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SAAKASHVILI, LE ROSE E WIKILEAKS

Nelle elezioni che si tengono nelle democrazie, o presunte tali, è visto con sospetto il fatto che un presidente raggiunga oltre il 90% di voti. Può capitare, per carità. Anzi è la regola nelle repubbliche dell’ex Unione Sovietica, dove a 20 anni dall’indipendenza comandano ancora gli ex comunisti di un tempo, da Nursultan Nazarbayev in Kazakistan a Emomalii Rahmon in Tagikistan, giusto per fare due esempi. Eletti e rieletti, a furor di popolo. Come ha fatto notare il sito web francese Slate.fr in un recente articolo dedicato ai dittatori più votati del mondo, il vizietto degli autocrati che hanno ottenuto maggioranze schiaccianti nei rispettivi Paesi è una peculiarità prima di tutto africana (vedere agli esempi finiti male di Ben Ali e Hosni Mubarak) e in secondo luogo postsovietica.

Nazarbayev è stato rieletto nel 2005 con il 91,1%, il leader turkmeno Gurbanguly Berdimukhammedov nel 2007 con il 95%, il presidente azero Ilham Aliyev nel 2008 con l’88,7, Rahmon nel 2006 solo, si fa per dire, con il 79%. Nella classifica manca però un nome, quello di Mikhail Saakashvili, eletto presidente in Georgia nel 2004 con la bellezza del 96% dei consensi. Certo, nel 2008 è stato rivotato con una percentuale più umana (53,4%), ciò non toglie che il risultato del 2004 appaia degno della migliore tradizione bulgara e quantomeno stupisce.

Saakashvili è arrivato al potere con la cosiddetta Rivoluzione delle rose la prima di quelle innescate da Washington nell’ex Urss, destinata a cambiare la posizione di Tbilisi sulla scacchiera caucasica. Pilotato dalla Casa Bianca, Mikhail detto “Misha” ha costretto l’ex compagno di viaggio di Mikhail Gorbaciov ai tempi della Perestrojka, Eduard Shevardnaze, a fare le valigie in fretta e furia dopo averlo accusato di brogli alle elezioni di fine 2003, e si è fatto costruire subito dopo un gigantesco palazzo presidenziale (opera dell’architetto italiano Michele De Lucchi) nella capitale georgiana.

Da qui sembra non voler andar più via, forse nemmeno dopo le elezioni del 2013. Fra due anni scadrà il suo mandato e già si sussurra che possa fare un po’ come il suo grande nemico Vladimir Putin e passare dal ruolo di capo di Stato a quello di primo ministro mantenendo la supervisione sul tutto: «Putinizzazione della Georgia», così l’ha chiamata l’opposizione che ormai da anni denuncia che il fiore della democrazia a Tbilisi è già appassito. Anzi, forse nemmeno è sbocciato, pensando all’abbaglio del 96%. Allora era importante però sbandierare ai quattro venti il profumo delle rose, poco contava che non si trattasse di estratto originale, ma di essenza contraffatta.

I primi ad accorgersi del bluff di Saakashvili sono stati i georgiani stessi, dopo aver visto l’opposizione presa a randellate nelle piazze e i giornalisti messi all’angolo con la museruola. In Georgia vanno ora più di moda le presunte scorribande extraconiugali del presidente che i principi della democrazia e del pluralismo. I meriti di Misha, gran liberalizzatore allevato alla scuola americana, si sono fermati al fatto di aver portato la Georgia in alto alle classifiche di Doing Business, ma si scontrano con la realtà di un Paese che per qualità della vita è al livello di Terzo mondo, o quasi.
I grandi affari li fanno, insomma, gli amici del presidente e i devoti dell’entourage, il resto della popolazione fatica a tirare avanti.

Poi è arrivata pure la botta del 2008, non certo inaspettata. Come hanno confermato anche i cable di Wikileaks, secondo i quali i venti di guerra si respiravano già tempo, spinti da Occidente. In un file segreto proveniente dall’ambasciata americana a Mosca datato luglio 2006 è emerso che i russi erano convinti di un attacco georgiano in Ossezia del Sud. L’ambasciatore americano Burns ha riferito, addirittura, commenti secondo i quali George Bush aveva dato il suo via libera durante un incontro personale con Saakashvili. Opinioni, certo, non fatti. Ma Vladimir Putin dopo i cinque giorni del conflitto aveva accusato gli Usa di aver un rapporto troppo stretto con il nuovo satrapo del Caucaso, chiaro riferimento agli aiuti militari e alle manovre compiute in Georgia da soldati a stelle e strisce.

Se è complicato districarsi nelle migliaia di pagine dei dispacci di Wikileaks è però molto più facile riassumere il report Tagliavini, quello della commissione indipendente dell’Unione europea che ha in sostanza confermato che la guerra del 2008 è stata iniziata con un attacco su larga scala da parte georgiana su Tskhinvali, capitale dell’Ossezia del Sud, al quale ha risposto la Russia in maniera sproporzionata. Il contrario insomma di quello che urlava allora Saakashvili alle televisioni di mezzo mondo mangiucchiandosi nelle pause la cravatta, pensando di non essere inquadrato. Ma anche questo sembra che in molti se lo siano dimenticato, insieme a quel 96% di consensi del 2004.

(Pubblicato su Lettera 43)