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SARRAZIN, LA GERMANIA E L’INTEGRAZIONE

Alla fine le tesi sugli immigrati musulmani, ma ancor più le polemiche esternazioni sui geni degli ebrei, costeranno a Thilo Sarrazin il posto nel consiglio di amministrazione della Bundesbank. L’istituto centrale tedesco ha votato all’unanimità la richiesta al presidente della Repubblica Christian Wulff (cui spetta la decisione finale) di estromettere il sessantacinquenne politico socialdemocratico dal board. Il mondo politico approva, cancelliera Merkel in testa, e appare sollevato dalla votazione della Bundesbank che lascia Wulff senza troppi margini di manovra. La speranza è che il clamore e le polemiche sollevate in questi giorni possano placarsi, ma è una speranza destinata a rimanere delusa.

Il giorno precedente, per la prima volta dopo una settimana, le aperture dei giornali tedeschi non erano occupate dalle polemiche scatenate dal libro di Sarrazin, il controverso “Deutschland schaff sich ab”, un titolo che sfruttando una forzatura della grammatica tedesca potrebbe tradursi più o meno: “La Germania si distrugge da sé”. È stato però anche il primo giorno in cui il volume non si trovava nelle librerie. Non perché boicottato, semplicemente perché esaurito. «Ausverkauft», tutto venduto, allargava le bracce la commessa di una delle più grandi librerie di Berlino, «speriamo di riaverlo in un paio di giorni, ce lo chiedono tutti». La casa editrice che ha pubblicato il libro – la prestigiosa Dva di Stoccarda, 179 anni di storia – è così subissata da due tipi di richieste: da un lato quelle di cancellazione delle presentazioni pubbliche (a Hildesheim e all’Haus der Kulturen der Welt di Berlino nell’ambito del Literaturfestival), dall’altro quelle dei librai che chiedono rapide ristampe.

Le tesi di Sarrazin sono ormai in gran parte note anche ai lettori italiani. Riassumendo in maniera inevitabilmente sommaria: la Germania rischia un declino strutturale, in termini sociali ed economici, a causa dell’eccessiva presenza di immigrati musulmani di origine turca e araba. Questi mostrano una scarsa volontà di integrazione, non imparano a dovere la lingua tedesca, vivono soprattutto alle spalle dello Stato usufruendo di varie e generose forme di assistenza sociale, impongono costumi e usanze non compatibili con i valori delle moderne democrazie occidentali. Il forte tasso di natalità di queste famiglie, contrapposto al basso tasso di quelle tedesche, accrescerà lo squilibrio della popolazione nei prossimi decenni. L’istruzione nelle scuole è destinata a peggiorare, ben oltre i casi limite che già oggi si registrano nelle scuole delle città a maggiore immigrazione. La scarsa volontà di integrazione condanna questo tipo di immigrati ad affollare gli strati più bassi e meno qualificati della scala sociale, pregiudicando la competitività delle aziende tedesche e lo sviluppo economico della nazione. Sul piano religioso, le moschee supereranno le chiese cristiane: «Se voglio ascoltare il canto del muezzin – provoca Sarrazin – preferisco programmare un viaggio in oriente».

Il libro piomba come un tornado su una Germania che da qualche tempo ha cominciato a dibattere sulla bontà delle proprie politiche di immigrazione, scoprendo di fatto che nei lunghi decenni in cui ha accolto lavoratori stranieri per alimentare il boom economico (sud europei prima, turchi poi) il concetto di fondo è sempre stato quello del Gastarbeiter, del lavoratore ospite: accoglienza sulla base delle esigenze dell’industria, lavoro, prima o poi la prospettiva del rientro in patria. Questa concezione è saltata a partire dalla metà degli anni Ottanta e la Germania non ha mai organicamente ripensato il proprio modello di immigrazione, introducendo a partire dalla metà degli anni Novanta novità legislative (in genere restrittive) sulle normative che regolavano la concessione dell’asilo politico, poi sulla cittadinanza. «Avevamo un milione di lavoratori ospiti italiani – sostiene Sarrazin per comparare europei e turchi – e oggi la comunità italiana è intorno alle 500mila unità; avevamo 700mila turchi e oggi i turchi sono più di 2 milioni». I turchi (e i musulmani in generale), conclude Sarrazin, sfuggono al vecchio concetto di Gastarbeiter, restano in Germania e affollano i gradini più bassi della scala sociale: rendono il paese più stupido e ne pregiudicano la sua crescita, economica e sociale.

Sembra lontanissima l’estate appena conclusa, nella quale i tedeschi si sono specchiati nella loro nazionale di calcio multietnica, esaltandone oltre alle qualità agonistiche la capacità di rappresentare il modello di un’integrazione positiva. Özil e Khedira torneranno in campo nel fine settimana con la maglia tedesca, ma per il momento sono emigrati a Madrid, sponda Real. Le tesi di Sarrazin non sono tuttavia nuove. Neppure per lui. È da un paio d’anni che questo uomo politico esperto di finanza, entrato negli anni Settanta nelle file della socialdemocrazia e per sette anni (dal 2002 al 2009) arcigno senatore delle finanze nella giunta di sinistra berlinese di Klaus Wowereit (Spd più Linke), ha preso a esternare contro il pericolo rappresentato dall’immigrazione turca e araba. Proprio un anno fa aveva meglio esplicitato le sue idee in una lunga intervista pubblicata sul numero speciale della rivista Lettre International dedicato ai vent’anni dalla caduta del muro di Berlino. In verità non si tratta neppure di tesi nuove fra uomini di cultura, basti pensare in Italia alle opinioni in materia di politologi come Giovanni Sartori e Angelo Panebianco.

Eppure a Sarrazin sono costate il posto e una fila di polemiche lunga almeno quanto quella dei lettori che si affollano in libreria. Ci sono vari motivi. Innanzitutto, nella foga della polemica, Sarrazin ha provato a corroborare le sue idee ricorrendo anche a una frase infelice, addentrandosi in analisi di natura biologica che in Germania ricordano il lontano passato nazista: «Tutti gli ebrei condividono un gene particolare», ha detto domenica scorsa in un’intervista alla Welt am Sonntag. Si è poi scusato, aggiungendo che non voleva in alcun modo connotare negativamente gli ebrei, semmai il contrario, ma la frittata era ormai fatta. Inoltre, sempre per l’ombra del passato nazista, il dibattito sull’immigrazione si sviluppa in Germania sui binari di un’estrema prudenza: i toni forti sono banditi, le provocazioni suscitano irritazione. In questo senso le parole di Sarrazin rompono un tabù ma allo stesso tempo spaccano una società che nel politicamente corretto ha trovato anche un’ancora solida, un metodo, per confrontarsi con un passato ingombrante.

Le reazioni istituzionali – quella della Bundesbank ma anche quella dell’Spd, partito nel quale Sarrazin ancora milita, e che sta discutendo della sua espulsione – non sono condivise a pieno neppure dalla stampa liberal. Giornali come Die Zeit e il Tagesspiegel si chiedono ad esempio in che modo il controverso autore abbia concretamente danneggiato la banca centrale tedesca e riportano le dichiarazioni di esponenti socialdemocratici che ammettono di essere stati inondati da messaggi di militanti che difendono le tesi espresse nel libro. E chiedono che alle posizioni di Sarrazin si risponda aprendo un franco e costruttivo dibattito, evitando di farne un martire della libertà di pensiero. Insomma, la questione è divenuta una patata bollente, che rischia di prestarsi a strumentalizzazioni politiche e mediatiche, di avvilupparsi in una spirale di mosse e contromosse dalla quale tutti possono uscire perdenti.

Il paese ha tuttavia tutti gli strumenti – culturali, politici, economici e sociali – per prendere di petto la questione immigrazione, per toglierla dal cono d’ombra del sensazionalismo mediatico in cui è precipitata e per aprire un serio confronto che coinvolga tutte le parti in causa, comprese le organizzazioni civili e religiose che rappresentano quei cittadini che non vengono più definiti come Gastarbeiter ma, con un nuovo termine burocratico, Menschen mit Migrationshintergrund, uomini con uno sfondo di immigrazione.

La risonanza delle controverse tesi di Sarrazin non sarebbe spiegabile se esse non toccassero problemi concreti. Giusto una settimana fa, il quindicinale di costume e spettacolo berlinese Zitty – un’icona della scena alternativa e artistica della capitale – ha dedicato la sua storia di copertina alla fuga degli scolari tedeschi dalle scuole pubbliche di due quartieri a forte tasso di immigrazione, Kreuzberg e Neukölln. Le cause: in molte classi la percentuale di bambini immigrati raggiunge anche il 90 per cento, la qualità dell’insegnamento della lingua tedesca è scadente perché il livellamento avviene verso il basso, i bambini tedeschi subiscono una sorta di vero e proprio mobbing e di ghettizzazione. A optare per scuole private o per altri quartieri non sono genitori appartenenti a ceti borghesi spaventati, ma proprio quei genitori alternativi e di sinistra che sino a ieri esaltavano l’atmosfera multietnica e multiculturale di Kreuzberg e Neukölln: «Non posso fare di mio figlio una vittima dell’integrazione», riferisce a Zitty la giornalista e scrittrice Güner Balci, giustificando la scelta di non iscrivere suo figlio in una scuola pubblica di Neukölln, il quartiere in cui è nata e cresciuta e che ha lasciato da qualche tempo. Güner Balci non è una simpatizzante della destra ma una tedesca come si diceva un tempo “impegnata” i cui genitori arrivarono a Berlino dalla Turchia negli anni Sessanta alla ricerca di un posto di lavoro.

«Benvenuti nella realtà», replica con una buona dose di sarcasmo Heinz Buschkowsky, il vulcanico borgomastro di Neukölln, un socialdemocratico pragmatico in prima linea sul fronte di un quartiere diventato il simbolo di un’integrazione difficile. A Zitty dice: «Il mio appello ai genitori che iscrivono i loro figli in altre scuole è: restate e coinvolgetevi nelle attività degli istituti, altrimenti non cambierà nulla. Nello stesso tempo le scuole devono corrispondere alle attese dei genitori. Le due cose, come è evidente, si tengono assieme». Buschkowsky trova le tesi di Sarrazin imprudenti e mal formulate ma la sostanza, quella, lui la sperimenta ogni giorno nel suo quartiere. «Un grande partito di massa come l’Spd – ha sostenuto in un’intervista all’Ard – deve saper accogliere anche opinioni che possono non combaciare con la linea generale del partito. L’espulsione sarebbe un errore».

Le controverse tesi di Sarrazin, i morbidi pallonetti di Özil, le comunità parallele e non comunicanti dietro le facciate trendy di Kreuzberg e Neukölln, i film di successo del regista Fatih Akin, le polemiche sulle moschee, le denunce delle scrittrici laiche di origine turca, le pessime note scolastiche dei figli di immigrati, l’ascesa in politica di uomini e donne “con uno sfondo di immigrazione”, la quota crescente di reati compiuti da giovani con tale “sfondo”, l’affermazione letteraria e artistica di un’intellettualità di origine turca, gli scaffali esauriti di “Deutschland schaff sich ab” sono tutte facce composite e addirittura contrastanti di un’integrazione che oggi si confronta con sfide nuove e impensabili fino a qualche tempo fa. Ricondurre tutto a un dibattito serio, realistico e aperto può essere utile e anche di esempio per i paesi vicini dell’Europa centrale, nei quali si diffondono paure e xenofobie. Si può anche partire da un libro controverso e provocatorio per dare contenuto e concretezza a un nuovo modello di integrazione, magari con soluzioni diverse da quelle sottintese nel testo, prima che sia troppo tardi. Le banlieue fiammeggianti di Parigi restano un monito che attende ancora risposte costruttive e non demagogiche.