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1991, LO SBARCO DEGLI ALBANESI

Accadde esattamente venti anni fa. Agli inizi di marzo del 1991, sulle banchine del porto di Brindisi. Fu allora che l'Italia si accorse di aver vissuto per oltre quarant'anni lungo il confine della Guerra Fredda, sulla faglia dello scontro fra due mondi, due ideologie, due sistemi economici e sociali. Fu in quel momento che l'intero paese capì che Berlino non era poi così lontana e che il suo muro di casa, fatto di acqua, dell'acqua salmastra dell'Adriatico stava venendo giù.

Fu anche la mia prima esperienza giornalistica di una certa importanza, per cui il lettore perdonerà se, a differenza di altri articoli, questo racconto, che è anche un tuffo indietro nella memoria, sarà narrato in prima persona. Ero seduto davanti a un computer nella redazione napoletana del quotidiano Roma, allora risorto dopo un decennio di silenzio sotto la direzione di Ottorino Gurgo. A quei tempi, per sostenere l'agguerrita concorrenza del Mattino, il Roma aveva ideato un'edizione supplementare preparata di primo mattino, che raggiungeva le edicole poco dopo mezzogiorno. Alle notizie di servizio su ristoranti e cinema napoletani, riprese dall'edizione già in edicola, venivano aggiunte quattro pagine nuove di zecca, con le notizie della notte dall'Italia e dal mondo e, ovviamente, della cronaca locale.

Si stava concludendo la prima Guerra del Golfo, quella di Bush senjor e della coalizione internazionale, dopo che Saddam aveva invaso il Kuweit. Ma quel mattino, gli ultimi fuochi dal deserto vennero coperti dalle notizie che arrivavano da non molto lontano. Nella notte, alcuni barconi carichi di migliaia di cittadini albanesi, erano stati avvistati a poche miglia dalla costa pugliese e nelle prime ore del mattino, trainati dai rimorchiatori, avevano oltrepassato le bocche del canale Pigonati, lo stretto istmo che separa il porto esterno da quello interno di Brindisi.

Oltre ventimila profughi, in un sol colpo, erano pigiati su quelle che sarebbero state chiamate le carrette del mare, vecchie navi arrugginite che chissà per quale miracolo erano rimaste a galla in balìa del mare e avevano raggiunto le acque tranquille di un porto famoso fin dai tempi degli antichi romani. Il governo italiano si trovò del tutto impreparato a gestire l'emergenza. Tenere quelle persone, affamate e distrutte da lunghe ore di incerta navigazione, bloccate sulle navi era impossibile. Impossibile e inumano impedir loro di sbarcare. Eppure questo fu il messaggio trasmesso da Roma. Nel giro di poche ore, Brindisi, una città di neppure 90mila abitanti, dovette far fronte da sola alla prima emergenza.

Brindisi è la mia città natale. E l'Albania era stata sempre il misterioso paese di fronte. Invisibile. Irraggiungibile. Eppure lo si poteva ascoltare. Radio Tirana si prendeva regolarmente sulle frequenze onde medie e, assieme alle musiche balcaniche che due decenni dopo sarebbero diventate la colonna sonora della world music di tendenza, si potevano seguire i due notiziari in lingua italiana, farneticanti, che il regime diffondeva con l'improbabile obiettivo di convincere gli italiani della bontà del modello comunista albanese.

Insomma, in quelle ore la storia aveva abbandonato gli scenari mediorientali e si stava svolgendo a casa mia. Chiesi al direttore di poter fare i bagagli e correre a Brindisi per raccontare ai lettori del Roma, in presa diretta, quel che stava accadendo. E che stesse accadendo qualcosa di epocale, in redazione non lo aveva capito ancora nessuno. Ero stato in contatto tutta la mattina con i giornalisti brindisini che conoscevo da anni e che dalla notte precedente erano sul porto per raccontare gli eventi. Da loro ebbi chiara la portata degli eventi che si stavano svolgendo. Così il direttore mi diede il via libera, un po' preoccupato di affidare il compito a un giovane praticante ma probabilmente allettato dal fatto che la nota spese per la trasferta sarebbe stata pari a zero.

Partii in auto. Arrivai in Puglia nel primo pomeriggio e ricordo con chiarezza che percorrendo la litoranea, già all'altezza di Monopoli, 70 chilometri a nord di Brindisi, incrociai le prime file di profughi che, spaesati e completamente abbandonati a se stessi, avevano cominciato a risalire la penisola verso nord, a piedi lungo la strada statale che costeggia l'Adriatico. Con l'arrivo a Brindisi venni catapultato in un'altra dimensione. La situazione era ancor più caotica di quella che i notiziari radiofonici stavano raccontando. La prima impressione fu quella di una città colpita da un cataclisma. I palazzi erano tutti in piedi, ma per le strade sciamavano migliaia di persone malvestite e sfinite, affamate ma timide e impaurite, che non sapevano dove andare. Qualche ora prima, vista l'impossibilità di trattenerli su barconi stracarichi e a rischio di affondamento, la polizia ruppe i cordoni e permise loro di scendere sulle banchine. Brindisi ha un porto che penetra a fondo nel centro della città, visto dall'alto sembra quasi un fiordo, il lungomare dove avevano attraccato gran parte delle navi immette direttamente sul corso principale. La città era invasa e le autorità locali non sapevano bene che fare. Dalla Roma politica arrivava ancora l'invito, ormai assurdo, a rispedire indietro le navi.

Fu allora che scattò il miracolo della solidarietà. A differenza di quel che accadde cinque mesi più tardi a Bari, quando una nuova ondata di profughi trovò riparo nella vergogna dello stadio della Vittoria dando poi vita a violenti scontri con le forze dell'ordine, Brindisi accolse i profughi, allestendo in poche ore una rete di assistenza spontanea che vide in prima linea l'impegno dei suoi abitanti. La croce rossa realizzò le strutture di primo soccorso, le scuole vennero sospese e gli edifici adibiti a improvvisati dormitori. Gran parte degli studenti si "arruolarono" in squadre di volontari. I ristoratori e i commercianti di alimentari sfornarono pasti caldi. Quasi ogni famiglia brindisina adottò una famiglia di albanesi. Negli androni dei palazzi, interi condomini organizzarono tavolate per sfamare gli inattesi ospiti. Gli ospedali si attrezzarono per la prima assistenza medica. Tra i profughi c'erano molte famiglie e tanti bambini, donne incinte che fecero nascere i loro figli in quella che speravano una terra promessa. L'America eravamo noi, anche se il governo ci mise ancora un giorno prima di dichiarare lo stato d'emergenza e far convergere su Brindisi uomini e mezzi specializzati, che con le loro tendopoli, cucine e ospedali da campo, alleggerirono gradualmente il peso sostenuto dai cittadini.

Fu un'esperienza professionale e umana straordinaria. In quella prima ondata di profughi erano prevalenti le famiglie e gli studenti, molti dei quali avevano partecipato ai primi scioperi che misero in difficoltà il regime albanese e alla grande manifestazione nella quale tirarono giù l'enorme statua di bronzo di Enver Oxha, il padre padrone scomparso qualche anno prima. Regime che cercò di favorire l'esodo, con la speranza di allentare le tensioni, madare via gli oppositori e riprendere il controllo. Non andò così. L'onda tellurica che due anni prima aveva travolto i comunismi nell'Europa dell'Est si stava propagando fino ai Balcani e, più a nord, sul Baltico e nel cuore stesso dell'Unione Sovietica. Non si trattava più di rivoluzioni pacifiche, come la guerra civile jugoslava avrebbe di lì a poco dimostrato.

In questo fine settimana Brindisi celebra il ventennale dello sbarco degli albanesi, con una serie di eventi a cavallo tra memoria e presente. L'Albania ha attraversato un lungo e faticoso ventennio di transizione e, nonostante i forti conflitti politici che recentemente l'hanno di nuovo portata alla ribalta delle cronache, sta diventando un paese normale, con un certo risveglio economico, una ritrovata vivacità culturale e con la formazione di una piccola e media borghesia non più legata ai traffici illeciti. Un paese incamminato verso l'integrazione nell'Unione Europea. Un vicino di casa con il quale ricordare le solidarietà passate e avviare un percorso futuro comune.