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IL PICCOLO GUILLAME DI WESTERWELLE

In Germania ha fatto più danni l’ondata di gelo e di neve che si è abbattuta sul Paese negli ultimi giorni che la valanga di indiscrezioni prodotta da WikiLeaks. Resterà alle cronache la trasformazione di Angela Merkel da lady di ferro a lady di teflon, o i giudizi non entusiasmanti sull’inesperto e aggressivo Guido Westerwelle, o ancora l’impressione negativa sulla tenuta del governo di centrodestra. Ma, insomma, nulla che non fosse possibile esprimere bazzicando il quartiere politico di Berlino. Una buona lettura mattutina della stampa e il lavoro dei diplomatici, nella nuova ambasciata americana sulla Pariser Platz, è bello che espletato.

Forse, bisognerà attendere ancora un po’, per vedere se dal cilindro di Assange uscirà qualcosa di più scottante, magari sui rapporti fra l’ex cancelliere Gerhard Schröder e Vladimir Putin, ai tempi del patto per North Stream, il gasdotto di Gazprom che porterà fra breve il gas russo direttamente in Germania passando sotto le acque del Mar Baltico, vista la preoccupazione di Washington per i legami che nel campo energetico legano gli alleati europei a Mosca. Ma per il resto poca roba. Tranne per un caso: lo spionaggio dall’interno dell’Fdp sui contenuti degli incontri preparatori alla formazione del nuovo governo, con tanto di minute, osservazioni, rapporti originali.

Anche qui, non si tratta di documenti coperti da un segreto di Stato e neppure particolarmente sensibili. Ma nel Paese che negli anni della Guerra Fredda ha rappresentato la frontiera fra due mondi inconciliabili, dove i servizi di sicurezza di tutto il globo hanno scorazzato inseguendosi e combattendosi e che nel 1974 visse la fine politica di Willy Brandt per mano di Günter Guillame, la spia della Stasi che riuscì a diventare il suo braccio destro spifferando alla Ddr i segreti della Germania occidentale, la vicenda ha destato impressione e allarme.

Dopo 5 giorni di ricerche, il nome di quello che nei dispacci rivelati da WikiLeaks l’ambasciatore americano Philip Murphy definiva «giovane emergente esponente dell’Fdp», il partito liberale guidato proprio dal ministro degli Esteri, è saltato fuori. Si tratta di Helmut Metzner, 41 anni, alla guida dell’ufficio di presidenza di Guido Westerwelle nella sede centrale dell’Fdp. Giovane, ambizioso, con una passione per il mondo anglosassone e, da qualche tempo, asceso nel cuore del potere politico berlinese.

Con una laurea in Storia in tasca, entra nell’orbita del partito nel 1999, lavorando nella sede di Potsdam della fondazione dell’Fdp Friedrich Naumann. Nel 2004 viene promosso ai piani alti: si trasferisce a Berlino dove dirige a soli 35 anni il dipartimento di strategie elettorali sotto l’ala di Dirk Niebel, allora segretario generale e oggi ministro per la Cooperazione e lo Sviluppo. Da quel momento, ha accesso alle sedute che contano, dove si elaborano le linee programmatiche e gli scontri si svolgono al riparo di orecchie indiscrete. Segue e partecipa ai dibattiti, conosce tutti gli Arcana Imperii di un partito allora ancora all’opposizione ma in crescita nei sondaggi. Alle elezioni del 2009, l’Fdp stravince e ottiene il miglior risultato di tutti i tempi: un 13% che risulta determinante per permettere ad Angela Merkel di chiudere la stagione emergenziale della Grosse Koalition e formare un governo organico di centrodestra. Come ai tempi di Helmut Kohl.

A Westerwelle toccano la vice cancelleria e il ministero degli Esteri. All’Auswärtiges Amt, la Farnesina tedesca, porta con sé il suo braccio destro Martin Biesel, promuovendolo sottosegretario. E per l’ambizioso Helmut Metzner si aprono le porte della direzione dell’ufficio di Westerwelle al partito. In tale veste, segue e stenografa tutti i colloqui fra Cdu, Csu e Fdp per la formazione del nuovo governo: discussioni, strategie, scontri. Metzner ascolta, prende nota, compila i resoconti, si fa un’idea personale dei futuri ministri. E spiffera tutto all’ambasciatore americano. Niente di straordinario, in verità, le sue osservazioni si ritrovavano in quei giorni nei chiacchiericci di ogni cocktail-party berlinese, in cui giornalisti e politici si scambiavano impressioni sull’andamento delle trattative. Ma questo è anche il problema delle rivelazioni di WikiLeaks, o almeno della maggior parte di esse.

A Mertzner, comunque, sono costate il posto. E forse la carriera. Westerwelle lo ha destinato ad altro incarico, ancora tutto da stabilire. «Non ha rivelato alcun segreto confidenziale – ha detto il vice cancelliere – e dunque non ci sono gli estremi per una citazione in giudizio». Ma certo, con i suoi giudizi espressi all’ambasciatore americano non ha contribuito a migliorare l’immagine del suo ministro e capo partito. Nel curriculum di Mertzner si legge una frase che dovrebbe rappresentare una sorta di guida nella sua spericolata ascesa al potere: «Chi vuol fare chicchirichì, deve anche produrre le uova». Questa volta, però, le uova si sono rotte.

Pubblicato su Lettera 43