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BERLINO, IL PONTE DELLE SPIE

Quando non c’era WikiLeaks, Internet era ancora un vago progetto nella mente dei militari americani e, soprattutto, lo spionaggio era un’arte avventurosa e pericolosissima, il grande gioco dei servizi si svolgeva all’ombra degli archi di ferro verdi del Glienicker Brücke, il ponte sul fiume Havel che collega Potsdam a Berlino. Erano i tempi della Guerra Fredda e delle due superpotenze, delle divisioni ideologiche e della competizione fra due mondi, due sistemi politici, due economie. Era necessario spiarsi, carpirsi i segreti, anticipare le mosse. E non c’era posto migliore di Berlino, sdoppiata in due avamposti militari, est contro ovest, divisa da un Muro invalicabile per tutti ma non per uomini scaltri, titolari di cammuffati salvacondotti diplomatici.

Ci si inseguiva e ci si nascondeva, spionaggio e controspionaggio, fino a quando qualcuno non finiva nella rete con il rischio di restarci per sempre. Era in quei momenti che il Glienicker Brücke tornava utile: perché lì sovietici e americani, est e ovest, avevano deciso che di tanto in tanto si sarebbero reciprocamente restituite le spie arrestate. Il lavacro delle colpe altrui e delle proprie,

Oggi è tutto un altro mondo. La Bundestraße numero 1, che collega i ricchi sobborghi sud-occidentale della capitale alla nobile città di Federico il Grande, si srotola semideserta nella foresta berlinese fra alberi secolari strapazzati dal vento e si trascina appresso due piste ciclabili sulle quali si affannano ciclisti di ogni genere: sportivi strappati al Tour de France, anziani cocciuti, studenti carichi di libri, giovani famiglie con il rimorchio dei bambini agganciato. Fino a prima della seconda guerra mondiale, era un tratto della famosa carrozzabile che collegava i due estremi del grande Reich, Aquisgrana nel cuore della Renania occidentale a Königsberg (oggi Kaliningrad) sull’estremo orientale del Baltico.

Qua e là occhieggiano gli specchi d’acqua del Wansee e dell’Havel, il lago e il fiume che fanno di questa periferia dorata, schiacciata fra Berlino e Potsdam, un angolo di Finlandia trapiantato nel Brandeburgo. Da sempre è un paradiso di fuga dei berlinesi. Ci venivano a trascorrere il fine settimana ai tempi del Kaiser, poi nei dorati anni Venti e anche negli anni del nazismo, quando venne costruito il primo stabilimento balneare, lo Strandbad Wannsee, un complesso in stile neoclassico che fa venire in mente le architetture di Sabaudia. E ci venivano anche ai tempi del Muro, ma solo i berlinesi dell’ovest, ai quali gli spazi verdi e blu del Wannsee davano l’illusione di non essere rinchiusi in un’isola dalla cortina di ferro.

Poche centinaia di metri più avanti, gli archi di ferro verdi del Glienicker Brücke segnavano il confine tra due mondi: sull’asfalto, solerti funzionari avevano tracciato una linea bianca orizzontale, oggi quasi completamente sbiadita, per marcare visivamente la cesura. John Le Carré, Len Deighton e decine di meno noti scrittori di spy stories lo avevano eletto come scenario principale dei loro romanzi ma spesso la realtà superava la fantasia della penna.

La descrizione di questo teatro doveva rispettare i canoni del genere letterario: nebbia, umido, freddo, sempre di notte, con luci rade e fioche a illuminare i grandi segreti della guerra fredda. Poi il Muro venne giù e su questo stesso ponte transitarono le Trabant festanti, uno dei tanti punti di passaggio lungo i quali andò in scena la festa ubriaca di una città e di due popoli. E da allora la nebbia non appartiene più al Glienicker Brücke. Sopra non ci sono più gli sbarramenti e le torrette, ci passano i pedoni, le auto e le biciclette, con gli occupanti che talvolta rallentano davanti alla targa che ne ricorda la storia. Per il resto prevale il colore, e alle immagini grigie di Le Carré e Deighton si sovrappongono i quadri di Max Liebermann, il pittore ebreo perseguitato dai nazisti che da queste parti aveva la sua villetta e che ritraeva i Biergarten affollati e chiassosi del Wannsee negli anni Venti.

Superati gli archi ed entrati ufficialmente nel Brandeburgo, colpisce l’occhio una bella ed elegante palazzina turrita, costruita a metà dell’Ottocento in stile italiano. È Villa Schöningen, oggi riportata all’antico splendore da un attento lavoro di restauro. Custodisce le memorie degli anni divisi, le mappe di confine, le uniformi dei Vopos, i resti del filo spinato, le sbarre di frontiera e una collezione infinita di foto e filmati che ripercorrono la storia di questo checkpoint. Mathias Döpfner, presidente dell’editrice Axel Springer, ne ha rilevato la proprietà per realizzarvi il museo, dopo che per dieci anni era stata abbandonata e condannata al degrado. Ai tempi della Ddr, il regime ne aveva fatto un asilo e per quasi quarant’anni bambini e maestre hanno trascorso giornate di svago all’ombra di uno dei confini più misteriosi d’Europa.

Tre furono i grandi scambi tra le spie. Americani e sovietici si accordarono per questo ponte dopo lunghe discussioni. Era un posto isolato ma a due passi dai centri abitati, c’era spazio sufficiente da un lato e dall’altro per organizzare le operazioni in sicurezza e i russi potevano seguire tutto dall’alto di un’altra palazzina utilizzata come centro di osservazione del Kgb. Il primo incontro avvenne il 10 febbraio 1962, in una mattinata nevosa. Gli uomini della Cia fecero andare dall’altra parte Rudolf Ivanovich Abel, inglese d’origine passato a carpire segreti per la Russia bolscevica e ottennero in cambio Francis Gary Powers, pilota di aviazione, abbattuto e catturato durante un volo segreto nei cieli russi con il suo U-2. Il segreto dell’operazione non durò a lungo e scarne notizie comparirono sulle prime pagine dei quotidiani occidentali.

Il secondo scambio avvenne oltre vent’anni dopo, quando il clima tra le due superpotenze era già avviato verso la distensione. Correva l’11 giugno 1985 e sulle due sponde del ponte si assemblarono 23 persone (tra prigionieri politici e informatori) liberate dalle carceri della Ddr e 4 top-spie del blocco comunista cadute nella rete della Cia. Protagonista delle trattative fu l’avvocato Wolfgang Vogel, che per conto di Erich Honecker mediò per anni tutte le situazioni più complesse con la controparte tedesco-occidentale.

Fu lui l’artefice anche del terzo e ultimo scambio, forse il più sensazionale, sia per la presenza in forze di giornalisti e telecamere che per la qualità delle pedine scambiate. I sovietici si decisero infatti a liberare all’Ovest il matematico ebreo Anatolij Borisovic Saranskij, uno dei maggiori esponenti del dissenso, ex interprete di Andrej Sacharow e fondatore del movimento d’opposizione Refusenik. Colui che diventerà ripetutamente ministro di Israele con il nome di Natan Sharansky, venne fatto incamminare da solo sull’asfalto del ponte, prima di tutti gli altri, perché gli americani avevano ottenuto che la sua liberazione avvenisse come dissidente e non come spia. Le immagini di quel giorno lo mostrano impacciato mentre si tiene con le mani la vita dei pantaloni: i sovietici gli avevano fatto un ultimo affronto, consegnandogli un calzone troppo largo e senza cintura e lui, invece di camminare dritto come gli era stato ordinato, raggiunse il territorio di Berlino Ovest zigzagando a destra e sinistra. In totale 4 persone passarono a Ovest e 5 a Est, tra cui due numeri uno dello spionaggio sovietico come i coniugi cecoslovacchi Karel e Hana Köcher.

Ancora 3 anni e il Muro sarebbe venuto giù. La notte del 9 novembre 1989 resta nella memoria collettiva lo spartiacque fra due epoche. Qui sul ponte, anche quella notte, tutto era buio e silenzioso. L’agitazione cominciò il giorno dopo quando, con qualche ora di ritardo, vennero alzate per sempre le sbarre, dando nuovo significato al nome beffardo con cui i dirigenti della Ddr avevano voluto chiamarlo per 40 anni: ponte dell’unità.

(Articolo pubblicato su Lettera 43)