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RAF, TORNANO IN TRIBUNALE GLI ANNI DI PIOMBO

Le immagini sono quasi sempre in bianco e nero: una strada cittadina ampia e deserta, una Mercedes nera ferma sul ciglio della strada con i finestrini frantumati dai colpi, tre lenzuola bianche distese su tre corpi esanimi, tre punti abbaglianti in un quadro tutto grigio, una camionetta della polizia sullo sfondo, evidentemente arrivata troppo tardi. Sembrano saltare fuori da archivi lontani, invece raccontano una pagina tragica della Germania Ovest degli anni Settanta così simile a quella dell’Italia: la vicenda del terrorismo politico, della Raf, la Rote Armee Fraktion, il gruppo che si ispirava alle Brigate Rosse. Era il 7 aprile 1977, a Karlsruhe, un commando delle brigate “Ulriche Meinhof” della Raf affiancò in moto l’auto del procuratore generale federale Siegfried Buback scaricandogli contro un’intero caricatore. Li uccisero tutti: Buback, un dipendente della procura, l’autista. Fu uno degli atti più cruenti di quella stagione che ricorda fin nei dettagli analoghi attentati delle Brigate Rosse. Immagini in bianco e nero anche quelle.

Oggi quel passato torna sulle prime pagine dei quotidiani tedeschi. Nell'autunno del 1977 vennero condannati all’ergastolo Günter Sonnenberg e Verena Becker, figure centrali dell’organizzazione terroristica, per un altro attentato: l’omicidio di due poliziotti. Già allora, Verena Becker era sospettata di aver preso parte al commando che assassinò Siegfried Buback, ma quella pista venne lasciata cadere. Il processo si svolse sotto un altro ricatto altamente emotivo, il rapimento e poi l’uccisione del presidente della Confindustria tedesca Hanns-Martin Schleyer. Lo Stato doveva reagire presto e con fermezza e al nuovo procuratore generale, Kurt Rebmann, il successore di Buback, bastò trovare una prova sufficiente a comminare comunque l’ergastolo ai due terroristi. L’assassinio dei poliziotti fu quella prova.

Oggi, a 33 anni di distanza, nell’aula del tribunale di Stoccarda Verena Becker ritorna sul banco degli imputati, questa volta per rispondere proprio dell’uccisione di Buback, della sua guardia del corpo e dell’autista. Nel frattempo per quell’omicidio sono stati condannati nel 1980 Knut Folkerts, Brigitte Mohnhaupt e Christian Klar, senza tuttavia specificare il ruolo svolto dai tre terroristi nell’azione. I giudici formularono un’accusa di «responsabilità collettiva», come scrive oggi la Süddeutsche, «un concetto giustificabile ma insoddisfacente», concludendo che all’intera operazione presero parte non meno di dodici terroristi.

Ma soprattutto, dopo la sconfitta militare della Raf, l’intera stagione del terrorismo è passata attraverso le fasi della riflessione, dello studio, in molti casi del perdono. Nel 1989 Verena Becker è stata graziata dall’allora presidente della Repubblica Richard von Weizsäcker. Tre anni fa, trent’anni dopo l’attentato di Karlsruhe, si è saputo che negli anni Ottanta la stessa Becker aveva accusato un altro terrorista, Stefan Wisniewski, di aver materialmente premuto il grilletto contro Buback e le altre vittime. Un’accusa rilanciata da un altro ex militante della Raf, Peter-Jürgen Boock. La procura della Repubblica riprese le indagini, senza trovare conferme alle accuse contro Wisniewski. Il primo maggio del 2007, la Süddeutsche Zeitung pubblicò un intervento del figlio di Buback, Michael, nel quale si sosteneva che vi fosse la fondata certezza che alla fase esecutiva dell’attentato avesse preso parte almeno una donna. Tutte le tracce conducevano di nuovo a Verena Becker. Le indagini sono riprese nell’aprile del 2008, utilizzando questa volta tutti i nuovi strumenti forniti dalla tecnologia, comprese le tracce del Dna.

Dopo nuove schermaglie procedurali, nell’aprile di quest’anno la procura della Repubblica ha riformulato l’accusa per la Becker: non avrebbe preso parte materialmente alla fase esecutiva dell’attentato ma avrebbe fattivamente partecipato alla sua pianificazione. Da oggi dunque, le luci del tribunale di Stoccarda si riaccendono su una fase della vita di Verena Becker e sulla stagione più drammatica della Germania occidentale. È giusto riaprire una ferita dopo oltre trent’anni? È giusto riportare in aula una ex terrorista che nel frattempo ha ottenuto la grazia? Questo è il dibattito sollevato dal nuovo caso, non troppo diverso da quello che si riapre in Italia ogni qual volta la stagione delle Brigate Rosse torna sotto i riflettori e fa sanguinare le ferite mai cicatrizzate delle vittime e dei loro parenti. L’attenzione dell’opinione pubblica tedesca non è però quella dei processi degli anni Ottanta. Come scrive Heribert Prantl proprio sulla Süddeutsche Zeitung di oggi, «il tempo del confronto emozionale e ideologico è passato, la Raf è ormai storia. C’è oggi la chance di chiarire, una volta per sempre, le dinamiche di un attentato crudele. Forse di servire la verità. Forse il processo potrà scrivere una pagina di storia del diritto».