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SE VARSAVIA SOSTITUISCE PARIGI

Della prepotente ripresa economica tedesca si è scritto molto nelle settimane scorse, fin da quando, proprio nei giorni di ferragosto, le agenzie economiche hanno cominciato ad anticipare i dati relativi alla crescita congiunturale nel secondo trimestre (cioè trimestre su trimestre), indicandola al 2,2 per cento. Poi sono arrivate le conferme, addirittura corrette al rialzo, con la trionfale certificazione che la Germania sta vivendo la crescita più sostenuta dai tempi della caduta del muro di Berlino. Due giorni fa la Commissione europea ha fissato al 3,4 per cento il tasso di crescita del Pil di Berlino per il 2010, quando ancora tre mesi fa si tiravano sospiri di sollievo per l'1,2 per cento stimato a maggio. La Germania dunque esce dalla crisi e lo fa a vele spiegate, grazie alla crescita dei paesi asiatici che la sua industria all'avanguardia riesce a soddisfare meglio di altri. È sempre l'export che tira, anche se questa volta pure il mercato interno sembra dare qualche segnale di risveglio. Ma Berlino non è una sorpresa. E non è la sola a contribuire a rimettere in moto il motore dell'Europa. C'è anche la Polonia.

Il numero magico del 3,4 per cento contraddistingue anche il tasso di crescita del Pil di Varsavia. Che non ha la stessa potenza di Berlino ma non ha neppure conosciuto le cifre in rosso che hanno segnato le performance tedesche (e di tutti gli altri paesi europei) negli anni orribili della crisi globale. Il prodotto interno lordo dei polacchi è sempre cresciuto, isola felice in mezzo a un'Europa affannata e angosciata e soprattutto in mezzo al blocco dei paesi ex socialisti che negli stessi anni hanno sfiorato l'orlo della bancarotta, hanno visto le loro monete deprezzarsi, hanno conosciuto tumulti sociali e sono dovuti ricorrere in massa agli aiuti finanziari degli istituti internazionali. La Polonia è così, nel suo piccolo, il secondo polmone che dà fiato alla ripresa europea, non dappertutto omogenea, come confermano i dati ancora pessimistici non solo della Grecia ma anche della Spagna. La nuova Europa allargata poggia su diversi equilibri, si sbilancia a est e trova sulla Vistola una sorprendente ed efficace stampella. I tedeschi, prudenti, avvertono che è troppo presto per considerare chiuso il capitolo della crisi: il governo è alle prese con la manovra di risparmio per ridurre il debito pubblico gonfiatosi negli ultimi due anni e ancora qualche giorno fa ha dovuto pompare nuovo denaro (40 miliardi di euro) nelle casse della Hypo Real Estate. Però la locomotiva si è rimessa a sbuffare.

La Polonia ha invece vissuto un anno politicamente difficile. La sciagura aerea nella quale perirono il presidente della Repubblica Lech Kaczynski, la moglie e una buona fetta di élite politica, economica e militare del paese, oltre a una profonda commozione, aveva riacceso un'aspra competizione fra le due principali forze politiche proprio in vista delle elezioni presidenziali, anticipate per colmare il vuoto politico che la sciagura aveva aperto. Le tensioni si sono in parte attenuate con l'elezione del candidato filo-governativo Bronislaw Komorowski e la politica, almeno a livello istituzionale, ha ripreso a muoversi secondo le linee di responsabilità e moderazione che caratterizzano la Polonia al tempo di Donald Tusk. In tutto questo periodo, però, l'economia ha continuato a marciare a ritmo sostenuto e la classe dirigente del paese ha saputo colmare i posti vacanti nei settore chiave, dimostrando di avere al suo interno risorse adeguate alle nuove ambizioni.

Se la Polonia riuscirà a consolidare la ritrovata stabilità politica e la crescita economica, le prospettive diventano addirittura esaltanti. Nel quadro di un'Europa che ha sempre poggiato su un'alleanza di fatto fra due grandi paesi centrali, la Germania e la Francia, Varsavia può rivestire un ruolo da protagonista. Sostituire la Francia è al momento più un azzardo giornalistico che una possibilità concreta. Ma Parigi non sembra trovare la bussola per invertire la rotta incerta, i toni della polemica con Bruxelles sulle espulsioni dei Rom non giovano, Sarkozy appare in grande difficoltà anche su altri versanti, le speranze che avevano accompagnato la sua elezione sono in gran parte svanite. Il paese vive una fase delicata, le sue strategie europee si sono impigliate nella rete incerta del progetto Euromed di cui pochi ricordano l'esistenza, il suo peso a Bruxelles diventa sempre meno visibile. I rapporti di forza non sono un dato di fatto immutabile e l'equilibrio della bilancia continentale ha iniziato a trovare un peso importante anche più ad est. In attesa di nuovi smottamenti in direzione sud-est: in attesa, insomma, che Bruxelles si raccapezzi con i nodi balcanici e, soprattutto, si confronti con quello turco. Anche da lì giungono segnali che non sarà possibile a lungo ignorare. Se fra dieci anni a Varsavia si aggiungerà il peso di Ankara - economico, politico, demografico, geopolitico - i movimenti di questi mesi saranno stati solo un anticipo di rivolgimenti più profondi.