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BERLINALE: IL SABATO DI CHERNOBYL

Valerij cammina affannato nella notte radioattiva di Chernobyl. Capisce che qualcosa è successo, non sa bene cosa, ma nessuno sembra preoccuparsene. Non al comitato del partito, dove i dirigenti discutono accanitamente ma non mostrano al compagno Valerij alcuna angoscia. È la notte che porta al 26 aprile, anno di grazia 1986, la notte di Pripyat e del disastro nucleare più grave di sempre. Ma nel paesino di Valerij non accade nulla. Il partito ha sempre ragione e ha sempre sostenuto che la centrale e sicura, i reattori non possono esplodere. Non può accadere nulla di grave e nulla è accaduto.

Nel venticinquesimo anniversario del disastro atomico di Chernobyl, cittadina ucraina al confine con la Bielorussia allora inglobata nell’Unione Sovietica, uno dei più apprezzati registi russi, Alexander Mindadze, porta in concorso alla Berlinale un racconto surreale e amaro. V Subbotu, Innocent Saturday nella traduzione inglese, un sabato qualunque, nel quale i cittadini non sanno nulla e tutto scorre come se nulla fosse accaduto (leggi il reportage di East Side Report da Pripyat).

Valerij la verità la conosce. Ha sentito l’odore del veleno invisibile nei bagliori della notte e non è convinto delle assicurazioni dei burocrati. Convince la sua compagna Vera a fare le valige e fuggire lontano. Mentre il resto della città si appresta a trascorrere un sabato come tanti, i due arrivano di corsa alla stazione ma perdono il treno. E lì comincia una sequenza di imprevisti che legherà i due giovani al destino dei propri concittadini. Come sulla tolda di un Titanic, la vita continua a scorrere sotto l’ombrello delle radiazioni e si suona, si canta e si balla, alla festa ubriaca di un matrimonio, dove Vera si riscopre cantante e Valerij riprende dimestichezza con le percussioni, tra un bicchiere di vodka e l’altro, lui che curava le feste locali del partito.

Il partito è in silenzio. I funzionari, chiusi nelle quattro mura della sede centrale, attendono indicazioni da Mosca. È festa, e nulla può scalfire la serenità di un sabato del villaggio, neppure se lì, a pochi chilometri, un reattore nucleare sta emanando da ore le radiazioni che uccideranno migliaia di esseri umani. «Volevo da sempre girare un film che rappresentasse la metafora di quel che è accaduto», ha detto Mindadze e il lavoro presentato alla Berlinale è un beffardo racconto di quel che fu. Solo 36 ore dopo, Michail Gorbaciov si presentò in televisione a raccontare alla sua gente quel che era avvenuto a Pripyat, quel che tutti gli altri europei ormai sapevano. Il tempo per mettersi in salvo era ormai scaduto, l’ultimo treno utile ormai partito, l’evacuazione ritardata non salvò gli abitanti di Chernobyl dalla morte e dalle malattie conseguenti alle radiazioni.

Da un punto strettamente cinematografico, il film è stato accolto con giudizi contrastanti. C’è chi ne ha apprezzato il pathos espresso da una regia sempre molto vicina ai movimenti del protagonista, chi ha osservato che il racconto della tragedia resta troppo impigliato in una telecamera troppo mobile. Ma la narrazione è forte e il contrasto fra l’incombenza del dramma trasfigurato nel grigiore della città e dei suoi abitanti e l’incoscienza dei responsabili, enfatizzata dalla goliardia alla festa di matrimonio, rende la memoria di quegli avvenimenti ancor più insopportabile, soprattutto alla luce delle conseguenze ancor oggi visibili sul luogo (qui il servizio fotografico di Est Side Report da Chernobyl e Pripyat).