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L’ULTIMO MISTERO DI NICOLAE CEAUSESCU

È di qualche giorno fa la notizia che in Romania sono stati esumati i corpi del dittatore Nicolae Ceausescu e di sua moglie Elena. Su richiesta dei parenti, il figlio Valentin (unico rimasto in vita) e il genero Mircea Oprean (marito della defunta Zoe, morta di tumore quattro anni fa), gli esperti dell'istituto di medicina legale di Bucarest dovranno accertare, attraverso la prova del Dna, se i corpi contenuti nelle bare siano davvero quelli dei coniugi Ceausescu. A lungo i figli del dittatore avevano avanzato questa richiesta ma solo nel giugno di due anni fa la corte d'appello di Bucarest ha ordinato al ministero della Difesa di «presentare ai parenti prove inconfutabili sulla sepoltura della coppia». Tempo sei mesi e i medici scriveranno la sentenza definitiva su uno dei tanti misteri che ancora aleggiano su una delle vicende più oscure della stagione rivoluzionaria che nel 1989 portò al crollo dei regimi comunisti nell'Europa orientale. Altri misteri, tutti politici, restano a vent'anni di distanza ancora aperti e proiettano le loro ombre sulla Romania di oggi.

«Ma fu o no vera rivoluzione»? Il grande interrogativo della rivolta rumena non ha ancora una risposta certa. Nel film “A est di Bucarest” che fruttò al regista Corneliu Poremboiu il premio Camera d’Or al Festival di Cannes nel 2006, un ingegnere reinventatosi factotum di una modesta tv locale prova a sciogliere il nodo assieme a due testimoni improbabili, naufragando assieme a loro fra vecchie bugie, memorie sbiadite e minacce telefoniche di ex membri della Securutate divenuti nel frattempo piccoli boss imprenditoriali. In sessanta minuti di filmato c’è tutto il sapore amaro di una svolta ancora oggi avvolta nel mistero: e se il cinema rumeno ha conosciuto nel frattempo una meritata ribalta internazionale, lo stesso non si può dire per la politica. Le notti buie che portarono alla defenestrazione del Conducator, fino al suo processo e alla rapida esecuzione assieme alla moglie, restano il peccato originale di una svolta che ha prodotto nell’ultimo ventennio l’evoluzione politica e istituzionale meno limpida in un paese membro dell’Unione Europea.

Ancora oggi, la politica di Bucarest si muove incerta fra instabilità, corruzione, difficoltà economica. Ma tutto parte da lì, da quelle giornate oscure e tumultuose di un paese coi confini chiusi, in cui gli eventi si susseguirono senza che fosse possibile capirne la logica. Fu vera rivoluzione? O piuttosto un colpo di Stato interno, un putsch nato da una rete oscure che teneva legati comunisti epurati da Ceausescu, pezzi impazziti della Securitate alla ricerca di vie di fuga, trasformisti di ogni sorta, servizi segreti sovietici e americani riavvicinatisi dopo il vertice di Malta di inizio dicembre? Il mistero si addice alla terra di Dracula e dei vampiri ma a volte la realtà può essere assai meno fantasiosa, specie se la spiegazione è affidata a chi si occupa di politologia.

Juan José Linz è uno degli esperti più autorevoli di sistemi totalitari e autoritari. Nato nel 1926 a Bonn, in Germania, da padre tedesco e madre spagnola, si è formato in Spagna per poi emigrare negli Stati Uniti dove è stato per anni professore emerito di Scienza politica e Sociologia nella Yale University. In Italia molti dei suoi testi sono stati pubblicati dal Mulino. Pietre miliari della materia restano gli studi sulle transizioni dai sistemi liberali a quelli totalitari degli anni Venti e Trenta e quelli sul passaggio nell’Europa dell’Est dal comunismo alla democrazia. È in questi ultimi che Linz ha sviluppato gli aspetti del sultanismo legati alla Romania di Ceausescu. Non un sistema comunista come quello in vigore negli altri paesi del blocco sovietico ma la creazione di un potere familiare nel quale i posti chiave erano stati affidati a parenti e amici fedeli. La moglie Elena (che sarà giustiziata con lui) era di fatto numero due del regime, carica di titoli e ruoli, fra i quali primo vice-primo ministro (non è un errore di battitura), presidente della commissione quadri del partito, presidente del consiglio nazionale della scienza e della tecnologia. Quattro fratelli puntellavano il sultanismo altrove: Ilie era a capo della direzione politica generale del ministero della Difesa, Ioan era vicepresidente della commissione statale per la pianificazione, Florea faceva il giornalista nella redazione del quotidiano di partito “Scintea”, un quarto fratello era all’interno del dipartimento personale della Securitate. Nella ragnatela di parentela che intrappolava le istituzioni, il figlio Nicu era pubblicamente considerato il delfino futuro. I ruoli all’interno dell’apparato di polizia e sicurezza venivano fatti continuamente ruotare, evitando così che i responsabili costituissero un loro gruppo di potere, eventualmente alternativo a quello del sultano. Tutto dipendeva da Ceausescu e da sua moglie Elena, il partito non aveva alcuna voce in capitolo, non discuteva di nulla, non si articolava in gruppi e correnti, non si divideva fra conservatori e progressisti come avveniva in Germania Est o in Cecoslovacchia. Il ferreo controllo della società (la Securitate aveva mezzi e uomini inferiori solo alla Stasi) impediva perfino la formazione di una opposizione clandestina: nessun Samizad, nessuna riunione carbonara, solo pochi, isolati dissidenti che non riuscivano a raggiungere l’opinione pubblica.

Dunque nessuna società civile in embrione, nessuna organizzazione di opposizione clandestina che, pur con tutta l’inesperienza politica comprensibile, potesse suscitare, accompagnare e gestire un processo rivoluzionario. E neppure una fronda interna al partito, una componente “gorbacioviana” aperta alle riforme, in grado di togliere il terreno sotto i piedi del Conducator. L’unica via era il golpe, il tradimento dei chierici, il trasformismo di un apparato che, quando ha capito chi aveva ormai vinto, ha voltato le spalle a Ceausescu, addossandogli la colpa di tutto. Gioco facile, di fronte a una plebe poco istruita e per nulla educata alla politica, perché tutto era stato nelle sue mani. Più che il paese di Dracula, la Romania è stata il paese dei Gattopardi. E l’eredità della rivoluzione golpista ha pesato in tutta la fase della transizione di Bucarest dal 1989 fino ad oggi.

Aggiornamento di un articolo pubblicato lo scorso dicembre sul Riformista.