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LA LUNGA MARCIA DELLA POLONIA

Le melodie di Sting e i fuochi d’artificio hanno accompagnato la festa di inaugurazione del nuovo stadio di calcio di Poznan, preludio delle notti magiche che fra due anni scandiranno il ritmo del primo campionato europeo nell’Europa dell’Est, ospitato insieme da Polonia e Ucraina. È il primo dei quattro stadi polacchi giunto in dirittura d’arrivo, presto seguiranno gli altri, compreso il gioiello in costruzione a Danzica, lo stadio dell’ambra, un’astronave gialla oro appollaiata in riva al Baltico, di cui ancora un anno fa era difficile trovare traccia. Ce la faranno, i lavori sono ormai a buon punto, il tempo perduto è stato recuperato. Gli Europei 2012 dovranno essere innanzitutto il tagliando ufficiale dell’immagine moderna che i due paesi vogliono mostrare al mondo. Togliersi di dosso il marchio da guerra fredda di Europa dell’est e acquisire definitivamente quello più appropriato di Europa centrale. E se l’Ucraina arranca, la Polonia pregusta già gli elogi.

Nelle nuove mappe del pregiudizio europeo tratteggiate dall’artista bulgaro di stanza a Londra, Yanko Tsvetkov, la Polonia resta una sorta di terra incognita: la terra degli idraulici, secondo i francesi, quella degli ortaggi secondo i tedeschi, la nazione del Papa per gli italiani, quella delle donne sexy per i bulgari o un’indistinta zona cuscinetto a protezione della temuta Russia per gli americani. I pregiudizi, si sa, sono lo specchio deformato, qualche volta anche innocente, con cui guardiamo gli altri. Ma in questo caso nascondono una colpevole ignoranza rispetto a quanto accade al di là di quella che fu la cortina di ferro. Basta dare uno sguardo alle cifre, che mentono di rado. Quelle del Pil, ad esempio. La commissione europea ha da poco fissato al 3,4 per cento il tasso di crescita del paese nel 2010, un dato simile a quello tedesco, certificando come la ripresa europea sia oggi spinta da un doppio motore, a Berlino e Varsavia. E se i due motori misurano ovviamente cilindrate diverse, c’è da ricordare che la Polonia è stato l’unico paese d’Europa ad aver mantenuto un segno positivo anche nei due anni della crisi finanziaria.

«Anche lì l’economia ha subito una flessione rispetto alla crescita degli anni precedenti, ma gli effetti della crisi si sono sentiti marginalmente e ora i polacchi si trovano in una posizione di vantaggio rispetto a molti altri paesi», conferma l’economista Wolfram Schrettl, docente di studi est-europei alla Freie Universität di Berlino. Alcuni esperti si spingono a parlare di un vero e proprio miracolo economico sulle sponde della Vistola, il cui segreto è racchiuso in chiari punti di forza: un mercato interno di 40 milioni di individui (il più grande fra gli Stati della Nuova Europa) con una forte propensione al consumo che allenta la dipendenza dal settore delle esportazioni, un sistema bancario estraneo ai rischi delle piramidi creditizie e orientato verso gli affari dei propri clienti, un’accentuata attitudine all’innovazione nei settori industriali più avanzati e creativi che favorisce la competitività delle imprese.

Capita così di assistere a una specie di Drang nach Westen dell’imprenditoria polacca, un tentativo di espansione oltre i confini nazionali alla conquista dell’occidente. A partire dalla Germania, che rappresenta il primo partner commerciale della Polonia e costituisce un terzo del fatturato della ditta di autobus Solaris, cuore a due passi da Poznan e portafoglio a Berlino. Il suo titolare, Krzysztof Olszewski, fuggì a Berlino Ovest ai tempi del comunismo e rientrò in patria solo dopo la caduta dei muri. Lì fondò una piccola azienda, la Solaris appunto, dandole un nome assai poco polacco: «il concetto di un prodotto meccanico made in Poland non era proprio di moda a quei tempi», ricorda oggi. Nel 2000 si ripresenta a Berlino e strappa una commessa per due automezzi alla Bvg, l’azienda di trasporto della capitale. Passano solo quattro anni e si sbarazza della concorrenza di un gigante tedesco come la Mercedes grazie a un’innovazione di design ingegneristico: i nuovi bus della Solaris adottano un parabrezza frontale più basso, che piega ulteriormente agli angoli, ampliando la visuale degli autisti e consentedogli di vedere anche gli ostacoli a terra: «bambini compresi», ammicca Olszewski conoscendo le debolezze dei berlinesi. Oggi la Solaris ha piazzato in 80 città tedesche 1500 automezzi, tutti prodotti nella campagna polacca. Solo a Berlino sono registrate 5mila piccole aziende polacche, alcune anche composte da un singolo imprenditore, molte proiettate nel settore della moda e rappresentano la spina dorsale di quella nouvelle vogue berlinese sotto la quale, spesso, si nasconde la creatività di giovani polacchi.

Ma è in patria che si gioca la sfida di trasformarsi in uno dei paesi leader dell’Europa. La crescita economica e sociale è evidente soprattutto nelle grandi città, Varsavia, Danzica, Poznan e soprattutto Cracovia, dove si è sviluppato un polo tecnologico di hightech e Information tecnology che vede nell’azienda di software Comach la sua punta di diamante, un’altra società che ha messo il naso in Germania, aprendo una succursale a Dresda e sponsorizzando la Bundesliga. «All’inizio è stato faticoso lottare contro il pregiudizio che il software polacco fosse economico ma di seconda qualità», confessa il proprietario della Comach Janusz Filipiak ai microfoni della tv austro-svizzera-tedesca Sat 3, «ma oggi il 35 per cento del nostro fatturato viene dalla Germania. Per noi è più facile volare in un’ora a Monaco o Francoforte, piuttosto che farsi sette ore di auto fino a Wroclaw o Poznan». La facoltà di informatica dell’università di Cracovia sforna giovani laureati appetiti in tutto il mondo: «La nostra sfida più grande è quella di trattenerli qui, nelle nostre aziende, cercando di essere competitivi sul piano dei salari come lo siamo su quello dei prodotti. Molti giovani qualificati vanno ancora via, perché altrove si guadagna meglio».

Scivolando in provincia, infatti, riappare l’immagine di un paese ancora arretrato. Specie a est, in borghi e villaggi schiacciati verso il confine ucraino, dove la disoccupazione è alta e l’emigrazione verso Irlanda, Gran Bretagna e Germania resta ancora l’unica valvola di sfogo. Zbigniew Kiernikowski è il vescovo di Siedlce, settantasettemila abitanti raccolti attorno alla strada statale che da Varsavia porta al confine con la Bielorussia e poi a Minsk e Mosca. Dei suoi 64 anni, ne ha trascorsi molti a Roma insegnando all’Angelicum, la pontificia università san Tommaso d’Aquino. Ci accoglie nel suo studio nel piccolo palazzo della diocesi. Attorno a noi si affannano le suorine viziandoci con caffè (un vero espresso italiano) e uno strano dolce tipico, cotto attorno a un piccolo tronco d’albero. Allarga le braccia: «Questa è una regione agricola e povera, dove il lavoro è ancora una preoccupazione per molte persone, specie per i giovani. L’impatto con l’economia di mercato è stato pesante, le campagne si sono svuotate e gli agricoltori non hanno visto di buon grado l’ingresso in Europa perché hanno perduto molte agevolazioni statali».

Bruxelles ha stanziato 2,3 milioni di euro per lo sviluppo di questa regione, molti di più ce ne vorranno per colmare la carenza principale che oggi affligge l’intero paese: l’insufficienza della rete dei trasporti. Le sei ore di treno per coprire i 570 chilometri da Berlino a Varsavia si trasformano in nove se si decide di viaggiare per strada. L’arteria principale est-ovest, di fatto una superstrada che raramente si allarga a quattro corsie, è ogni giorno ingolfata dal traffico dei tir in marcia dalla Russia e dai Paesi Baltici verso occidente: il sistema non tiene, il tasso di mortalità per incidenti stradali è il più alto d’Europa e gli investimenti per gli Europei di calcio non basteranno a colmare il divario.

C’è bisogno di politiche strategiche, ma si può essere ottimisti. Da quando tre anni fa al governo è salito il moderato Donald Tusk, la Polonia ha cambiato marcia. Le crisi ripetute, la proliferazione di partiti e partitini e anche le tensioni populiste divampate nel biennio marcato dai gemelli Kaczynski sono un’immagine sbiadita. Il 2010 poteva essere un annus horribilis: la sciagura di Smolensk, la decapitazione dell’élite politica, economica, militare, una campagna presidenziale dominata da sentimenti ed emozioni. Il paese ha superato le rapide, evitato gli scogli, rinnovato la classe dirigente e infine eletto un presidente che ricalca lo stile felpato del primo ministro. Migliorano i rapporti diplomatici con gli ingombranti vicini (Russia e Germania) e, anche a costo di inevitabili tensioni sociali e di qualche ferita inferta alla memoria storica, si mette mano alle ristrutturazioni, come quelle che hanno investito il vecchio settore della cantieristica navale. L’esempio più noto è quello di Danzica, la culla di Solidarnosc. «Non svenderanno il nostro lavoro e il nostro mito», ci urlava un anno fa nel taccuino Roman Galezewski, il focoso leader degli operai dell’ultima generazione, quella che si è confrontata con la privatizzazione, la crisi del settore e i licenziamenti, «porteremo la nostra protesta fin sotto il palazzo del governo, abbiamo sconfitto il comunismo e ci faremo valere anche contro il capitalismo». Non è andata così.

Tra riforme, proteste e successi, la Polonia avanza comunque anche sul piano istituzionale europeo, come ha dimostrato l’elezione dell’ex premier Jerzy Buzek alla presidenza del parlamento di Strasburgo. Per ora quello tra Germania e Polonia è solo il motore economico della ripresa europea ma gli equilibri continentali si sono sempre retti anche su un solido asse politico: dovesse perdurare la crisi della Francia, Berlino potrebbe volgere il suo sguardo da ovest a est, da Parigi a Varsavia.

(Versione ampliata di un articolo pubblicato su La Stampa)