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IL TABÙ INFRANTO: IN MOSTRA HITLER E I TEDESCHI

L'uomo che ha segnato la pagina più tragica della storia tedesca (e che secondo una lettera autografa oggi venduta all'asta chiese alla Benz lo sconto per acquistare una Mercedes!) torna al centro del dibattito storiografico tedesco grazie a una mostra organizzata dal Deutsches Historisches Museum di Berlino. Hitler, a sessantacinque anni dalla sua fine, riappare in immagini e documenti nelle sale del museo storico più prestigioso della Germania, proprio nel cuore della capitale.

Si infrange un tabù, anche se non mancano nel paese mostre e allestimenti che illustrano i decenni drammatici della sua ascesa al potere e della sua azione. Li chiamano centri di documentazione. Uno è a Berchtesgaden, nelle Alpi bavaresi, il buen retiro del Führer trasformato in quartier generale estivo dei nazisti. Un altro è proprio a Berlino, a due passi da dove correva il vecchio Muro: il centro Topographie des Terrors, piazzato sui resti del vecchio bunker dove il dittatore si suicidò con famiglia e accoliti all'arrivo delle truppe sovietiche, da pochi mesi arricchito con un edificio moderno ed essenziale nel quale si spiegano gli anni terribili delle deportazioni e degli stermini di massa. Esposizioni secche e nelle quali parlano soprattutto le immagini e i filmati, ai quali c'è poco da aggiungere ma dai quali c'è tanto da imparare.

Ma per la prima volta, al centro di una mostra, viene inserito il rapporto tra Hitler e la popolazione. Per la prima volta, viene posta con semplicità la domanda più imbarazzante di tutte: come è stato possibile che un tale criminale sia riuscito ad ammaliare, conquistare e infine condurre attraverso la più criminale delle ideologie uno dei popoli culturalmente più attrezzati d'Europa? Come mai un intero popolo è stato pronto ad abbracciare un tale partito e un tale leader? E perché questo sostegno è stato costante e quasi unanime sino alla fine, sino alla distruzione totale del regime e del paese?

Attraverso immagini e documenti, l'esposizione mostra il progressivo intrecciarsi del perverso rapporto fra il dittatore venuto da un piccolo paesino austriaco e i tedeschi, tra la sua politica razziale e la loro anima; indaga i meccanismi del consenso, la strumentalizzazione della violenza organizzata, la fascinazione dell'estetica nazionalsocialista, la costruzione di un regime ritagliato sulla figura del capo, la diffusione della simbologia nazista nella vita quotidiana, l'introduzione delle prime forme di moderni gadget, la raffinatezza della propaganda politica, le complicità del mondo artistico e intellettuale e, infine, anche la formazione di una piccola resistenza interna che quel regime ha provato a contrastare.

È la descrizione dei tedeschi volenterosi carnefici, come sosteneva qualche anno fa il contestato libro dello storico americano di origine tedesca Daniel Jonah Goldhagen, la cronaca della banalità del male che covò nel cuore di una Germania civile ma terrorizzata dall'incertezza economica e dalle conseguenze di una precedente avventura militare. La tragedia nazista cambiò per sempre il volto del paese, la geografia e le società dell'Europa, in particolare di quella centro-orientale, spazzò la tradizione secolare dell'ebraismo europeo, organizzò in maniera industriale le fabbriche della persecuzione, dello sfruttamento umano e dello sterminio. I suoi metodi e le sue opere - dice il direttore del museo presentando l'esposizione - hanno proiettato una lunga ombra anche nei decenni successivi, sino a oggi. Il Deutsches Historisches Museum si trova a Berlino sulla Unter den Linden; la mostra sarà inaugurata venerdì prossimo, 15 ottobre e si concluderà il 6 febbraio 2011.