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GERMANIA E NUCLEARE, TEMPI E COSTI DI UN ADDIO

Che la decisione del governo di ritornare per tre mesi sulla strada tracciata da Schröder e Fischer in materia di fuoriuscita dal nucleare sia stata una trovata elettoralistica o meno, una cosa è certa: Angela Merkel sta davvero pensando di rivedere i tempi del passaggio dal nucleare alle rinnovabili. Chi conosce bene il suo modo di fare non ha dubbi. Nonostante le polemiche, la cancelliera resta convinta che una revisione del prolungamento dell’attività delle centrali non sia di per sé una marcia indietro, ma un giusto ripensamento dovuto alla novità storica dell’incidente di Fukushima.

Se sarà davvero così, lo si saprà solo a metà giugno, quando la commissione incaricata dal governo avrà completato la revisione degli impianti atomici presenti sul territorio tedesco. Tuttavia, è convinzione diffusa che il nucleare sia una risorsa del passato e che il futuro delle rinnovabili debba essere anticipato il più possibile. Quali conseguenze un’eventuale scelta tedesca possa avere sull’intera politica nucleare europea è facilmente immaginabile.

Per il momento si valutano i costi. Media e opinione pubblica dibattono, cifre alla mano, sulla fattibilità del progetto. E lo Spiegel ha offerto ai propri lettori una lunga e accurata analisi di meccanismi, tempi e costi di un’accelerazione dell’abbandono dell’energia nucleare, il cui succo è: «La svolta è tecnicamente possibile in tempi rapidi, ma il suo prezzo è alto e impegnerà almeno 233 miliardi di euro».

Il settimanale si è riferito a uno studio del Fraunhofer-Institut per l’energia eolica e la tecnica dei sistemi energetici, che fornisce rapporti periodici al governo federale e al ministero per l’Ambiente. Un’autorità nel campo, dunque, che proprio qualche mese fa aveva fornito a Norbert Röttgen lo studio dettagliato che ora viene reso pubblico. «Gli scenari analizzati dagli scienziati», ha spiegato lo Spiegel, «presuppongono già la rinuncia del governo alla legge sul prolungamento e fissano nel 2025 lo spegnimento dell’ultimo reattore nucleare in funzione». Michael Sterner, responsabile del gruppo di lavoro, è stato categorico: «Se tali scenari verranno solo leggeremente adattati alle nuove condizioni, una fuoriuscita dall’energia nucleare è tecnicamente possibile senza grandi problemi già dal 2020». E senza neppure inventarsi rivoluzioni: «Basterà proseguire l’ampliamento dell’accesso alle energie rinnovabili al ritmo seguito finora».

La matematica non è un’opinione. Le centrali atomiche assicurano attualmente una produzione di 20,8 gigawatt. Questa capacità deve essere in parte rimpiazzata e in parte lo è già stata: la decisione del governo di spegnere in via precauzionale 7 impianti di vecchia generazione non ha determinato, infatti, alcun pericolo di black-out. Un’ottava centrale è già oggi staccata dalla rete. Si tratterebbe dunque di supplire al contributo di 10 centrali, per una capacità complessiva di 14 gigawatt.

Base degli scenari realizzati dal Fraunhofer-Institut è il vecchio piano del governo rosso-verde, che prevedeva il limite alla produzione nucleare e l’ampliamento degli impianti alternativi. Il dettaglio fornito dallo Spiegel è piuttosto complesso, ma riassumendo gli spostamenti principali, dal 2010 al 2020 i gigawatt prodotti dai diversi settori seguirebbero queste tendenze: l’atomo passerebbe da 19,6 a 4, l’eolico da 27,7 a 45,7, il fotovoltaico da 17 a 51,8. In dieci anni, l’unica tecnologia nuova impegnata sarebbe quella dei parchi off-shore, i moderni mulini a vento installati in mare, che fornirebbero circa 10 gigawatt. Di complessa costruzione, possono comunque usufruire del contributo di 5 miliardi di euro fornito dalla banca per lo sviluppo KfW. L’apporto di altre energie rinnovabili, nel 2020, sarebbe ancora limitato, mentre un ruolo decisivo lo giocherebbe il minore bisogno energetico del Paese, raggiungibile attraverso il combinato delle politiche per l’efficienza energetica (risanamento di abitazioni e fabbriche, utilizzo di motori ed elettrodomestici a basso consumo, eliminazione dei sistemi di riscaldamento elettrici) e della diminuzione della popolazione: secondo stime demografiche, fra 10 anni la Germania conterà 1,3 milioni di abitanti in meno. «Il Fraunhofer-Institut prevede che il fabbisogno energetico calerà da 600 tetrawattora a 568», ha commentato lo Spiegel, «ma altri studi sono ancora più ottimistici e presumono una riduzione fino a 50 tetrawattora».

Qualora il governo volesse fare a meno dei 4 gigawatt ancora prodotti dalle centrali nucleari, e quindi decidere la fuoriuscita dal nucleare nel 2020, sarebbe necessario costruire un numero di centrali termoelettriche superiore a quello preventivato. Una soluzione intelligente, perché questi impianti sono in grado di produrre energia in maniera stabile come quelli atomici e di aumentare i rifornimenti in caso di picchi di domanda. Sono dunque flessibili, sia nella produzione che nell’alimentazione, perché in futuro possono utilizzare anche gas proveniente da energie rinnovabili come il vento e il solare. In attività rimarrebbero anche le centrali idroelettriche e le più inquinanti centrali a carbone, che dovrebbero assicurare ancora una capacità di almeno 43 gigawatt.

La via verso l’addio all’atomo resta caratterizzata dal ricorso a una combinazione di diverse produzioni energetiche. «Secondo le stime di Michael Sterner», ha proseguito lo Spiegel, «nel 2020 le energie rinnovabili potrebbero fornire 77 gigawatt di capacità disponibile e 16,6 gigawatt di riserve sicure: il 40% dell’intera produzione energetica».

Se dunque dal punto di vista tecnico la Germania è in grado di dire addio al nucleare, i dolori vengono quando si passa ai costi. Che sono economici ma anche ambientali. «Il paesaggio del Paese ne sarebbe completamente trasformato», ha scritto il settimanale, «quasi metà del territorio sarebbe coperto da cellule fotovoltaiche, i terreni rischierebbero una monocultura di piante destinate alle biomasse, enormi turbine eoliche si staglierebbero un po’ ovunque e già oggi oltre 21.300 moderni mulini a vento caratterizzano il panorama tedesco da est a ovest. Inoltre, bisognerà costruire le reti necessarie a trasportare l’energia dove serve. È il lato negativo della rivoluzione ecologica, che trasforma la produzione dell’energia in un processo visibile a tutti, laddove finora tutto si svolgeva sotto terra attorno a centrali recintate».

Non sorprende dunque, che anche la diffusione degli impianti per le nuove energie incontrino l’opposizione delle popolazioni interessate da impianti o reti di trasporto. In più ci sono i costi per gli investimenti: 86 miliardi di euro per il solare, 46 per l’eolico, 30 per le biomasse. Quelli per gli incentivi forniti dal governo, per l’acquisto dei certificati CO2 (carbone e termoelettrico) che ricadono sulle tasche dei contribuenti, per gli aumenti delle bollette energetiche sulle quali le aziende scaricano gli aumenti dei costi di produzione, per l’adeguamento di abitazioni e luoghi di lavoro alle nuove normative di efficienza energetica, per la realizzazione delle infrastrutture di trasporto. «Un’uscita rapida dall’atomo sarebbe dunque assai costosa», ha concluso lo Spiegel, «una stima complessiva calcola le spese attorno ai 233 miliardi di euro, che raggiungebbero i 245 con l’aggiunta delle centrali eoliche». Angela Merkel non lo aveva nascosto nel suo discorso al Bundestag. È una sfida affascinante e, allo stesso tempo, gravida di incognite e rischi per il paese più industrializzato d’Europa. Ma può segnare una svolta storica nella politica energetica del Vecchio Continente. Nei prossimi tre mesi, la Germania deciderà se avrà l’ambizione di coglierla.

(Pubblicato su Lettera 43)