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RITORNO DI FIAMME NEL CAUCASO

A quasi vent’anni dalla dissoluzione dell’Urss i rapporti tra Mosca e le ex repubbliche caucasiche dell’Impero segnano un ritorno di fiamma. Anzi di fiamme. Da quelle dei cannoni che hanno tuonato nella guerra dei cinque giorni nel 2008 in Georgia e di quelli che nella base armena di Gyumri rimarranno sino al 2044, a quelle del gas azero che Gazprom acquisterà in maggior quantità, dando un altro colpetto a tutti coloro che continuano a voler puntare sul Nabucco.

La Russia, che durante il decennio eltsiniano è stata costretta a preoccuparsi più dei problemi interni che di quello che ha sempre considerato il suo giardino, è tornata con Putin ad essere protagonista nella regione, area strategica e fulcro del Grande gioco che tra Caspio e Pamir vede le potenze del nuovo ordine mondiale impegnate nella lotta per imporre la propria influenza. Se in Asia Centrale Pechino si è inserita come terzo imponente attore, in Caucaso la partita è sostanzialmente a due, tra Mosca e Washington.

Georgia, Armenia e Azerbaijan, tagliato il cordone ombelicale che le ha legate alla madrepatria sino al 1991, hanno tentato negli ultimi vent’anni di trovare un equilibrio interno e sulla scacchiera internazionale con alterni risultati. Tra sanguinosi conflitti interetnici - la maggior parte ancora irrisolti - spinte centrifughe, cambiamenti di regime pilotati, instaurazione di democrazie dinastiche, le tre repubbliche caucasiche sono ancora stiracchiate da Est a Ovest e costrette a barattare la propria indipendenza sulla tavola del new great game.

La Georgia è l’esempio più evidente. Dopo il periodo di Shevardnaze, in cui la stagnazione ha significato quantomeno assenza di conflitti, il governo Saakashvili ha condotto al rimescolamento della carte. Tbilisi si è allontanata dopo la Rivoluzione delle rose da Mosca e ha sposato l’America di Bush. Il nuovo presidente sperava di mettersi al riparo di Washington e poter regolare con la forza la questione delle regioni separatiste, ma ha fatto i conti senza l’oste del Cremlino.

Ha scritto Mauro de Bonis più di un anno fa, nel primo anniversario della guerra d’agosto: “Le due regioni georgiane dell’Ossezia del Sud e dell’Abkhazia, che dalla caduta dell’Unione Sovietica combattono per svincolarsi da Tbilisi, si dichiarano paesi indipendenti. La Russia ne riconosce il nuovo status, il resto della comunità internazionale, ad eccezione del Nicaragua, continua a considerarle parte integrante della Georgia. La Russia, che di fatto già controlla e sovvenziona i due territori, ne resta l’unico protettore. La Georgia che aspira ad entrare nella Nato e nell’Unione Europea non deve tornare unita. I due focolai di tensione rappresentati dalle due regioni separatiste devono rimanere accesi. Solo così Mosca potrà ritardare l’arrivo del giorno in cui i carri armati dell’Alleanza Atlantica potranno scorrazzare liberi nel paese ex-sovietico. Solo non mollando la presa su quel paese il Cremlino riuscirà a non perdere influenza in una regione così importante a livello strategico ed energetico come quella sud caucasica”.

A Tbilisi sanno bene che i russi non se ne andranno né presto né tanto facilmente da Tskhinvali e Sukhumi. Mosca lega sempre più le regioni separatiste e non vuole trattare con Saakashvili, che resterà in carica sino al 2013, salvo imprevisti. Poi si vedrà. Washington continua a supportare la Georgia e vuole che Mosca molli la presa, ma è un dialogo tra sordi. Anche perché il diritto internazionale è carta straccia e i precedenti non incoraggiano - dal Kosovo a Cipro, entrato nell’Unione Europea pur essendo occupato militarmente addirittura da un membro della Nato, la Turchia, la sola che riconosce la Repubblica di Cipro Nord.

La Georgia rimane per ora appesa ai capricci di Saakashvili, il presidente che non vuole mollare il potere ed è accusato dall’opposizione di “putinizzare” il paese (modifica della Costituzione con passaggio da un sistema presidenziale a uno parlamentare in cui il futuro primo ministro avrà più poteri del capo dello Stato). A Tbilisi c’è però chi ha una posizione pragmatica ed è per la normalizzazione dei rapporti con la Federazione Russa, consapevole di dover scegliere una via autonoma, al di là degli interessi sulla scacchiera geopolitica internazionale di Mosca e Washington per risolvere i propri problemi e imboccare la strada dell’Europa. Il percorso è però ancora lungo.

In Armenia le cose sono un po’ più semplici. Nel senso che con il conflitto congelato nel Nagorno Karabach e il prolungamento della permanenza delle forze armate russe nella base di Gyumri sino al 2044 Mosca ha messo una grossa ipoteca sull’alleanza con Erevan per i prossimi decenni. Se la Georgia di Saakashvili vuole la Nato, l’Armenia di Sargsyan non ha troppo potere per trattare con il Cremlino. Le difficoltà storiche con Azerbaijan e Turchia appiattiscono per forza di cose la posizione armena su quelle russe.

Il rapporto con gli Usa è dunque condizionato da una parte dall’impossibilità di scollarsi da Mosca, mentre dall’altra la lobby armena negli Usa spinge per un approccio più diretto con Washington. Tra il Cremlino e la Casa Bianca Erevan deve fare anche i conti con Teheran: tre anni fa Ahmadinejad e l’ex presidente Kocharyan hanno inaugurato il gasdotto che dall’Iran porta gas in Armenia, dando qualche fastidio a Gazprom.

Azerbaijan. I recenti accordi tra il colosso energetico russo e la Socar, la compagnia statale azera, per aumentare l’export di gas verso la Russia sono il segnale che tra Mosca e Baku i rapporti sono buoni. L’Azerbaijan è stato dagli anni Novanta il punto di riferimento per la politica di Washington nel Caucaso, partita con “contratto del secolo” del 1994 firmato da Heydar Alyiev e conclusosi nel 2005 con l’apertura della Btc, l’oleodotto che collega Baku alla turca Cheyan passando per Tbilisi, alla presenza del successore di Heydar, il figlio Ilham.

A Baku la democrazia si misura a spanne, come dimostrerà la prossima tornata elettorale (parlamentari del 7 novembre), ma questo non preoccupa più di tanto Mosca, che mai si è fissata su questioni del genere, né Washington, che invece a corrente alternata si impunta sui principi.

Il vero duello è quello energetico. La Russia vuole tenere i piedi ben piantati nel Caucaso per controllare le vie, presenti e future, che da qui passeranno per portare le risorse dal Caspio e dintorni verso l’Europa. Gli Usa vogliono altrettanto, spacciando spesso per democracy promotion gli interessi economici. Il gas azero, insieme a quello turkmeno e iraniano, dovrebbe andare a riempiere il Nabucco, il progetto che parte dell’Ue e Usa sostengono contro il Southstream (sponsorizzato da Russia con alleati italiani, tedeschi e francesi). La partita è appena iniziata. Il vantaggio è per ora russo.

(Pubblicato su Limes)