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AKHMETOV, ACCIAIO E PALLONE

La statua del fondatore della città, John Hughes, se ne sta a poche centinaia di metri dal nuovo simbolo della metropoli del Donbass, l’arena che il padre padrone di Donetsk Rinat Leonidovich Akhmetov ha regalato l’anno scorso a se stesso e ai suoi concittadini, stadio gioiello che ospiterà nel giugno 2012 una delle due semifinali dei prossimi Campionati europei di calcio. Siamo nel profondo est dell’Ucraina, a un passo dal Mar Nero e a uno dal confine russo, terra dura e lontana in cui il gallese Hughes per contorte connection britannico-zariste arrivò a costruire nel 1869 una fabbrica metallurgica.

Prima Juzovka (dalla russificazione di Hughes), poi Stalino (non dal nome del Piccolo Padre, ma da russo stal, acciaio), ora più semplicemente Donetsk (Donets, il piccolo Don che scorre nei pressi), domani magari Akhmetovgrad o qualcosa del genere: perché qui tutto gira intorno all’oligarca locale. Dove locale significa anche nazionale ed europeo. Rinat Akmetov è infatti l’uomo più ricco d’Ucraina, uno di quelli che se la passa meglio nel Vecchio Continente e che anche a livello planetario non sta malaccio, piazzandosi secondo la classifica 2010 di Forbes alla posizione numero 148, con un patrimonio personale netto di 5,2 miliardi di dollari.
La metà di Silvio Berlusconi, ma non certo bruscolini. Nel 2008 è arrivato persino al top europeo, superando il patron dell’Ikea Ivan Kamprad con un totale di 31,1 miliardi di dollari. Poi è giunta la crisi. Che per un global player come Rinat Leondovich è stata pesante, ma non l’ha ridotto certo alla fame. E così la risalita è già cominciata, partendo come ovvio da Donetsk.

Verde d’estate e grigia d’inverno, ma sempre linda e ordinata, nel 1970 è stata riconosciuta dall’Unesco come la più pulita città industriale del mondo, non offre più l’odore denso del carbone delle miniere ora chiuse a pochi passi dalle vie centrali, ma quello più intrigante dei soldi. Lenin sulla piazza centrale guarda McDonald’s e dà le spalle al Donbass Palace, l’hotel di extra lusso di proprietà naturalmente di Akhmetov.

Passato e presente convivono senza urtarsi. Se non esteticamente. Intorno, tra palazzacci sovietici, crescono gli altri alberghi che fra meno di due anni dovranno ospitare i tifosi degli Europei. E non è un caso che il calcio sia arrivato sin qui, insieme con i sospetti, subito rimandati al mittente, che qualche bustarella sia scivolata quando l’Uefa ha assegnato i Campionati all’inedita coppia Ucraina-Polonia, preferita di un soffio all’Italia.

Nel 1996 Ahkmetov si è comprato lo Shaktar, unendo passione e affari applicando un modello quasi berlusconiano, portando la squadra a vincere la coppa Uefa nel 2008. E che interessa se chi indossa le brillanti casacche nero-arancioni sono in larga parte legionari brasiliani tanto bravi quanto sconosciuti e il tecnico è un geniale rumeno con passato pure italiano, Mircea Lucescu? Lo Shaktar è in fondo una multinazionale che ha condotto il calcio ucraino e Donetsk sul palcoscenico internazionale. Chapeau e tanto basta. È questo che conta per Akhmetov, che con la sua holding Smc (System Capital Management) si occupa oggi non solo di tubi e miniere, ma di banche, assicurazioni, televisioni e giornali e altro ancora.

A nemmeno 45 anni (è nato nel settembre 1966), Rinat Leonidovich può permettersi di tenere adesso un basso profilo, fare un po’ il filantropo e addirittura far finta di interessarsi meno della politica. Ma non è sempre stato così. Come il suo predecessore ora colato in metallo, Akmetov ha fatto la fortuna con l’acciaio e il carbone, sfruttando le turbolenze delle privatizzazioni selvagge nella fase di transizione dopo l’indipendenza ucraina da Mosca nel 1991. Periodo oscuro da cui è emersa tutta la nuova oligarchia del Paese. Intelligenza, intuito, malizia, qualcuno dice qualcosa in più, ma i link opachi si fan presto dimenticare, hanno portato in pochi anni il giovane figlio di un minatore di origine tatara a essere uno degli uomini più potenti nella ex repubblica sovietica. Ad averlo aiutato i buoni contatti con il presidente Leonid Kuchma e Victor Yanukovich, che ha sostenuto apertamente nel 2004 quando è stato invece il rivale Victor Yushchenko a trionfare con la Rivoluzione arancione. Un incidente di percorso, visto come sono andate le cose.

Da Donetsk Akhmetov è giunto a Kiev, entrando nel 2006 per la prima volta alla Verkhovna Rada, il Parlamento ucraino, candidato per il Partito delle regioni, quello di Yanukovich. Era il periodo in cui gli oligarchi s’impegnavano direttamente nell’arena e in cui le lotte tra Yushchenko e l’eroina dalle bionde trecce Yulia Tymoshenko non erano certo ideologiche, ma corse spietate per accaparrarsi la fetta più grande della torta. Guerre in cui non si fanno prigionieri.

Quando Yanukovich nel febbraio 2010 ha conquistato la poltrona presidenziale, Yushchenko è tracollato e la Tymoshenko ha pianto dopo il ballottaggio. Rinat Leonidovich, invece, ha sorriso. Ancor più quando un paio di mesi dopo lo Shaktar ha conquistato lo scudetto ai danni dei rivali della Dinamo Kiev. Dal famoso monumento alla Donbass Arena, sorta vicino al parco che ricorda la vittoria sovietica sul nazismo, è una passeggiata di nemmeno10 minuti: 140 anni di storia condensati, dagli zar alla fine dell’Urss e ai giorni nostri, da Hughes ad Akhmetov. Il comune denominatore tra i due personaggi è quello del business metallurgico, che il secondo ha declinato alla perfezione sino alla politica e al pallone. Seguendo copione non solo ucraino.

(Pubblicato su Lettera43)