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L’EUROPA E IL DUBBIO TEDESCO

Jean-Claude Juncker è noto per essere uno dei politici europei di maggior esperienza ed equilibrio e un estimatore del ruolo che la Germania ha avuto, dal dopoguerra a oggi, nel consolidare il progetto di integrazione europea. Qualche anno fa, lui lussemburghese, rintuzzò le aggressioni verbali dell’ex premier polacco Jaroslav Kaczynski contro il presunto revanscismo di Angela Merkel, affermando che ogni paese europeo avrebbe voluto avere un vicino come la Germania odierna.

Adesso sembra aver cambiato idea. E le feroci accuse lanciate in un’intervista al settimanale Die Zeit proprio all’indirizzo della cancelliera, aprono un nuovo capitolo nel dibattito sugli eurobond, proposti da Juncker in qualità di capo dell’Eurogruppo e dal ministro delle Finanze italiano Giulio Tremonti in un articolo sul Financial Times. «La Germania ragiona in maniera un po’ troppo semplicistica – ha detto il premier lussemburghese al settimanale diretto dall’italo-tedesco Giovanni Di Lorenzo – rifiutando la nostra proposta senza neppure averla studiata per bene». Parole dure, atipiche sulla bocca di un appassionato europeista. «Mi meraviglio assai – ha proseguito – di questo modo di edificare tabù nel dibattito europeo senza volersi neppure confrontare con le idee degli altri». Quindi l’affondo: «Il governo tedesco dimostra di risolvere le negoziazioni europee attraverso maniere tutt’altro che europee».

Secondo Juncker e Tremonti gli eurobond dovrebbero consentire di condividere i rischi legati al debito pubblico nella zona euro, e quindi di alleggerire la pressione sui paesi in difficoltà finanziarie. Dovrebbero rappresentare un’arma stabile contro le crisi e rassicurare i mercati sull’irreversibilità della moneta unica. Una proposta che aveva raccolto il giudizio positivo del governo portoghese e l’attenzione degli altri paesi investiti dalla crisi di questi mesi. La Merkel invece si è subito opposta, sostenendo che l'idea sia contraria ai principi fondatori europei, secondo cui ogni paese deve restare responsabile della propria politica finanziaria ed economica. Nient’affatto, ribatte Juncker, «la nostra proposta non mira a realizzare tassi d’interesse comuni, come sostiene il governo di Berlino, ma punta a proiettare una parte dei debiti nazionali a livello europeo e trattarli con obbligazioni continentali. Sulla quota più grande dei debiti continuerebbero ad essere pagati tassi d’interesse nazionali». Che una tale proposta abbia incontrato immediatamente un’aspra resistenza in Germania è dovuto al fatto che si è regito senza andare a guardare dietro l’apparenza.

Angela Merkel vive un momento delicato sul fronte europeo, dove si moltiplicano le critiche alle posizioni prese dal suo paese nei confronti della crisi che investe molti paesi. Lo stesso Juncker, sulle pagine di un altro settimanale tedesco, aveva già espresso le proprie perplessità, affermando di essere preoccupato «dal fatto che la Germania vada lentamente perdendo di vista il bene comune dell’Europa». Berlino ha fatto del proprio europeismo uno dei punti centrali del rinnovato protagonismo in politica estera, ma negli ultimi tempi molti osservatori l’accusano di aver abdicato al ruolo di garante degli equilibri continentali e di aver accelerato nel perseguire i propi interessi nazionali.

Un’accusa da cui il governo prova a smarcarsi. Appena si sono diffuse le anticipazioni dell’intervista a Juncker, il portavoce dell’esecutivo Steffen Seibert ha ribattuto: «A nostro parere non aiuta l'Europa il fatto che i suoi membri si descrivano l'un l'altro come anti europei. Sappiamo che i mercati prendono nota di questi toni». Seibert difende il governo: «La proposta di lanciare gli eurobond non sia poi così nuova e originale e sia stata già valutata con molta serietà dagli esperti tedeschi». Essa aprirebbe non solo problemi di natura economica ma anche di diritto, come modifiche fondamentali ai trattati europei – prosegue il portavoce facendo anche eco alle posizioni espresse dal ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble – e spingerebbe gli Stati membri ad abbandonare la strada maestra della disciplina dei bilanci.

«I mercati ci osservano – conclude Seibert – e prendono nota dei contrasti pubblici all’interno dell’Unione. La Germania non ha comunque alcuna intenzione di muoversi dalla sua posizione e non lo farà neppure nel vertice Ue in programma la prossima settimana». Ma i toni del confronto rischiano di lasciare poco spazio ai tentativi di mediazione.