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IL PRIMO ANNO DI YANUKOVICH

Victor Yanukovich é al giro di boa del primo anno di presidenza. Il 25 febbraio del 2010 è entrato in pompa magna alla Bankova, dopo il duello vinto con Yulia Tymoshenko, ex eroina della rivoluzione arancione. Dopo dodici mesi si può fare un bilancio, cercando di spiegare cosa è cambiato sulle rive del Dnipro.

Non solo Yanukovich è al vertice dello Stato, ma in parlamento gode di una maggioranza schiacciante. Il primo ministro Mykola Azarov è un fedelissimo del Partito delle regioni. Ormai non si contano più i transfughi che dalle fila dell’opposizione sono passati dall’altra parte. Presidente e governo agiscono all’unisono e non c’è più la schizofrenia istituzionale del periodo Yuhschenko-Tymoshenko.

In questo senso Yanukovich ha portato stabilità. L’apparato solido ha in mano le chiavi delle diverse branche del potere, politico, amministrativo, giudiziario. Il Partito delle regioni sta tentando di ripetere quello che Russia unita ha fatto a Mosca. La verticalizzazione del potere in stile putiniano è il modello cui si ispirano a Kiev con gli effetti collaterali già visti: marginalizzazione dell’opposizione dentro e fuori la Rada, uso selettivo della giustizia, controllo sui media, aumento della corruzione.

Ma deve essere ben chiaro: è solo una questione di qualità, non che prima l’Ucraina non fosse un paese corrotto, televisioni e giornali non fossero controllati e strumentalizzati da oligarchi, i tribunali e la corte costituzionale fossero realmente indipendenti. La mano di Yanukovich pesa, ma il terreno su cui preme era già a rischio di frana.

Durante il periodo arancione (2005-10), presidente e primo ministro si sono scannati non certo per questioni ideologiche; hanno gravi colpe per non aver saputo e voluto fare riforme che avrebbero potuto portare a una situazione diversa. Oggi i gruppi di potere dietro il presidente agiscono senza troppi screzi e con un’oculata divisione di competenze e compiti. L’oligarchia ucraina non può approfittare di una situazione politica confusa e conflittuale, sguazza invece quando c’è calma piatta.

Dunque l’economia: dopo la crisi del 2008-09 il paese si sta riprendendo. È stato avviato un nuovo piano con il Fondo monetario internazionale, dopo che quello vecchio era stato congelato perché il duetto Yushchenko-Tymoshenko non dava garanzie sufficienti. Ora Kiev ha già ottenuto due tranche di un prestito complessivo di oltre 15 miliardi di dollari e sta per ottenere la terza, se tutto va bene. Il Fondo ha richiesto misure dure e impopolari che le autorità vorrebbero posticipare, ma qualcosa deve essere pur fatto (riforma fiscale, delle pensioni, dell’amministrazione, etc.). La cura Yanukovich può avere effetto se applicata con attenzione.

In politica estera il presidente è stato accusato di fare gli interessi di Mosca (accordi di Kharkiv flotta-gas) e di voler svendere il paese al Cremlino. La realtà è che Yanukovich se da una parte ha messo una pietra sopra all’ingresso nella Nato, dall’altra continua a ribadire le priorità europee dell’Ucraina. Entro quest’anno dovrebbe essere in effetti siglato il trattato di associazione e creata la zona di libero scambio. Il condizionale è d’obbligo, vista l’ombra di Mosca.

Ma rispetto alle critiche che piovono a Kiev anche da parte dell’Occidente sul fatto che Yanukovich non abbia una precisa strategia per il futuro, bisogna chiedersi se l’Europa abbia invece un progetto serio. Sembrerebbe proprio di no, visto ad esempio la fondamentale questione energetica: piuttosto che imbarcarsi nel progetto di modernizzazione del sistema di trasporto ucraino, l’Ue preferisce sponsorizzare il Nabucco, che al pari di Southstream bypasserebbe l’Ucraina.

Bruxelles vuole diversificare sganciandosi da Mosca, ma taglia fuori Kiev cui rimangono poche alternative. Gli unici che paiono avere le idee chiare in questo caso stanno proprio al Cremlino.

(Pubblicato su Limes)