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LA GERMANIA FRA PIL E FELICITÀ

Chi glielo dice adesso ai tedeschi che il Pil non rende felici? Chi ha il coraggio di contraddire la nuova ventata di ottimismo che si respira in Germania da quando, a metà agosto, le agenzie ufficiali hanno snocciolato i dati economici più recenti? Gli ultimi bollettini sono piovuti sul paese come manna dal cielo, riaccendendo entusiasmo e speranza dopo il lungo inverno della crisi globale. Tutto questo proprio grazie a quei numeri legati al Pil (che in tedesco si chiama Bip, Bruttoinlandsprodukt, venti fra consonanti e vocali tutte strette assieme come nella tradizione del lessico tedesco, che dettano il ritmo economico della nazione.

Nel secondo trimestre la crescita congiunturale (cioè trimestre su trimestre) è stata del 2,2 per cento, quasi un punto in più del previsto, un balzo da paese emergente visto che il dato annualizzato ammonta a quasi il 9 per cento di crescita. Una crescita tendenziale del 3,7 per cento, corretta per i giorni lavorati, con revisione al rialzo anche del dato del primo trimestre. Si tratta – annunciano trionfanti le agenzie economiche – della crescita più sostenuta dai tempi della caduta del muro di Berlino.

La locomotiva europea è tornata, primo vagone del convoglio a ventisette a uscire dal tunnel della crisi che per mesi ha inghiottito denari pubblici e privati, posti di lavoro, indici di borsa, titoli buoni e titoli spazzatura. Ed è tutto scritto lì, in quel segno più e in quelle cifre accanto alla parola di venti lettere: il Pil può rendere felici. Gioiscono gli industriali, tornati a inseguire gli ordini che piovono da tutto il mondo (e dalla Cina in particolare), gioiscono i sindacati già pronti a rinegoziare i contratti di lavoro, gioisce Angela Merkel, che spera di sfruttare l’onda favorevole per raddrizzare un governo che finora ha deluso le aspettative (i sondaggi sono disastrosi).

Tuttavia potrebbe trattarsi di una felicità passeggera, o comunque circoscritta alla stretta cerchia degli addetti ai lavori: imprenditori che tornano a far profitti, sindacalisti che trovano più spazio di manovra per le rivendicazioni salariali, politici che vedono rasserenarsi l’orizzonte economico. Per tutti gli altri tedeschi il dato potrebbe essere irrilevante. Che il paese si sia rimesso in moto, s’intende, resta un fatto positivo, ma da tempo sociologi, economisti e psicologi che si confrontano con quell’araba fenice della felicità individuale e collettiva hanno spostato l’attenzione su altri fattori. «Gli uomini non vivono di solo Pil», afferma il professor Ulrich van Suntum, direttore del centro di ricerca economica applicata dell’Università di Münster, nel cuore della Renania industriale, «e gli studi più recenti dei ricercatori in materia hanno indicato con chiarezza che accanto alla crescita economica e alla ricchezza materiale molti altri fattori giocano un ruolo decisivo per raggiungere la felicità nella vita». La sicurezza del posto di lavoro o l’ambiente nel quale si svolge la propria attività non sono meno rilevanti del guadagno in busta paga, ad esempio. E di conseguenza «un aumento del proprio reddito non riesce a compensare un’eventuale perdita del lavoro», prosegue van Suntum.

Per passare dalla teoria alla pratica, i socio-economisti dell’Università di Münster hanno lavorato all’elaborazione di un nuovo indicatore del benessere della società tedesca, che riuscisse a misurare il grado di felicità dei cittadini superando i puri dati economici del Pil. Un progetto portato avanti a stretto contatto con il prestigioso istituto “Iniziativa per una nuova economia sociale di mercato” (Insm), fondato nel 2000 a Berlino dalla Gesamtmetall, l’associazione degli industriali dei settori metallurgici ed elettronici, che si propone di sensibilizzare l’opinione pubblica tedesca sulla necessità delle riforme del sistema di economia sociale di mercato, pur senza abbandonare la strada maestra tracciata da Ludwig Erhard negli anni Cinquanta, lungo la quale la Germania del dopoguerra ha ricostruito la propria forza economica. Studiosi e imprenditori, uniti dalla fiducia nell’economia di mercato temperata, hanno escogitato un nuovo modello, ribattezzato senza troppa fantasia “Pil della felicità” che valuta fattori come la sicurezza e l’ambiente del posto di lavoro, la ripartizione del reddito, il patrimonio, la salute, lo stato familiare, il luogo in cui si vive: elementi solo in apparenza privati, in realtà in gran parte conseguenti alle decisione di politica sociale dei partiti e dei governi. Basandosi sui dati forniti dai sondaggi raccolti negli ultimi diciotto anni dal Panel socio-economico – 19mila cinquecento cittadini intervistati nel lasso di tempo fra il 1991 e il 2008, di fatto l’intero periodo dalla riunificazione tedesca – il risultato che è emerso conferma empiricamente la rilevanza relativa del Pil come fattore di felicità.

«Nonostante una crescita pressoché costante del prodotto interno lordo, il tasso di felicità dei tedeschi per la loro vita si è mantenuto in diciotto anni costante, e nelle regioni appartenenti alla ex Germania occidentale è addirittura lievemente calato», afferma Max A. Höfer, direttore della “Iniziativa per una nuova economia sociale di mercato”. «Crescita economica e felicità non vanno dunque di pari passo, un alto livello di benessere della società non rende necessariamente felici, basti pensare che gli indicatori internazionali promuovono il Regno del Buthan come stato nel quale i cittadini sono più raggianti, una nazione la cui ricchezza è assai distante da quella delle avanzate democrazie industriali occidentali».

Van Suntum aggiunge altri dati. «Nel lasso di tempo analizzato, si sono succedute fasi di crescita e fasi di stagnazione, ma il grado di felicità non ha risentito delle oscillazioni del Pil. La sua sostanziale stabilità è sopravvissuta dunque ai cicli economici. Il rallentamento della crescita sofferto dall’economia tedesca dal 1997 al 2004 contrasta, ad esempio, con il punto di massima felicità riscontrato nel 2001. I cittadini inoltre non reagiscono immediatamente a una crisi economica, la cui percezione si produce almeno con un anno di ritardo». Il 2008, anno della più grave crisi economica dai tempi del grande crollo del 1929 (e in Germania della crisi più profonda dalla fine della seconda guerra mondiale) non ha determinato alcun riflesso sull’indice di felicità dei tedeschi, non solo perché la società ha faticato a percepire la natura del crollo in atto ma anche perché le misure promosse dal governo (allora la maggioranza di grande coalizione fra cristiano-democratici e socialisti) hanno positivamente inciso sulla tenuta della società. Provvedimenti come l’estensione della settimana corta con il contributo statale – concertata con le associazioni imprenditoriali e sindacali – hanno fatto sì che a fronte di una contrazione della produzione industriale il denaro pubblico venisse utilizzato non per finanziare la disoccupazione o la cassa integrazione ma il mantenimento del posto di lavoro. La scommessa era che l’economia potesse ripartire in tempi brevi (e in questo senso la ripresa del Pil fa tirare a tutti un respiro di sollievo), la conseguenza è stata che gli operai tedeschi non sono stati espulsi o sospesi dai processi produttivi ma hanno potuto rallentare il ritmo, mantenendo gli stessi livelli salariali e sperando nella ripresa.

Scelte politiche, dunque, con le quali si confronta questa nuova scienza della «economia della felicità», come la chiama Höfer, che affianca ai fattori economici quelli psicologici: «L’introduzione del Pil della felicità non vuole cancellare il dato della crescita economica fra i fattori che concorrono al benessere collettivo e individuale ma semplicemente affiancargli un indicatore aggiuntivo che offra ai politici informazioni più accurate per le loro scelte». Il nuovo indice è un’invenzione recente, è stato presentato per la prima volta lo scorso dicembre a Berlino. A differenza di altri paesi come la Gran Bretagna o l’Australia o della Francia, dove Nicolas Sarkozy ha istituito una speciale commissione per capire in che modo possa essere accresciuto il benessere dei francesi, la Germania si è limitata finora al modello tradizionale di correlazione fra Pil e felicità, anche se, come abbiamo visto, il buonsenso dei politici ha guidato il varo di misure sociali intelligenti durante l’ultima crisi economica.

Lo studio conferma il ruolo centrale del lavoro, che si dimostra essere un valore in sé, sia per quel che riguarda l’ambiente umano e materiale in cui si svolge, e al quale molti attribuiscono un significato superiore anche rispetto al guadagno, sia per quel che riguarda la sua salvaguardia. Il lavoro nobilita l’uomo, il vecchio adagio emerge anche dalle statistiche: «Privilegiare i programmi di workfare rispetto ai sussidi di disoccupazione resta una chiave vincente per i governi anche nel prossimo futuro», dice van Suntum. Rispetto al Pil, gli autori concordano sul fatto che più che al dato assoluto sia opportuno riferirsi a quello relativo: le aspettative giocano un ruolo maggiore rispetto a quel che si ha. Una crescita economica viene rapidamente assorbita dai cittadini, che si adeguano velocemente a un reddito più alto, maturando altrettanto velocemente nuove aspirazioni. «Il viaggio è più importante della meta, negli anni Cinquanta i tedeschi erano più felici pur essendo più poveri, perché intravedevano grandi opportunità negli anni a seguire, che furono infatti quelli del miracolo economico».

Sarà interessante seguire gli sviluppi di questo dibattito in Germania e anche i risultati dei prossimi indici che promettono di affinare la ricerca e di indagare, ad esempio, un campo finora inesplorato come quello delle differenze fra i lavoratori impiegati a tempo determinato, part-time o con nuovi tipi di contratto a tempo, i cosiddetti precari: non è escluso che emergano dati sorprendenti, capaci di sovvertire anche consolidati luoghi comuni. «Le società contemporanee sono composte da singoli individui assai diversi fra loro – conclude Höfer – quel che uno vede come un vantaggio, un altro può valutarlo come un danno. Il compito di chi governa, oggi, è diventato assai complesso ma occorre stare lontano da un altro vecchio mito che può rivelarsi fatale, quello che lo Stato debba essere il grande artefice della felicità dei cittadini». È la vecchia lezione di Popper: il tentativo di realizzare il paradiso in terra ha spesso condotto all’inferno.

Pubblicato su Charta Minuta