Vai al contenuto

KIRGHIZISTAN: IL GRANDE GIOCO A BISHKEK

Bishkek non è proprio l’ombelico del mondo, anche se ogni tanto la capitale kirghisa si trova suo malgrado al centro dell’attenzione internazionale. Lo è stata nel 2005, quando la rivoluzione dei tulipani ha disarcionato Askar Akayev (si dice che il sobrio presidente, un illustre fisico proveniente dall’Accademia delle Scienze sovietica, sia fuggito dal palazzo presidenziale avvolto in un bel tappeto) e nel 2010, quando il successore Kurmanbek Bakiev ha fatto la stessa fine riparando a Minsk da un altro campione di democrazia come Alexander Lukashenko.

Le rivolte che hanno portato alla presidenza la scorsa estate Rosa Otunbaeva non hanno un nome e forse si dovrebbe smettere di appioppare titoli seducenti tra fiori e colori a cambiamenti di regime che poco assomigliano a rivoluzioni popolari e molto a lotte tra bande e gruppi di potere.

Dai tulipani del Kirghizistan alle rose della Georgia passando per l’accecante arancione dell’Ucraina è infatti tutta una serie di abbagli dove la democrazia c’entra solo per sbaglio: la partita vera è quella che si gioca tra le varie superpotenze (Russia, Stati Uniti e Cina in primo luogo) che tra Asia Centrale a Caucaso stanno dando vita da qualche anno al Grande gioco di kiplinghiana memoria. Una corsa per assicurarsi l’influenza strategica su regioni ricche di risorse e tra cui si snodando gasdotti e oleodotti diretti verso il Mediterraneo e il Pacifico.

A dire il vero il Kirghizistan è uno dei Paesi più poveri della zona, qui non c’è nulla e non transita nulla, ma si tratta in ogni caso di un tassello importante del puzzle centroasiatico, non fosse altro per la sua posizione geografica. Ecco perché a Bishkek, dove la gente chiama bizzarramente “Big Ben” l’orrenda torre nel viale centrale, è arrivato proprio da Londra nientemeno che sua Altezza reale Andrea, Duca di York, a discettare nientemeno che di Great Game.

Le informazioni sono arrivate, anche in questo caso, da Wikileaks e i cable compilati diligentemente dall’ambasciatrice Tatiana Gfoeller hanno descritto un principe altamente interessato al duello geopolitico tra la Casa Bianca e il Cremlino con la gentile partecipazione di Pechino: «E questa volta vinceremo», ha detto addirittura il principe Andrea con troppa foga, mentre la diplomatica gli ricordava che gli Usa non vedono la loro stessa presenza nella regione come una continuazione del Grande Gioco. Almeno ufficialmente.

La realtà è che il Kirghizistan è al margine della partita e nell’ultimo quinquennio è diventato l’anello più debole della catena delle repubbliche ex sovietiche, praticamente un failed State, una specie di buco nero dove si annidano troppe sconcezze (una su tutte il traffico di stupefacenti, l’Afghanistan è a un passo) che è meglio tenere lontano dalla vista della grande opinione pubblica.

Una specie di Montenegro o Kosovo in versione orientale. Nel quale comunque tutti si arrangiano. In primis gli americani che, seguendo sempre i dispacci di Wikileaks da Bishkek, indicavano in Maxim Bakiev, figlio dell’ex presidente, un giovanotto intelligente, potente e corrotto: insomma «un buon alleato», parola di Larry Memmot, vice capomissione dell’ambasciata a stelle e strisce, per il quale il rapporto con Bakiev poteva essere molto utile al governo Usa. Il cable in questione è datato settembre 2009, sei mesi dopo la famiglia presidenziale fu costretta alla fuga dopo i violenti scontri in tutto il Paese. E altrettanto velocemente gli americani si sono adattati, con Memmot che ha dichiarato dopo le elezioni parlamentari di ottobre che i rapporti tra Usa e Kirghizistan erano «perfetti».

Da poco prima di Natale a Bishkek è in carica il nuovo governo guidato da Almazbek Atambayev che è dovuto scendere a compromessi con i vecchi amici di Bakiev, ancora molti nel sud del Paese. Alla presidenza c’è ancora Rosa Otunbayeva, una signora che ispira fiducia dentro e fuori il Kirghizistan e che ha il compito improbo di traghettare Bishkek verso lidi migliori.

Dopo le turbolenze politiche e i sanguinosi scontri tra maggioranza kirghisa e minoranza uzbeka dello scorso anno, la nuova èlite politica di quella che è stata definita pomposamente la prima democrazia parlamentare in Asia centrale - sul cui funzionamento il presidente russo Dmitri Medvedev ha già espresso i suoi dubbi - deve dimostrare di essere all’altezza del compito senza ripetere gli errori passati dei vari Akayev e Bakiev. Atambayev ha scelto come destinazione per la sua prima visita ufficiale all’estero Mosca: il Grande gioco in salsa kirghisa continua.

(Pubblicato su Lettera 43)