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ILHAM ALIYEV: IL PADRINO DI BAKU

A Baku il petrolio dà un po' alla testa. Non solo a chi qui sta da sempre, cioè alla famiglia Aliyev – quella che da un ventennio fa il bello e il cattivo tempo e ha inventato un modello tutto speciale che può essere definito come democrazia ereditaria – ma anche a chi ci arriva e deve mettersi a capire e raccontare quello che succede sulle sponde del Caspio. Un esempio per tutti, quello del chargé d’affaires Donald Lu, uno che nei dispacci per Washington pubblicati da Wikileaks ha descritto l’attuale capo di Stato come una sorta di Corleone double face, Michael fuori e Sonny dentro.

Giusto per capirsi: nel capolavoro hollywoodiano Michael Corleone (Al Pacino) è il figlio di Don Vito (Marlon Brando) e fratello di Santino (James Caan). Mentre il vecchio patriarca e Sonny verranno presi a pistolettate, a Michael toccherà la morte in solitudine a conclusione della saga. Il diplomatico americano non si è spinto certo a prevedere il futuro dell’Azerbaijan sul modello dell’asse Corleone-New York, ma il paragone con gli Aliyev, pur essendo esagerato come il petrolio e il gas che nel Paese abbondano, non è in fondo così lontano dalla realtà. Lu si è servito del mix Puzo-Coppola per descrivere la situazione a Baku dove il presidente sguazza tra petro-dollari e gas-rubli. 

Va ammesso, però, che in realtà l’acuta analisi non è solo il frutto di un debole per il cinema, ma ha anche una base geopolitica un po’ più solida, come quella fornita da John Hulsman e Wess Mitchell, che nel 2008 con The Godfather doctrine hanno rappresentato le differenti posizioni della politica estera statunitense prendendo a prestito i protagonisti de Il Padrino: il realismo (Michael), il neoconservativismo (Sonny) e il liberalistituzionalismo (Tom Hagen, Robert Duvall, il figlio adottivo). L’incaricato d’affari americano ha sottolineato che il paragone di Hulsman e Mitchell fosse applicabile anche a Ilham Aliyev e alla sua politica fuori dai confini azeri e in patria.

Un po’ come Michael, il presidente è sulla scacchiera internazionale alla ricerca di equilibri e di alleanze tra Washington e Mosca. Consapevole dei limiti del suo potere, sa distinguere il privato dagli affari. Un po’ come Santino, a casa propria è invece esuberante, impulsivo, e vede anche il business come una questione personale.

La scelta di spiegare gli Aliyev accostandoli ai Corleone ha il suo indubbio fascino, almeno per i lettori non direttamente coinvolti, e basta fare un minimo di storia per comprendere che l’Azerbaijian è un tassello fondamentale nella grande partita energetica mondiale e che i signori del Paese ne garantiscono l’imprescindibile stabilità.

Ilham è figlio di Heydar, presidente dal 1993 al 2003, in precedenza numero uno del partito comunista, storia comune a tutti i leader caucasici e centroasiatici arrivati al potere dopo il crollo dell’Urss (leggi gli scenari di Turkmenistan, Kirgizistan, Uzbekistan e Kazakistan). Nel 1994 (anno della firma del “contratto del secolo” che spalancò le porte agli investitori occidentali e sistemò per sempre la famiglia) era già vicepresidente della Socar, la compagnia energetica azera; quando nel 2003 il malandato padre diede le dimissioni nominandolo candidato indipendente alle elezioni presidenziali, si arrivò di fatto a un passaggio di consegne senza precedenti nello spazio post-sovietico. 

E che forse servirà da modello per le prossime transizioni in Kazakistan o Uzbekistan, senza contare i buoni esempi della culla della democrazia occidentale, gli Stati Uniti dove, sicuramente con altro stile e maniera, le dinastie Bush e Clinton hanno dominato la scena negli ultimi 20 anni. La verità è che chi gode di posizioni dominanti acquisite a vario titolo e merito - con il comune denominatore finale del denaro a disposizione - è difficile da scalzare. E così il 50enne Ilham ha di fronte un lungo futuro al vertice di quella che è formalmente una Repubblica e che in realtà assomiglia più a un regno.

D’altra parte anche Sonny, ha notato l’attento Donald Lu via Wikileaks, si rifiutava di concepire una New York in cui non dominassero i Corleone. C’è il piccolo particolare che Don Vito Santino finì massacrato dalle pallottole. Meglio allora un destino tranquillo alla Michael, magari a fianco della sua Kay. La moglie di Ilham è la conturbante Mehriban Pashayeva, rampolla di potente famiglia, finita sotto la lente del terribile Lu che l’ha descritta come una vera first lady anche in fatto di moda, con la tendenza a indossare vestiti che verrebbero considerati provocanti anche in Occidente. E il difetto di non avere una grande varietà di espressioni nel volto quando va in televisione o finisce sulle pagine dei giornali. Colpa della chirurgia estetica, parola di chargé d’affaires.

(Pubblicato su Lettera 43)