Vai al contenuto

MINSK, TRA UNIONE EUROPEA E RUSSIA

L'Unione Europea (UE) é probabilmente giunta ad un momento cruciale del suo rapporto con la Bielorussia. Le repressioni post-elettorali a Minsk hanno innescato una catena di reciproche sanzioni e duri comunicati. Ciò nonostante, il momento pare propizio per gettare le basi per un futuro migliore, ammesso che gli aiuti ed il sostegno al popolo bielorusso siano dati in maniera intelligente e lungimirante.

Francesco Pontiroli Gobbi / Equilibri

 

Le elezioni di dicembre

Pochi mesi fa, nelle elezioni del 19 dicembre 2010, Aleksander Lukashenko ha trionfato con una percentuale "bulgara" dei voti -circa 80%- che i sondaggi e gli esperti internazionali hanno subito stimato come conseguenza diretta di brogli elettorali, avendogli attribuito sino a pochi giorni prima un vantaggio nei confronti delle opposizioni, ma non cosí netto come poi risultato dalle urne. Secondo attendibili centri di ricerca ed opinionisti infatti, Lukashenko godrebbe nel paese di una percentuale compresa tra il 30 ed il 50%, con un'opposizione che si attesterebbe al 15-20%. Le proteste innescate dai risultati sono state, come ormai ben sappiamo, represse violentemente da polizia e truppe dei servizi segreti che hanno incarcerato ben più di seicento persone, tra cui buona parte degli oppositori - ben otto candidati su nove -. La maggior parte di essi é tuttora rinchiusa in carcere, ed in quattro casi gli accusati rischiano periodi di detenzione pari a quindici anni, nonostante la pressione di ONG, think-tanks e governi stranieri.

Le sanzioni

Bruxelles non é stata a guardare ed ha subito reagito, condannando le violenze, denunciando l'arbitraria chiusura dell'ufficio OSCE a Minsk, convocando riunioni della Commissione Affari Esteri del Parlamento Europeo, del Consiglio e di varie delegazioni sul tema, facendo incontrare all'Alto Rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Catherine Ashton ed al Presidente del Parlamento Jerzy Buzek i rappresentanti dell'opposizione, rilasciando dichiarazioni comuni e, un mese dopo - il 31 gennaio 2011 - , decretando delle sanzioni come le restrizioni sui viaggi nel territorio dell'Unione Europea ed il congelamento dei beni degli esponenti legati al regime di Lukashenko. Tali misure hanno colpito inizialmente 157 individui, e la lista é stata poi allargata sino a ricomprendere 175 persone a vario titolo legate all' "ultimo dittatore sul suolo europeo", riprendendo la nota definizione usata da Condoleeza Rice qualche anno addietro.

Minsk ha prontamente risposto usando la stessa moneta, e cioé proibendo ad una lista di alti funzionari europei - e statunitensi - l'ingresso nel territorio bielorusso senza un invito ufficiale. Si é trattata di una risposta tesa quasi a sbeffeggiare le misure adottate dagli eurocrati, come hanno poi confermato le parole dei membri del Parlamento bielorusso, per nulla intimiditi dai provvedimenti adottati dal Consiglio e del tutto allineati nel perseguire il muro-contro-muro.

Analisi

Questa solidità interna di Lukashenko, attualmente concreta, sarà peraltro da verificare in seguito, visto che il rimpasto governativo post-elettorale ha lasciato inalterato il rapporto tra esponenti dell'ala autoritaria e riformisti, ma non ha certo diminuito gli attriti e le tensioni tra le due fazioni, le quali non hanno la minima intenzione di perdere potere o di rinunciare alle loro prerogative. Considerando queste tensioni, ideale sarebbe anche il finanziamento e la conseguente costituzione di un'opposizione filo-europea. A supporto della posizione bielorussa si é schierata Mosca, convinta che le sanzioni avessero motivazioni meramente politiche e non fossero attinenti alla situazione post-elettorale. Proprio la Russia potrebbe, a primo avviso, sembrare il miglior alleato di Lukashenko al momento, anche visti gli accordi in materia di libera circolazione delle merci, dei beni, dei capitali e dei servizi recentemente firmati.

Rafforzerebbero questa tesi anche gli accordi per la fornitura di energia, le intese in relazione a determinate fabbriche ed industrie di interesse nazionale e la posizione del Cremlino sulle violenze, bollate come "affari interni", non di pertinenza internazionale. Tuttavia, la realtà mostra anche che Mosca sta cercando in tutti i modi di rinegoziare questi accordi sulla fornitura di energia di modo da alzare i prezzi, ed inoltre pare piuttosto interessata alla possibile ondata di privatizzazioni degli assetti strategici interni alla Bielorussia che potrebbe scaturire come conseguenza del periodo di crisi economica.

Vero é quindi che l'influenza russa dovrebbe essere controbilanciata per evitare problemi maggiori, ma allo stesso modo é anche vero che non sembra intenzione del Cremlino appoggiare Lukashenko a prescindere, senza una concreta valutazione degli interessi in gioco, sebbene il leader bielorusso cercherà -come ha sempre fatto, nel suo personale cerchiobottismo- sempre di ottenere concessioni dall'alleato. Proprio la tendenza di Lukashenko ad avvicinarsi alle posizioni della Russia pare preoccupare l'UE, ed é questo uno dei fattori che spinge Bruxelles a cercare un dialogo con Minsk.

Dal 1998 l'UE é passata dal cercare di isolare Lukashenko, al dialogo consistente in un pacchetto di aiuti pari a 4 miliardi di euro, alle sanzioni ed infine al sostegno dell'opposizione. Parrebbe una posizione altalenante, non ben definita ma, a parte l'isolamento iniziale, non sembra una soluzione del tutto sbagliata, sebbene al momento non troppo remunerativa. Una volta appurato che isolare Minsk non poteva contribuire né allo sviluppo democratico interno del paese né alle relazioni ufficiali con il governo locale, offrire degli aiuti é stato il primo passo per l'apertura di un rapporto. Prima delle elezioni il Consiglio si era limitato ad auspicare uno svolgimento regolare delle elezioni, senza porre troppe condizioni per il riconoscimento del risultato, evitando di esercitare così troppe pressioni sul governo locale e di offrire un obiettivo che potesse essere facilmente raggiungibile di modo da migliorare le relazioni. Certo, lo svolgimento irregolare delle elezioni e soprattutto la repressione attuata dal regime bielorusso non potevano restare impuniti e non avere conseguenze, ed i capi di Stato e di Governo europei hanno pertanto dovuto reagire fermamente ed irrogare delle sanzioni.

Sembra che inoltre si siano resi conto che é necessario creare un substrato favorevole ad un futuro cambiamento, ed in tale ottica và vista la recente estensione - operata in febbraio- degli aiuti alla società civile, ai media ed alle opposizioni - sebbene frammentate - locali, passati dai suddetti 4 milioni ad un ammontare pari a 16,5 milioni nel triennio 2011-2013. Proprio tramite un vero sistema di opposizione e d'informazione che si può arrivare ad un sistema interno che privilegi la dialettica rispetto all'uso autoritativo del potere. Ovviamente tutto ciò non può essere previsto nel breve termine visto che, come abbiamo già accennato, il leader bielorusso gode ancora di un robusto appoggio popolare, ma la vera novità dell'approccio europeo pare la costruzione di una prospettiva futura, positivamente in contrasto con la politica dei risultati immediati sinora perseguita.

Tuttavia l'approccio dell'UE nei confronti della Bielorussia manca ancora di una certa coerenza di fondo. Il fatto che si sia deciso di puntare sul dialogo con la società civile é certamente positivo, ma resta da segnalare come persista un ostacolo enorme al miglioramento dei rapporti, ovvero l'uguaglianza di trattamento rispetto ad altri paesi. Abbiamo rilevato come la fermezza di Bruxelles nei confronti di Lukashenko sia giustificata alla luce dei fatti, ma non possiamo mancare di rilevare come lo stesso comportamento non sia tenuto nei confronti di altri paesi geograficamente limitrofi, come ad esempio l'Azerbaijan ed altri paesi dell'Asia Centrale.

Anche in questi paesi, la situazione rispetto alla democrazia ed ai diritti umani non é delle più rosee, ma un dialogo e delle intese vengono portate avanti, soprattutto per fini energetici, vista l'importanza della regione per la produzione ed il transito di energia, dalla quale molti Stati europei dipendono. Sinché Bruxelles opererà una differenziazione di trattamento in casi simili a seconda degli interessi economici futuri, senza attenersi al principio della condizionalità rispetto ai diritti umani sbandierato ormai in tutti i documenti, non sarà mai percepito come interlocutore affidabile, e quindi difficilmente potrà raggiungere tutti i risultati che al momento si prefigge. Questa opportunità per l'UE di cambiare registro nelle relazioni con la Bielorussia arriva proprio in concomitanza delle presidenze di turno ungheresi e polacche. Entrambi gli Stati infatti hanno incluso tra le loro priorità il rafforzamento della Eastern Partnership, progetto lanciato nel 2009 che ricomprende anche la Bielorussia tra gli Stati destinatari dei progetti comunitari.

Proprio le relazioni con Minsk potrebbero rappresentare un'opportunità di successo in grado di dare visibilità al progetto stesso nonché ai due paesi che presiederanno l'UE nel corso del 2011 e che organizzeranno un meeting sul tema nel secondo semestre di questo anno. E sarebbe un bel risultato se si pensa che solamente pochi mesi fá l'ipotesi dell'esclusione della Bielorussia era circolata come possibile sanzione nei confronti di Lukashenko. Fortunatamente, in quell'occasione, lo stesso Commissario per l'Allargamento Stefan Fule si era affrettato a mettere in guardia contro questa soluzione, che avrebbe danneggiato solamente la società ed i cittadini bielorussi, senza né portare problemi alla leadership del paese né migliorare -ovviamente- le relazioni bilaterali.

Conclusioni

L'UE, se saprà sfruttare questo momento, metterà le basi per un avvicinamento della Bielorussia a Bruxelles. Tale risultato deve essere ottenuto seguendo due politiche: sanzionando direttamente i veri responsabili delle violenze dello scorso dicembre, ma anche incentivando il cambiamento partendo direttamente dal basso, ovvero dal tessuto sociale. Le alte sfere del potere si devono isolare, ma al contempo bisogna creare le condizioni per il cambiamento, identificando, dialogando, formando e sostenendo sia una rete d'informazione sia una rete di opposizione. Avere veri interlocutori, tramite i quali veicolare i messaggi e raggiungere la gente, é davvero quello di cui l'UE ha in questo momento bisogno. Non bisogna illudersi, Lukashenko non cadrà in settimane o mesi, ma bisogna preparare il cambiamento perché, come ci stanno insegnando i recenti avvenimenti nei paesi arabi, nessuna leadership é eterna.

(Equilibri)