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LA SVEZIA GIUDICA L’ESPERIMENTO REINFELDT

Svezia alle urne domani per il rinnovo di parlamento e governo. Può apparire una forzatura inserire la Scandinavia nelle analisi di un sito che si occupa di Europa centro-orientale. Eppure quest’area nordica è a pieno titolo parte integrante, per molti aspetti principale, di quella regione artico-baltica che, grazie ai rivolgimenti storici del 1989, è tornata centrale negli equilibri del Vecchio Continente. L’interrelazione commerciale con la Russia sul Baltico e nell’Artico, quella infrastrutturale con la Germania (e quindi con l’Europa continentale), infine la massiccia presenza economica nelle piccole Repubbliche Baltiche obbliga East Side Report a guardare con attenzione le vicende politiche scandinave.

Svezia dunque, una delle nazioni più progredite e sviluppate del mondo, con un’economia forte e un tasso di disoccupazione bassissimo, plasmata dal decennale modello pubblico-privato del socialismo democratico, alta tassazione, basso livello di spreco e corruzione, robusto stato sociale, istruzione di qualità, grande attenzione all’innovazione, standard di vita fra i più alti del mondo. Un modello invidiato, qualche volta imitato mai con lo stesso successo. Settant’anni di governo socialdemocratico quasi ininterrotto (dal 1932 una sola breve parentesi fra il 1991 e il 1994) fino al 2006, quando dalle urne esce vincitore Fredrik Reinfeldt, giovane leader di un’alleanza moderata che promette meno tasse, maggiore attenzione al tema dell’immigrazione e una ristrutturazione dello stato sociale, ritenuto troppo generoso. Per l’Europa è uno schock. La vittoria è di misura ma il paese è maturo e non esce spaccato dal voto. La destra di Reinfeldt, il rassemblement Alleanza per la Svezia, ha un profilo moderato, non calca i toni sull’immigrazione, non mette in discussione le fondamenta dell’economia “sociale” di mercato svedese. Tuttavia è una svolta, da osservare con curiosità.

Quattro anni dopo, gli elettori sono chiamati a dare il proprio giudizio sull’esperienza di governo di centrodestra. Le tasse sono state ridotte in maniera sensibile, circa 10 miliardi di euro all’anno, le riforme dello stato sociale – in pratica razionalizzazioni e tagli di spesa – hanno toccato soprattutto i sussidi di disoccupazione e il sistema sanitario. Sul piano energetico, il governo ha proposto di tornare all’utilizzo dell’energia nucleare eliminando il divieto di costruire nuovi reattori nucleari. Sul piano politico l’Alleanza di Reinfeldt è stata la risposta moderata alle tradizionali divisioni della destra, un rassemblement di quattro partiti che ha dato agli elettori una sensazione di compattezza e affidabilità e ha poi retto la sfida del governo. Questa scelta non è stata priva di conseguenze per il campo politico contrapposto. I socialdemocratici hanno affrontato così il tema delle alleanze e oggi si presentano alle urne alla guida di un polo alternativo che coinvolge i verdi e i comunisti. I primi hanno sempre giocato in Svezia un ruolo di tipo centrista, sui secondi la polemica è accesa, alimentata dal campo moderato specie in questi giorni di campagna elettorale.

La novità politica è che sette partiti sono oggi divisi in due poli alternativi che si confrontano lungo i tradizionali clivages delle destre e delle sinistre moderne: se gli uni intendono proseguire nella politica di riduzione fiscale, di ristrutturazione del welfare, di incentivi alle piccole e medie imprese, di ritorno all’energia nucleare, gli altri, pur non proponendo nuovi aumenti fiscali, rifiutano ulteriori riduzioni, intendono preservare il modello sociale svedese, puntano all’incentivazione delle energie alternative (solare ed eolico in primis). Resta al margine il tema dell’immigrazione, che nessuno dei due poli ha brandito come questione centrale della propria campagna elettorale. Questo potrebbe favorire l’ingresso in parlamento di un partito single-issue come i Democratici svedesi che invece fa di questo tema il cuore della sua propaganda. È un fattore che potrebbe complicare il risultato, negando una solida maggioranza a uno dei due poli. In questo caso, alcuni osservatori ritengono che anche la posizione dei verdi – ieri centrista oggi inclusa nel polo di sinistra – potrebbe cambiare. Il governo potrebbe dunque emergere non dal voto ma da un’ulteriore rimescolamento delle posizioni dei partiti. Le urne di domani ci daranno la misura dello stato d’animo degli svedesi.