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BERLINO: IN CERCA DI UNA RONALD-REAGAN-STRAßE

Nel complesso rapporto che lega Berlino alla propria storia, fa caso a sé quello che la città ha con uno dei protagonisti che più di tutti ha inciso, e in positivo, sulle sue vicende. Oggi si celebrano i 100 anni dalla nascita di Ronald Reagan. Sotto le colonne della Porta di Brandeburgo ancora riecheggiano le parole che il presidente americano pronunciò durante la visita del 12 giugno 1987: «Mister Gorbachev, tiri giù questo Muro». Sembrava un azzardo, poco più di due anni dopo accadde per davvero. E quel giorno cambiò la storia del mondo, dell’Europa e, soprattutto, di Berlino.

A 20 anni dalla riunificazione tedesca e dal ritrovato ruolo di capitale della Germania, a 21 dalla caduta del Muro e a 23 dallo storico discorso sotto la quadriga, Berlino non si è ancora preoccupata di intitolare a Reagan una strada. Della proposta si è fatto carico, nei giorni di Natale, un quotidiano di tendenze progressiste come il Tagesspiegel, la cui linea editoriale non era certo vicina a quella del presidente conservatore. Eppure, Werner van Bebber che ha firmato l’articolo gli ha reso l’onore delle armi: «Uno non deve trovarlo simpatico per riconoscere che Reagan si è guadagnato riconoscimento e onore proprio qui. Nessun politico ha avuto una parte così grande nella caduta del Muro, nessun presidente e nessun cancelliere ha influito sull’erosione dell’Unione sovietica in maniera così chiara, diretta e inequivocabile come lui. Una Ronald Reagan-Straße è il minimo che gli si può dedicare».


Mentre quel giorno il presidente parlava, ai margini della zona riservata gruppi di dimostranti occidentali gli manifestavano contro: «Molti di loro ancora oggi credono che gli americani, e non i sovietici, avevano portato il mondo sull’orlo di una guerra atomica», ha proseguito il Tagesspiegel, «ma l’ex cancelliere Helmut Schmidt, oggi celebrato come un padre della patria e allora promotore della decisione di installare i missili Usa in Europa, potrebbe raccontare come andarono davvero le cose».

Schmidt è oggi una venerata coscienza critica del Paese. E Berlino ricorda più volentieri la visita storica di un altro presidente americano nel 1963, John Fitzgerald Kennedy, anche se l’ideatore della nuova frontiera arrivò due anni dopo che Ulbricht aveva alzato il Muro e pronunciò un discorso bello (il famoso «Ich bin ein Berliner») ma politicamente meno efficace. Lui, il nome stampato su una targa cittadina, se l’è comunque conquistato: John-Fitzgerald-Kennedy-Platz si trova proprio di fronte al balcone del municipio di Schöneberg, da cui pronunziò il discorso.

L’ostracismo verso Reagan, ha sostenuto il giornale, ha un retrogusto di Guerra Fredda: «Mise sotto pressione i sovietici perché solo incalzandoli poteva ottenere qualcosa, ma c’è chi ancora crede che avrebbe dovuto smobilitare, giacché per i pacifisti di allora un riarmo americano era da condannare a prescindere. L’impegno di Reagan per la libertà è invece già un motivo sufficiente per onorarlo con il titolo di una strada, soprattutto nella città in cui gli abitanti dell’est e dell’ovest hanno dato così tanto per raggiungere quella libertà».


Ma a Berlino la toponomastica urbana segue altri criteri. Ci fu consenso per eliminare da strade e piazze le testimonianze del comunismo, i nomi degli eroi di un movimento che aveva concluso in maniera poco onorevole la sua parabola, ma una volta completata l’opera di cancellazione non è mai stato chiaro dove si volesse andare. A un certo punto si è deciso che nel quartiere del centro, tutte le vie dovessero essere dedicate a personaggi femminili. «A Kreuzberg una strada è stata dedicata al leader della contestazione studentesca Rudi Dutschke», ha continuato van Bebber, «ed è stata una scelta appropriata per raccontare la storia di questo quartiere ribelle».

Ma non ci sono motivi ragionevoli per continuare a negare un riconoscimento a Reagan. E se i contestatori storcono il naso, il consiglio del Tagesspiegel è stato quello di prenderla con ironia: «Berlino è anche una capitale della cinematografia e nelle sue strade e piazze hanno trovato ospitalità attori meno talentuosi di Ronald Reagan, che al cinema fu un protagonista di seconda classe, a differenza della politica».

Pubblicato su Lettera 43