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MR. GORBACHEV, TEAR DOWN THIS WALL!

Nei giorni in cui la Germania ha celebrato il ventennale della riunificazione, un frammento di Ronald Reagan è tornato a Berlino. A pochi passi dalla porta di Brandeburgo, dove il 12 giugno 1987 pronunciò il discorso che anticipò di due anni la caduta del Muro, la libreria Dussmann ha esposto all’ultimo piano, quello della saggistica, un pezzo del vecchio “vallo antifascista”. Non uno qualsiasi ma il pezzo che il presidente americano autografò qualche anno più tardi, dopo averci scritto la frase che tutti ricordano, «Mr. Gorbachev, tear down this Wall!».

Una grafia tremolante, dovuta al ruvido passaggio del pennello nero sulla superficie grinzosa del cemento, che rende meno perentorio quell’invito fatto all’allora controparte sovietica, che molti presero come un azzardo di retorica e che invece fu una profezia. Il pezzo è pregiato. I titolari della libreria, una delle più grandi di Berlino, lo hanno messo sotto vetro, di fronte alla grande vetrata che dà sul cortile interno dove si affacciano i quattro piani di questo emporio della cultura. Ma i clienti passano e guardano un po’ distratti, senza mostrare un’emozione particolare. Un rapporto strano, quello che lega Ronald Reagan alla città che più di tutte ha sperimentato le conseguenze della sua azione politica. A Berlino è rimasta più impressa nella memoria la visita di un altro presidente americano, John Fitzgerald Kennedy, che rincuorò gli abitanti della metà occidentale della città, rimasta intrappolata dentro la muraglia innalzata da Walter Ulbricht per impedire l’emorragia di giovani e forza lavoro che stava dissanguando la neonata Germania popolare. L’uomo della “nuova frontiera” arrivò in una Berlino Ovest terrorizzata, fece una puntata di fronte alla Porta di Brandeburgo allora sbarrata dal Muro e oscurata da drappi rossi che impedivano di guardare dall’altra parte, si diresse in corteo fra ali di folla nella piazza del Municipio di Schöneberg, che allora fungeva da municipio della metà occidentale, e pronunciò con un trascurabile errore grammaticale la famosa frase «Ich bin ein Berliner».

Una consolazione. Ma Kennedy era giunto a Berlino due anni dopo la costruzione del Muro, non quello che si direbbe una visita tempestiva, e il suo discorso fu alto e sentimentale, ma non ebbe alcun effetto sul corso della storia, se non quello di certificare quanto era già scritto nei trattati fra le due grandi potenze: che gli americani e i loro alleati sarebbero rimasti a Berlino Ovest e non avrebbero messo il naso Oltrecortina, nelle faccende che accadevano nelle regioni di competenza sovietica. E tuttavia, il messaggio berlinese di Kennedy, che prendeva atto del colpo di forza di Mosca e Berlino Est, getta ancora la sua ombra su quello di Reagan, che spinse Mosca e Berlino Est un passo più in là, fin sull’orlo di quel precipizio nel quale, di lì a poco, tutto il mondo comunista sarebbe caduto.

Mai presidente americano fu tanto sottovalutato dagli europei, prima, durante e dopo il suo mandato politico. Fu un presidente ideologico, uno degli ultimi esponenti di quel mondo di idee ferme e chiare che si muovevano nella cornice della guerra fredda: dopo di lui, negli Usa, completò l’opera George Bush sr. e poi venne l’era di un leader pragmatico. E proprio quella cifra ideologica, così forte ancora negli edonistici anni Ottanta, gli negò l’apprezzamento di chi aveva altre idee. Nel giugno berlinese del 1987, la visita di Reagan fu movimentata da continue manifestazioni di piazza, giovani anarchici e di sinistra che ingrossavano le file dei movimenti pacifisti e che, nel timore dell’apocalisse nucleare, si ponevano oggettivamente (con consapevolezza o meno) dalla parte dei sovietici.

Se si vuole tirare la storia per i capelli, e paragonare Reagan a Kennedy sul piano politico e non solo su quello cratteriale (due presidenti di grande fascino e forte capacità comunicativa), bisognerà uscire dalle similitudini geografiche e paragonare il discorso di Reagan a Berlino con quello che Kennedy fece a Washington, quando gli Stati Uniti lanciarono ai sovietici la sfida lunare. Presentando in Congresso il progetto Apollo, disse: «Nessuna nazione che aspiri ad essere alla guida della altre può attendersi di rimanere indietro nella corsa per lo spazio […] Abbiamo scelto di andare sulla Luna e di fare altre cose, non perché sono facili, ma perché sono difficili». Così Reagan, di fronte alla porta di Brandeburgo, dopo aver pronunciato la famosa frase «Mister Gorbaciov, tiri giù questo Muro», si rivolse ai manifestanti che agitavano i quartieri di Berlino Ovest dicendo: «Invito coloro che oggi protestano a rimarcare questo fatto: è perché siamo rimasti forti che i sovietici sono tornati al tavolo delle trattative ed è perché siamo rimasti forti che oggi abbiamo raggiunto la possibilità non solo di limitare la crescita delle armi ma di eliminare, per la prima volta, un’intera classe di armi nucleari dalla faccia della terra». Se l’appello a Gorbaciov fu la profezia che rimarrà per sempre nei libri di storia (così come agli atti rimarranno gli scetticismi e le ironie di quanti, in America e in Europa, giudicarono quella frase una retorica irrealistica), le dichiarazioni rivolte ai manifestanti – e per loro tramite a tutti coloro che avevano avversato la politica di riarmo – rappresentano il cuore dell’azione reaganiana nella Guerra Fredda.

Quando Ronald Reagan arrivò alla Casa Bianca, gli Stati Uniti erano in preda a una crisi di identità. Lo smacco della cacciata dello Shah da Teheran e il fallimento dell’operazione di liberazione degli ostaggi americani, così come l’invasione dell’Afghanistan da parte sovietica sembravano segnali inequivocabili del fatto che l’Urss avesse ripreso in mano il pallino del gioco. Riaffermare gli Stati Uniti come paese leader del blocco occidentale fu la priorità della sua amministrazione. Poche, semplici parole d’ordine per ristabilire i termini del confronto, abbandonare le disponibilità che Carter aveva manifestato e sbarrare il passo anche alla recente tradizione repubblicana della Realpolitik, che aveva segnato la stagione di Nixon e Kissinger: si imposero la retorica propagandistica anti-sovietica, nella quale il nuovo presidente fu un maestro tanto da guadagnarsi l’appellativo di grande comunicatore, una politica estera più aggressiva e determinata, lo slancio liberista nell’economia e nella società, un massiccio programma di riarmo militare.

Nel 1982, di fronte ai membri dell’Associazione nazionale degli evangelici a Orlando, in Florida, Reagan pronunciò un altro discorso storico, scritto da Anthony Dolan, il suo leggendario gost writer, nel quale coniò il termine di «impero del male» che rappresentò la stella polare della sua azione di politica estera. Se l’Urss era l’evile empire, nessun accordo sarebbe stato possibile prima di aver raggiunto una posizione di supremazia. Solo partendo da uno stato di superiorità, sarebbe stato possibile intavolare trattative con Mosca, con l’obiettivo di strappare risultati concreti invece che accordi simbolici tesi a salvaguardare il primato strategico e tattico russo. Il candidato Reagan aveva già denunciato in campagna elettorale gli accordi Salt, conclusi nel giugno 1979, con i quali veniva fissato un tetto al numero complessivo di missili intercontinentali e di missili dotati di testate nucleari multiple. Un accordo che lasciava inalterato lo squilibrio a favore di Mosca. Al contrario la nuova Amministrazione statunitense avviò una crescita degli investimenti nel campo delle armi nucleari e convenzionali, inaugurando una sorta di keynesismo militare che, pur accrescendo il deficit federale e i tassi d’interesse, rappresentò una sorta di secondo motore per l’economia americana, accanto a quello alimentato dall’esplosione della società liberista.

Nella sua monumentale Storia delle relazioni internazionali, lo storico Ennio Di Nolfo riassume il senso della sfda reaganiana: «Era necessario costruire una imprendibile fortezza americana, capace di esaltare sia il primato economico sia quello militare degli Stati Uniti e capace di imporre all’Unione Sovietica, cioè alla Russia comunista, una sfida così poderosa da costringere i suoi dirigenti a scegliere, in un momento di crisi economica crescente, fra la priorità dell’impegno globale (politico e militare) e la necessità di rimediare alle disfunzioni della società sovietica, sempre più evidenti e sempre meno tollerabili per i cittadini dell’Urss».

Il Dipartimento di Stato americano aveva diffuso un rapporto speciale (Soviet Military Power) che confermava la superiorità sovietica in quella fase e i rischi insiti in una scelta unilaterale degli Usa. Reagan si mosse così su due fronti. Da un lato, rilanciò la proposta di aprire un nuovo negoziato sugli armamenti strategici, dopo la mancata ratifica degli accordi Salt II, che chiamò con il beneaugurante acronimo di Start (Strategic Arms Reduction Talks), e che presero il via il 29 giugno 1982 in parallelo con i negoziati sugli euromissili. Dall’altro, proseguì con la politica di rimilitarizzazione: Washington confermò la decisione adottata in sede Nato di stanziare sul territorio europeo missili nucleari di media gittata (i Pershing e i Cruise), in risposta al dispiegamento negli anni Settanta in Europa di missili intermedi SS20 sovietici, ristrutturò le strutture di comando militari, potenziò la flotta di 145 unità e, soprattutto, lanciò nel 1983 il progetto di un sistema di difesa strategica che avrebbe dovuto proteggere gli Stati Uniti dai rischi di un attacco nucleare, la Strategic Defense Initiative.

Nel libro Germany unified and Europe transformed, scritto nella metà degli anni Novanta a quattro mani da Philpp Zelikow e Condoleezza Rice, la futura segretaria di Stato di George W. Bush e allora professoressa di Scienze Politiche alla Stanford University, la strategia reaganiana è riassunta in poche, secche parole: «Il presidente assunse una posizione negoziale da tutto o niente, insistendo sull’opzione zero per gli armamenti nucleari a media distanza in Europa e mettendo in chiaro che gli Usa avrebbero proseguito lo sviluppo e la collocazione dei propri missili nucleari, se Mosca non avesse rimosso gli oltre 400 SS20 istallati a minaccia dell’Europa occidentale».

Tutto o niente. Furono mesi di forti tensioni politiche, con proteste giovanili nei paesi europei, in parte genuine, in parte finanziate da Mosca. Si consolidò in quei mesi l’immagine del Reagan militarista, accompagnata dal facile parallelo con il suo passato di attore cowboy. Nel braccio di ferro con i russi, gli americani avevano dalla loro parte il riarmo che riequilibrava i rapporti di forza e la carta propagandistica dello scudo stellare, un progetto in realtà indefinito nelle sue coordinate tecniche, ma di straordinaria pressione psicologica.

L’aggravarsi dei problemi economici e sociali all’interno del blocco sovietico (l’esplosione di Solidarnosc in Polonia è del 1982) e la crisi politica e generazionale nella dirigenza del Cremlino resero il doppio binario americano più facilmente percorribile. Mentre Mosca ritardava il ricambio, bloccandosi sulle scelte degli ottuagenari Andropov e Cernenko, gli Usa recuperavano lo svantaggio strategico, sia sul piano militare che su quello industriale. La ripresa economica, favorita oltre che dall’industria militare da una società modellata sui criteri di liberalizzazione, concorrenza, innovazione tecnologica e produttività, capovolse in pochi anni i rapporti di forza e quando, infine, a Mosca emerse la figura del cinquantaquattrenne Mikhail Gorbaciov, la sfida si proponeva in termini del tutto diversi. Il fallimento della politica di confrontazione con l’America aveva prodotto anche un’ulteriore conseguenza: l’approccio puramente militaristico ai problemi della sicurezza sovietica. L’economia era entrata in una fase di recessione, le società comuniste in un’era di apatia. La guerra era perduta, si trattava ormai di negoziare un dignitoso armistizio.

«Il collo del comunismo è una vera e propria rivoluzione», racconta Tiziano Terzani in Buonanotte signor Lenin, un reportage in presa diretta dalle periferie asiatiche dell’impero del male in disfacimento «ma questa, stranamente, non ha nessuno dei drammi e dei ribaltoni che le rivoluzioni portano di solito con sé. È forse perché i fatti degli ultimi giorni sono la conclusione di un processo incominciato tanto tempo fa? È possibile che questa rivoluzione sia invisibile perché in verità non è avvenuta ora, perché il comunismo non è morto la settimana scorsa, ma è morto lentamente, a tappe? Questo comunismo cominciò a morire con la morte di Stalin, continuò a morire con il rapporto segreto di Chrusciov, e avanti, con frenate e accelerazioni, fino all’ascesa al potere di Gorbaciov e al suo editto di scioglimento del partito. Alla fine, il comunismo sovietico era come la cassetta col lucchetto di questo piccolo villaggio sull’Armur: c’era, ma dentro non conteneva più nulla». Anche la Cecoslovacchia comunista, che visitai due mesi prima della rivoluzione di velluto del novembre 1989, pareva un contenitore vuoto. Nelle strade e nei ristoranti, i signori del cambio in nero si facevano beffe dei tassi di cambio ufficiali, alimentando un’economia parallela che non aveva più alcun aggancio con quella legale. Al riparo di pub e locali, i giovani sperimentavano già una divertimenti modellati sugli standard occidentali. La povertà, la miseria e le lunghe file davanti ai negozi alimentari vuoti erano il risultato visibile di un’economia giunta allo sfascio e di una vita quotidiana di stenti. Solo la polizia incuteva ancora qualche timore, ma la società le era già sfuggita e quando l’autorità venne meno, sparì anche la paura, i cittadini abbandonarono le loro esistenze nel mondo della menzogna e ritornarono alla vita reale.

Ma nell’89 cecoslovacco o nel ’91 sovietico tutto questo era visibile e scontato, più difficile e meno scontato era pensarlo all’inizio degli anni Ottanta. Quando, già nel 1987, Ronald Reagan invitò Mikhail Gorbaciov a venire a Berlino e a tirare giù il Muro, i pacifisti sfilavano ancora per le strade e i commentatori lo presero per un pazzo. Era invece un visionario, che sapeva individuare le strategie concrete per rendere possibili quelle visioni.

Pubblicato su Charta Minuta