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LA VITTORIA MUTILATA DI CHRISTIAN WULFF

Ci sono volute più di nove ore, tre scrutini e tremilasettecentoventisei schede scrutinate per far sorridere Christian Wulff, 51 anni, fino a qualche ora fa presidente del Land della Bassa Sassonia e ora decimo presidente della Repubblica federale tedesca. L'esponente della Cdu, candidato dalla maggioranza governativa, ha ottenuto 625 voti, contro i 494 del suo sfidante più agguerrito, Joachim Gauck, teologo e dissidente ai tempi della Ddr. Due voti in più rispetto alla maggioranza assoluta di 623 necessaria per essere eletto nelle prime due votazioni ma sempre 21 in meno rispetto al pacchetto di voti di cui i tre partiti di coalizione disponevano sulla carta.

Di successo non si può davvero parlare. Quella di Wulff appare in tutto e per tutto una vittoria mutilata, che rischia di lasciare cicatrici difficilmente sanabili sul corpo debilitato di una maggioranza instabile, incerta e confusa. Se la scelta di Angela Merkel era stata quella di puntare su un'affidabile politico di professione per saldare i partiti di governo e provare a ripartire con nuovo slancio, la brutta figura cui è andata incontro oggi approfondisce, piuttosto che risolvere, tutti i germi di una crisi strisciante. Il problema non è, infatti, l'elezione stentata di Wulff. Questa è semmai la spia più plateale di un dissenso e di un malcontento che serpeggia ormai da mesi all'ombra delle incomprensioni e dei litigi che hanno segnato, fin quasi dalla sua nascita, la vicenda del governo giallo-nero, l'esecutivo di centrodestra che avrebbe dovuto imprimere - secondo le intenzioni dei suoi leader e le speranze dei suoi elettori - una nuova stagione di riforme.

Mai come in questi mesi, invece, la Germania vive su un doppio binario. La politica arranca mentre l'economia torna a volare. Di fronte ai litigi nel governo, le cronache registrano la realtà di un'imprenditoria che sta velocemente superando gli scogli della crisi finanziaria globale. Mentre i delegati della Bundesversammlung annaspavano sotto il colpo dei franchi tiratori, l'agenzia del lavoro comunicava una nuova discesa del numero dei disoccupati, tornati a livelli quasi precedenti la crisi del 2008. E anche sul piano del costume, la Germania vive momenti felici, dai successi della nazionale di calcio (frutto anche di una sapiente organizzazione del settore calcistico) a quello della cantante Lena Meyer-Landrut alla recente edizione dell'Eurovision. Piccole storie di euforia collettiva che stridono con l'immagine che i cittadini hanno della loro politica.

I sondaggi più recenti bocciano senza riserve l'azione di governo: la Cdu è scesa al 33 per cento dei consensi, incalzata di nuovo dai socialdemocratici che solo qualche mese fa erano dati per spacciati. I liberali, qualora si votasse oggi per le elezioni politiche, faticherebbero a superare la soglia di sbarramento del 5 per cento: in nove mesi il loro bottino elettorale si è più che dimezzato. Volano invece i Verdi, tanto che le forze di opposizione sovrastano oggi quelle di maggioranza di molti punti percentuali. Questo disagio si è rivelato in tutta la sua durezza nel recente voto regionale in Nord Reno-Vestfalia e in maniera spettacolare nella Bundesversammlung di oggi. I dissidenti si sono mossi in maniera scientifica: hanno fatto mancare la maggioranza assoluta nelle prime due votazioni (600 voti al primo scrutinio, 615 al secondo) e l'hanno riconsegnata al terzo, quando non era più necessaria. Una beffa plateale che Angela Merkel non può minimizzare.

Tornando alla lunga giornata vissuta nel Reichstag, esce con grande dignità la figura dello sfidante espresso da Spd e Verdi, Joachim Gauck. L'ex pastore evangelico, che aveva avuto un ruolo di rilievo nei movimenti popolari di protesta che portarono alla caduta della Ddr e per dieci anni aveva guidato l'autorithy che ha indagato gli atti contenuti negli archivi della Stasi, ha dimostrato di saper attirare il voto di molti grandi elettori della Cdu e dell'Fdp: resta il rimpianto che attorno alla sua candidatura non sia stato possibile costruire quel consenso bipartisan che forse sarebbe stata una buona medicina per una politica che appare ancora convalescente. Lo avrebbe meritato la sua storia personale, il suo carisma, la sua passionalità. Per la Spd e per i Verdi, che possono ritenersi soddisfatti della strategia adottata in questa elezione, c'è da capire se la scelta di candidare un indipendente dal profilo liberal-conservatore sia stata solo una provocazione tattica per evidenziare le difficoltà del governo o possa essere premonitrice di una svolta verso il centro, una sorta di rincorsa verso quel Mitte che rappresentò la bussola vincente dell'era Schröder. Sarebbe una svolta rispetto all'idea, fin qui perseguita senza successo, di inseguire la Linke sul terreno della sinistra.

La Linke, il partito formato dagli eredi della Sed e dai dissidenti massimalisti dell'Spd, può essere considerata l'altra sconfitta di questa giornata. Il partito che da poco ha rinnovato i suoi vertici dirigenziali (ma a detta degli insider, Gregor Gysi continua a manovrare uomini e idee) si è trovato spiazzato dalla candidatura di Gauck e ha fatto fatica a prenderne le misure. Dietro la corsa per la presidenza si è in realtà consumato l'ennesimo capitolo della competizione a sinistra: ma questa volta, chi si è trovata in affanno è stata la Linke. Per un partito che fa dell'anticapitalismo la sua ragione di lotta, appoggiare un uomo pro libero mercato come Gauck sarebbe stato un controsenso. I concetti di libertà e democrazia propugnati dall'ex dissidente suonano alle orecchie dei militanti della Linke come l'espressione evidente di un uomo legato alla filosofia economica e politica del neoliberalismo. Ma oltre a tutto questo, Gauck ha sollevato il nervo scoperto del rapporto con il passato della Ddr, e su questo la Linke ha dimostrato di essere in debito di riflessione e di analisi. Il risultato sono i 121 astenuti alla terza votazione e il paradosso che il cristiano-democratico Christian Wulff è stato eletto anche con l'aiuto indiretto dei grandi elettori della Linke.

Infine il presidente, Christian Wulff. Già il fatto che se ne parli solo alla fine di una lunga analisi, la dice lunga sull'impatto che la sua personalità ha avuto nella campagna elettorale. Riservato e un po' impacciato, ha sofferto la passione con cui Gauck si è gettato in questa avventura politica. Ha interpretato senza grande fantasia il ruolo di uomo di apparato, chiamato a quel posto per mettere una pezza alle difficoltà del governo e per evitare che il ruolo di presidente potesse essere ricoperto, come nel caso del predecessore Köhler, da un uomo poco attento agli equilibri della politica. E tuttavia, nonostante sia in politica da molti anni, è un uomo giovane, con i suoi 51 anni il più giovane presidente della storia repubblicana tedesca. Ha esperienza ed equilibrio, lascia una regione i cui elettori si dicono soddisfatti del lavoro che stava compiendo. Non accarezza l'antipolitica, è garbato e responsabile, potrebbe svolgere un ruolo importante nel riavvicinare i cittadini alle istituzioni. Dovrebbe fare quel che diceva di voler fare Gauck: restituire ai tedeschi il gusto della democrazia e della libertà, alle istituzioni dignità e fiducia. I due hanno buoni rapporti personali: magari potrebbe di tanto in tanto chiedergli consiglio.