est. Il problema è che oggi è troppo tardi: chi da quei paesi voleva emigrare, lo ha fatto scegliendo destinazioni diverse, come la Gran Bretagna, l’Irlanda o la Svezia che i loro mercati li hanno aperti da subito. I flussi migratori, una volta consolidati, sono difficili da dirottare altrove. Nei paesi dell’est, le giovani generazioni hanno studiato l’inglese e non il tedesco e molti di loro preferiscono raggiungere luoghi dove sono già presenti comunità di connazionali. Le autorità inglesi benedicono l’afflusso di polacchi degli anni passati: senza di loro, dicono, sarebbe stato impossibile mantenere lo stesso livello di assistenza sanitaria.

Oggi la Germania ha meno paura e corre ai ripari. Un’agenzia specializzata è insediata nella cittadina sudorientale di Zittau, nell’angolo del paese che confina con Polonia e Repubblica Ceca e cerca di raccogliere e smistare le proposte di lavoro per i giovani provenienti dai due paesi confinanti. Imprenditori in Baviera e Baden-Württenberg, le regioni più sviluppate, stanno organizzando corsi di formazione per aspiranti lavoratori con tanto di corsi di lingua gratuiti. Ma resta il dato di fatto della concorrenza inglese e svedese (dall’Irlanda, invece, qualcosa potrebbe arrivare, vista la crisi economica). E soprattutto la coincidenza che, nel frattempo, molti stati dell’est Europa stanno vivendo un periodo di boom economico, nel caso della Polonia addirittura senza pause da molti anni. Insomma, né le autorità tedesche e austriache, né quelle di Varsavia, Praga, Budapest o Lubiana, si attendono grandi esodi nei prossimi anni. Le stime, per Berlino, oscillano tra le 100mila e le 150mila unità all’anno nel prossimo decennio, una cifra di gran lunga inferiore rispetto alle necessità del paese. I benefici maggiori, sostengono gli esperti, li avranno coloro che già sono presenti in Germania e Austria e lavorano illegalmente: potranno finalmente regolarizzare le loro posizioni.