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ALLA GEORGIA PIACE ITALIANO

Questione di qualche metro, ma la differenza c’è: la megavilla costruita da Skin Takamatsu è più in alto del gigantesco palazzo eretto da Michele De Lucchi. E si sussurra che l’inquilino di quest’ultimo ci sia rimasto un po’ male. Il potere è anche una faccenda simbolica. Soprattutto a Tbilisi, capitale della Georgia. Qui, nel lembo di Caucaso strattonato tra Russia e Occidente dove il grande gioco tra Mosca e Washington è sfociato due anni fa nelle bombe su Tskhinvali e nell’indipendenza di Ossezia del Sud e Abkhazia, capita che i migliori architetti del mondo si mettano al servizio dei potenti della politica e dell’economia ingaggiando uno scontro a distanza che sta cambiando la faccia alla metropoli georgiana.

E così, se l’italiano De Lucchi è l’artefice del nuovo palazzo presidenziale di Mikhail Saakashvili sulla collina a nord che domina Tbilisi, sul versante meridionale sopra la città vecchia il giapponese Takamatsu ha piazzato, strategicamente un poco più in su, il gioiello voluto da Bidsina "Boris” Ivanashvili, il numero uno degli oligarchi georgiani. Quasi un affronto per il capo dello Stato che, pur non essendo ovviamente il proprietario del mastodontico edificio che con la cupola in vetro ricorda il Reichstag di Berlino firmato da Norman Foster, si considera qualcosa di più di un inquilino temporaneo.

La Rivoluzione delle Rose che nel 2003 lo ha condotto al potere costringendo il vecchio presidente Eduard Shevardnaze ad andarsene prematuramente in pensione, è ormai solo un ricordo: l’opposizione a Tbilisi ha parlato di «putinizzazione della Georgia». L’uomo solo al comando è Mikhail detto Misha, che se da un lato ha fatto del Paese una specie di Singapore caucasica attirando investitori da mezzo mondo, dall’altro non ha saputo controllare la sua mania di grandezza, dall’arte della guerra alle visioni architettoniche.

Se pestando però i piedi al Cremlino e seguendo un binario troppo filoamericano (Tbilisi è probabilmente l’unica capitale tra il Mediterraneo e il Pacifico che sfoggia con orgoglio una via intitolata a George W. Bush) si è cacciato in grossi guai, la scelta affidare a De Lucchi il rimodellamento dello skyline della capitale sembra essere senz’altro migliore. Se il designer ferrarese è stato infatti sconfitto per qualche metro da Takamatsu, sono sue le opere che stanno dando un tocco d’italianità all’ex Repubblica sovietica. Saakashvili ha voluto infatti De Lucchi non solo per il palazzo presidenziale, ma gli ha affidato anche molto altro.

L’architetto italiano ha così firmato il Ponte della Pace e il ministero degli Interni, due blocchi armonici che rappresentano il cervello e i muscoli dell’amministrazione presidenziale. Come ha scritto il giornalista Georgi Lomsadze pare che a progetto finito De Lucchi abbia in premio la cittadinanza onoraria georgiana. Ma non finisce qui. Mikhail ha spedito Michele a Batumi, sulle rive del Mar Nero, dove capitali georgiani e stranieri cercano di trasformare una città bruttina in una perla del turismo del terzo millennio. Compito improbo, ma ci si dà da fare, e tra casinò e hotel di lusso salterà fuori una sorta di Las Vegas on the Black Sea anche per la gioia dei vicini turchi, cui basta un passo per varcare il confine e arrivare nel nuovo paradiso georgiano.

A Batumi, De Lucchi sta costruendo il nuovo Radisson Blu e lo scorso novembre è iniziato il progetto di Italia Casa, complesso di appartamenti di lusso del costo di 6 milioni di lari (più o meno 2 milioni e mezzo di euro). Gli affari italiani in Georgia vanno insomma a gonfie vele. In realtà l’esempio di De Lucchi è un’eccezione, visto che i grandi investitori, non solo nel settore immobiliare, provengono soprattutto da Oltreoceano, dagli Emirati Arabi e dall’Europa (dall’Olanda sino alla Turchia passando ovviamente anche per la Russia). L’Italia, salvo fatto il rapporto confidenziale tra i due Misha, non ha ancora scoperto Tbilisi e dintorni.

La Georgia nella classifica di Doing Business stilata dalla Banca mondiale è ormai da anni stabilmente ai vertici: in quella del 2010 è la prima tra le regioni tra l’Europa orientale e l’Asia centrale e nella classifica rispetto alla popolazione è settima davanti all’irraggiungibile Singapore e davanti a Finlandia e Norvegia. Merito del superliberalizzatore Saakashvili, che almeno in questo è riuscito a far convergere le opinioni di governo e opposizione, insistendo sull’importanza di dare la precedenza agli investimenti dall’estero senza i quali il Paese sprofonderebbe nel baratro.

Nella capitale abita oggi oltre il 30% degli abitanti del Paese, quasi 1 milione e mezzo, dato che dopo la guerra del 2008 con la Russia decine di migliaia di rifugiati o sono finiti nei campi profughi o sono arrivati qui, grazie anche ai 15 mila dollari che il governo ha garantito ai senzatetto.
Meglio cercare fortuna a Tbilisi che tentare di ricostruirsi una vita in un villaggio in Ossezia del Sud o in Abkhazia. A questi poco interessa chi ha costruito il palazzo presidenziale un po’ kitsch o il villone con eliporto di Ivanashvili: come tutti i georgiani, soprattutto quelli che vivono nelle province ancora abbandonate a loro stesse e lontane dal big business (un terzo della popolazione vive sotto la soglia di povertà), aspirano solo a risalire la china e ad assicurarsi un futuro di pace. Senza gli eccessi di Saakashvili.

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(Pubblicato su Lettera43)