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LA SFIDA POSTINDUSTRIALE DELLA RUHR

Maledetto fu quel sabato. Maledetto fu quel 24 luglio, quando nel tunnel di Duisburg venne fatto imbottigliare il milione e più di giovani accorsi per celebrare la Loveparade. Doveva essere il momento clou delle manifestazioni che hanno cadenzato l’anno magico della Ruhr, quello in cui un’intera regione nominata capitale culturale d’Europa voleva mostrare al mondo la sua voglia di riscatto, vincere la scommessa di una faticosa riconversione industriale, approdare nell’immaginario collettivo europeo come la nuova Mecca dell’arte e della cultura.

Maledetto quel giorno, la pessima organizzazione, le false istruzioni che generarono il parapiglia: 21 giovani ci hanno lasciato la vita, da allora la vita nella Ruhr non è stata più la stessa. Tutto era cominciato sotto i fiocchi di neve di un gennaio gelido e tutto è finito a dicembre sotto lo stesso scenario, i tetti spioventi delle fabbriche imbiancati, i montacarichi rattrappiti dal ghiaccio, i nastri trasportatori imperlati di stalattiti, organizzatori e visitatori infagottati in cappotti pesanti. La cerimonia conclusiva si è svolta in un’atmosfera natalizia, all’ombra dei vecchi complessi minerari trasformati in palcoscenici artistici e della tragedia che ha proiettato Duisburg nella sciagurata classifica delle peggiori catastrofi tedesche.

Senza quel maledetto sabato, il bilancio sarebbe stato più che positivo. E a guardare le cifre, il numero dei visitatori, la successione degli eventi, le compagnie coinvolte, le mostre svolte, il rimpianto aumenta. Non era facile convincere tutti che un’intera regione, l’agglomerato più densamente popolato d’Europa, composto da 58 fra città e piccoli centri e 5 milioni di abitanti su una superficie di 4.500 chilometri quadrati, potesse accreditarsi come nuovo centro culturale del Continente. La scommessa della Ruhr, lasciarsi alle spalle una tradizione industriale e mineraria ormai tramontata per abbracciare quell’araba fenice rappresentata da tecnologia e cultura, fantasia e creatività, è ancora tutta quanta da giocare. Ha avuto successo altrove, in realtà dalla storia simile: Newcastle e Liverpool, ad esempio, hanno ritrovato ragioni e splendore proprio compiendo un simile salto mortale. Ma si tratta di singole città, qui la sfida abbraccia un’intera regione.

Appoggiati sulle balaustre del porto fluviale di Duisburg, non tanto lontani dal tunnel della strage, la magia ha ancora un suo effetto. Le banchine rimesse a nuovo, impreziosite dalla pavimentazione coi sampietrini e bei lampioni, i caffè e i ristoranti alla moda con le luci colorate, i vasi di gerani appesi ai davanzali e, soprattutto, l’aria pulita e fresca che viene dal fiume: qui, fino a tre decenni fa, dovevi camminare con il fazzoletto sul naso per non sentire il puzzo dei fumi industriali e ripararti da una foschia densa, fatta di smog e umido, che annebbiava la vista e arrossava la gola. Trenta chilometri più a est, poco fuori Gelsenkirchen, Florian Matzner mostra lo stato di avanzamento dei lavori di riqualificazione dell’area lungo l’Emscher, il fiume che scorre attraverso la regione e che per anni è stato il collettore fognario di ogni immaginabile scarico industriale. Il progetto complessivo si chiama Emscher Park: «È un gigantesco sforzo di riqualificazione ambientale – racconta Matzner – articolato in vari punti di intervento, dalla realizzazione di un parco paesaggistico al riassetto del sistema idrogeologico, dal recupero delle strutture industriali da destinare a nuove attività della cosiddetta economia creativa all’invenzione di strutture ricettive eco-compatibili». La Ruhr ha costruito la propria ricchezza aggredendo la natura con il più inquinante dei modelli industriali, poi le fabbriche l’hanno tradita e ora cerca il futuro tornando al passato. La struttura che Matzner mostra con tanto orgoglio è un rifugio di legno immerso nel verde, il primo di un gruppo di bungalov che spera di ospitare appassionati di trekking ed ecologisti: «Qui siamo nel mezzo di un circuito ciclabile di 30 chilometri, lungo il quale è già possibile pedalare alla scoperta del più straordinario parco di archeologia industriale della Germania, e sotto il ponte di legno tornerà a scorrere l’acqua del fiume». Il progetto è ambizioso, prevede la ridefinizione del tessuto urbano delle cittadine che si susseguono lungo l’Emscher, la creazione di musei e la riconversione delle vecchie fabbriche in centri culturali e sedi di nuove aziende tecnologiche: «Stiamo creando città sociali, luoghi dove sarà possibile incontrarsi e socializzare, molte di queste cittadine sono state costruite come dormitoi per gli operai, in molti casi mancano addirittura le piazze».

Insomma, le infrastrutture ci sono e anche la volontà dei politici. Viaggiando nella Ruhr, colpisce il fatto che si tratti davvero di una unica grande metropoli, le città e i paesi si susseguono senza soluzione di continuità, per capire che si passa da un borgo all’altro devi fare attenzione ai cartelli stradali. La rivalità è stata sempre la caratteristica principale. Lo vedi dal calcio, che qui è una vera e propria religione. Nessuna regione ha così tante squadre sparse tra prima e seconda Bundesliga, ogni campanile ha i suoi colori e i suoi tifosi, il sabato pomeriggio (giorno delle partite) tutto tace e la colonna sonora è formata dai cori degli stadi o dalle cronache delle radioline. Oggi, dalle telecronache di Sky, arrivata anche qui a dominare la passione per il Fußball.

La politica era lo specchio di questa competizione. «È stato difficile mettere tutti attorno a un tavolo, comuni e partiti che fino ad ora non avevano mai pensato seriamente che dalla crisi dell’industria si poteva uscire soltanto unendo le forze», dice Fritz Pleitgen, che del comitato organizzatore di Ruhr 2010 è stato il Deus ex Machina. Una personalità carismatica, ex inviato della rete pubblica Wdr, ha girato tutto il mondo prima di accettare, a conclusione della sua carriera, la sfida a casa propria. «Ma poi tutti hanno colto questa occasione storica – prosegue – comprendendo che il destino è comune e lavorando all’unisono, destra e sinistra, comuni e regione, è possibile ottenere risultati». Di ottimismo ce ne vuole, il difficile arriva ora che la festa è passata, che le telecamere si spengono e che l’attenzione dell’Europa si sposta altrove.

Pleitgen parla all’ombra del simbolo della Ruhr, la miniera di carbone dello Zollverein alla periferia di Essen, con la sua torre biassiale entrata a far parte del patrimonio dell’Unesco. È un capolavoro della cultura industriale che unisce estetica e funzionalità dettate dai principi costruttivi del Bauhaus. È stata la più grande e moderna miniera del mondo, pompava carbone già da 100 anni quando nel 1932 venne inaugurato il pozzo numero 12, l’avvenieristico agglomerato estrattivo. Toccò la massima produzione negli anni Sessanta, poi un lento e inesorabile declino. I motori vennero spenti gradualmente tra il 1986 e il 1993, migliaia di operai finirono per strada e l’intero complesso andò sotto tutela. «Ci rimane la lezione della sua modernità – conclude Pleitgen – l’idea che innovazione significa stare al passo coi tempi, anticiparli se possibile, rischiare, cercare nuove strade, oggi dobbiamo abbracciare la sfida della cultura e dell’industria creativa». Negli androni della vecchia miniera convivono nuove realtà industriali, come la centrale di energia solare, e decine di laboratori artistici e fotografici, centri di produzione teatrale, studi musicali, atelier di pittori e, ovviamente, musei: «Sono i giovani il carburante di questa scommessa e quest’anno abbiamo quasi avuto gli stessi lavoratori che c’erano ai tempi della miniera». Anche qui la domanda è la stessa: finirà tutto con il 2010 o la svolta è davvero iniziata?

«Noi ce la stiamo mettendo tutta – dice Frie Leysen, energica direttrice del Theater der Welt, giunta appositamente a Essen dal Belgio – ma non possiamo risolvere tutti i problemi della Ruhr. Possiamo dare un impulso, creare una scossa elettrica, mettere i problemi locali in un contesto più ampio, far conoscere come realtà simili hanno vissuto la transizione all’epoca post-industriale e creare le condizioni perché qui ci si muova sulla stessa linea». Il Theater der Welt ha l’ambizione di sprovincializzare l’ambiente locale: «Qui prevale la tendenza al vittimismo, si rimpiangono i tempi passati. Noi abbiamo tentato di portare sulla scena realtà teatrali di altri paesi, aria nuova e fresca in una scena culturale ancora troppo chiusa, ma bisognerà vedere cosa accadrà da domani. Le potenzialità ci sono, i giovani non hanno più in testa la fabbrica, si impegnano nei nuovi campi artistici e la cultura può essere una parte della soluzione dei problemi. Qui si è molto investito nelle strutture, nel mattone, meno sui contenuti. C’è tanto da fare per riempire gli spazi vuoti e creare nuova economia e ci vuole tempo, pazienza e perseveranza. L’arte da sé non risolve i problemi, semmai li rappresenta. Tocca ai politici e agli imprenditori fare in modo che la produzione culturale generi ricchezza».

Bernd Fesel è la persona più adatta per chiarirsi le idee. È il direttore dell’Ecce, un centro europeo per l’economia creativa e da anni si cimenta con questa nuova branca. «Sembrano progetti immateriali – esordisce – ma se guardiamo le cifre, gli impiegati in questi nuovi settori sono già oggi più dei lavoratori nell’auto o in agricoltura». Difficile fissare i confini, si va dall’intermediazione per gli immobili alla produzione di design, dal settore cinematografico a quello musicale, dalle imprese ad alto contenuto tecnologico ai media, dalla gastronomia al turismo. «Si può dire che c’è economia creativa laddove c’è una idea innovativa e anche la realizzazione in serie di nuovi prodotti può rientrare in questa branca: le automobili elettriche, per esempio». Alcuni settori sembrano particolarmente adatti ad attecchire in aree come questa, con alta disoccupazione e forte presenza di immigrati: «Prendete la musica o il cinema – dice Fesel – non è necessario avere compiuto studi approfonditi per dimostrare un grande talento, la formazione può avvenire in un secondo momento. E fra Oberhausen e Duisburg, in quartieri a forte immigrazione, si sono insediate aziende di produzione che hanno attirato giovani che non immaginavano di poter suonare e recitare. Nella stessa area sono nate e cresciute 10 piccole imprese di moda gestite da stranieri, che realizzano vestiti da sposa per le ragazze turche. E da 6 anni, la tendenza demografica si è invertita, i giovani arrivano e non vanno più via».

L’economia creativa si sviluppa là, dove un modello finisce e se ne vuole inventare un altro. La sida della Ruhr non è diversa da quella di tante altre aree geografiche dell’occidente industrializzato ma la si può vincere solo se tutti ci credono. Anne gestisce da anni un piccolo chiosco (qui li chiamano Bude e sono un’istituzione) che vende di tutto nel centro di Essen: giornali, riviste, dolci fatti in casa, caffè e succhi, würstel e sciarpe della locale squadra di calcio. «Quest’anno ho messo in vetrina anche i souvenir della zona, oggetti artigianali realizzati dai tanti laboratori aperti nelle vie vicine. Li ho venduti tutti, sono arrivati tanti turisti». È ottimista: «Se sono venuti quest’anno, perché non dovrebbero tornare?». Solo una cosa non tornerà più, la Loveparade, l’ombra più malinconica di questo anno speciale.

Pubblicato su Lettera 43.