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PER KOHL SERVIREBBE UN NOBEL ALLA CARRIERA

Alla fine non ce l’ha fatta. Neppure questa volta. Helmut Kohl ha fallito ancora il traguardo del premio Nobel per la pace dal comitato norvegese. Pazienza. Il riconoscimento è andato a un dissidente proprio di quel mondo comunista che venti anni fa ha contribuito ad abbattere, Liu Xiaobo, 54 anni, scrittore e letterato, sbattuto – con una pena di 11 anni – in galera per le proprie idee, osteggiato fino all’ultimo dalle pressioni del governo cinese cui gli asettici giurati di Oslo hanno saputo contrapporsi, come ha fatto Xiaobo. Segno che non tutte le speranze che il crollo del Muro di Berlino aveva suscitato si sono poi avverate. Ma per l'anziano cancelliere servirebbe istituire un premio alla carriera.

I riconoscimenti gli stanno arrivando adesso, vent’anni dopo aver riunificato il paese con quello che fu il suo capolavoro politico ma anche dieci anni dopo lo scandalo dei fondi neri alla Cdu, che lo estromise per sempre dalla vita politica attiva. C’è chi come Obama il Nobel lo ha avuto sulla fiducia, perché allora non consegnare un premio ideale a chi ha dovuto attendere che il polverone della storia si sedimentasse per far brillare il capolavoro? Helmut Kohl sta consumando una piccola rivincita, ottenuta quando l’età è ormai avanzata e una grave malattia lo costringe alla sedia a rotelle e a centellinare le presenze pubbliche. Del potente politico di potere, di quell’eloquenza secca e tagliente è rimasto solo un anziano signore che articola a fatica i propri pensieri e le proprie memorie. Come domenica scorsa, quando il paese ha celebrato ufficialmente il ventennale della riunificazione, il suo ventennale. Kohl ha preso la parola nel nido protetto di un’assise della Cdu per parlare d’Europa più che di Germania, per ricordare come il cammino dell’unità sia stato possibile solo nel quadro più vasto dell’integrazione del continente.

Un Nobel alla carriera gli riconoscerebbe questo pregio, di aver legato assieme riunificazione tedesca e integrazione europea. In verità fu un passaggio obbligato, la strada stretta attraverso la quale far passare l’idea di una Germania di nuovo grande che non facesse paura a nessuno. Una settimana fa lo Spiegel ha rivelato documenti diplomatici del 1990 resi noti solo adesso. Corrispondenze dagli archivi dei governi e delle ambasciate di Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti e Unione Sovietica. Nessuno voleva la riunificazione e tutti cercarono di ostacolarla. Ma il vento era forte e Kohl riuscì a intercettarlo evitando che le vele si gonfiassero troppo e lo facessero naufragare.

Il capolavoro che allora cambiò la storia e la carta geografica del mondo è racchiuso in pochi, decisivi passaggi tra la fine del novembre 1989 e il settembre di venti anni fa. La presentazione della road map verso l’unità, all’insaputa anche del suo ministro degli Esteri Genscher, dieci tappe chiare e precise sulle quali marciare verso l’obiettivo ormai richiesto a gran voce dalle piazze dell’est: «Wir sind ein Volk». Decine di contatti diplomatici con le due superpotenze di allora, Stati Uniti e Unione Sovietica, Bush senjor e Gorbaciov. A Bush, Kohl assicurò che l’allargamento ai territori della Ddr avrebbe spostato i confini della Nato ancora più a est e che la nuova nazione non avrebbe concesso nulla in fatto di neutralità. A Gorbaciov promise un generoso pacchetto di aiuti economici che l’Urss non poteva rifiutare nelle condizioni disastrose in cui era. A Mitterrand promise l’Europa e forse anche l’euro, la forza del marco a disposizione dell’economia di un continente. Su questo punto il dibattito resta aperto e lo stesso Genscher ancor oggi nega che il patto con Parigi si sia chiuso su questo accordo. Di certo, Kohl accelerò le trattative che condussero alla moneta unica.

Erano i mesi in cui il Muro era caduto e gli scalpellini dei manifestanti si accanivano contro quella cicatrice che per 28 anni aveva diviso Berlino. Ma per volare all’aeroporto di Tegel era ancora necessario prendere un aereo della Pan Am, perché alla Lufthansa era vietato collegare con propri voli una qualsiasi città tedesca alla vecchia e futura capitale. E a Berlino est e nei territori della Ddr stazionavano migliaia di soldati sovietici, asserragliati pericolosamente nelle caserme senza sapere che fare. Kohl seppe trovare la giusta misura, riuscì a forzare e rassicurare, convincere e obbligare e alla fine cavalcare il vento della storia, quella vera, quella che resta stampata sui libri.

Resta una colpa, che i tedeschi non gli hanno mai perdonato. Quella di aver giocato spregiudicatamente con le emozioni del momento, fino a promettere in un famoso discorso televisivo «paesaggi fioriti» in tempi brevi. La strada è invece stata lunga e dispendiosa, spesso anche dolorosa, e non è neppure stata compiuta fino in fondo. Vent’anni dopo il bilancio è nel complesso positivo, ma quei paesaggi fioriti si incontrano solo a sprazzi. La delusione dopo l’illusione ha depresso l'entusiasmo, i costi sottovalutati della ricostruzione hanno gonfiato il debito pubblico del paese, la Germania resta in molti aspetti ancora un paese diviso, con un muro che non passa più per strade e campagne ma nella testa dei suoi cittadini.

Tuttavia nel 1999, Helmut Kohl era diventato un peso per tutti. Per gli elettori, che l’anno prima lo avevano scaricato votando in maggioranza il più giovane candidato socialdemocratico Gerhard Schröder. Per i militanti del suo partito, che gli imputavano le miserie della Cdu affossata dallo scandalo dei fondi neri. Per il paese intero, che gli rimproverava i calcoli sbagliati su tempi e costi della riunificazione. Nel primo decennale della caduta del muro, proprio il nuovo cancelliere Schröder gli fece l’affronto di non invitarlo ai festeggiamenti ufficiali. Nel frattempo ha sofferto la morte per suicidio della moglie Hannelore e si è ricostruito una vita sentimentale sposando in clinica la sua ex segretaria. L’anno scorso, vent’anni dopo, sedeva impacciato di nuovo sotto i riflettori accanto a Bush senjor e Gorbaciov sulla pedana di un teatro berlinese. Ci vorrebbe un Nobel alla carriera anche se, nonostante tutte le contraddizioni di un uomo di potere, il nome dai libri di storia non glielo può togliere nessuno.