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IL BARATRO KIRGHISO

Guerra civile. O conflitti interetnici, come si suole dire in maniera più morbida per non far apparire la tragedia nella sua più estrema drammaticità. La situazione in Kirghizistan è forse ora più tranquilla a dieci giorni dall‘esplosione degli scontri nel sud del Paese, ma sta prendendo contorni decisamente peggiori rispetto ai sanguinosi precedenti del 1990. Allora, poco prima che l‘Urss collassasse su se stessa, intervenne Mosca per mettere fine alle tensioni tra kirghisi e uzbeki nella valle di Fergana e i morti furono 300. Oggi,stando alle parole della presidente ad interim Rosa Otunbayeva le vittime sarebbero circa 2.000. A queste si aggiungono i profughi che secondo l‘Onu si aggirano intorno ai 400.000.

Circa la metà degli uzbeki che fino alla settimana passata viveva nella parte meridionale del Kirghizistan ha fatto insomma le valigie e cerca adesso rifugio in Uzbekistan. Un quarto di essi ha già passato il confine, il resto aspetta tra stenti nei campi kirghisi. Le Nazioni Unite calcolano che circa un milione di persone siano coinvolte in quella che sta diventando una vera e propria catastrofe umanitaria. Anche il vice segretario di Stato americano Robert Blake, dopo una ricognizione venerdì in una tendopoli uzbeka, ha riconosciuto la gravità del momento. Non solo: ha chiesto una commissione internazionale per investigare sull‘accaduto e soprattutto sulle cause che hanno scatenato i massacri.

Quello che rimane nell‘incertezza, oltre alle cifre che devono essere in ogni caso tutte confermate, è perché infatti la polveriera kirghisa si esplosa in questo momento, alla vigilia di un importante referendum che avrebbe dovuto dare maggiore legittimità alla Otunbayeva e al nuovo governo. L‘ex presidente Kurmanbek Bakiyev ha smentito dal suo esilio di Minsk di essere in qualche modo collegato a chi ha appiccato il fuoco. Ma le sue repliche non convincono del tutto, come le parole del suo difensore d‘ufficio Alexander Lukashenko: per il dittatore bielorusso la Otunbayeva non è in grado da sola di tirare il paese fuori dal baratro e dovrebbe tendere una mano al vecchio numero uno.

Travolto dalla protesta popolare a Bishkek e costretto alla fuga all‘estero, Bakiyev ha ancora una folta schiera di sostenitori legati al suo clan sparsi nella zona meridionale del Kirghizistan, tra Osh e Jalalabad, sua città natale. Nel 2005 era stato lui a far scappare dal palazzo presidenziale - arrotolato in un tappeto, raccontano nella capitale - il vecchio capo di stato Askar Akayev. Era stato il culmine della cosiddetta rivoluzione dei tulipani e Bakiyev era diventato il primo presidente arrivato dal sud, dove insieme ai kirghisi convivono uzbeki e tagiki. Molti speravano di agganciarsi al nord più modernizzato e a presenza russa, ma sono stati delusi.

Nepotismo, corruzione, dividendi non distribuiti, così è caduto Bakiyev, che però non si è mai arreso. Non ha accettato il cambio della guardia forzato e la difficoltà della Otunbayeva di legittimarsi di fronte a tutto il Paese tirano acqua al suo mulino. Non è facile però trarre conclusioni sicure. Soprattutto in uno stato come il Kirghizistan dove gli equilibri politici ed economici si intersecano con le strutture sociali, familiari, di clan, a loro volta basati sull‘etnia.

Non solo, in un Paese povero e corrotto con una cornice dove gli standard democratici occidentali sono solo un optional le organizzazioni criminali hanno sempre la mano nel vaso di marmellata: soprattutto i grandi signori della droga, che controllano il trasporto dall‘Afganistan attraverso le repubbliche dell‘Asia centrale verso la Russia e l‘Europa avrebbero vantaggio da un Kirghizistan traballante.

In quest‘ottica si può leggere la presenza di Aibek Mirsidikov dietro i primi scontri a maggio a Jalalabad. Aibek, detto il Nero, sarebbe stato legato ad Akhmet Bakiyev, uno dei fratelli del presidente, che per l‘ex capo dei servizi kirghisi Artur Medetbekov avrebbe avuto un grande ruolo nel traffico di droga sulla rotta da Kabul verso Occidente. Aveva programmato altri scontri all‘inizio di giugno, poi il 7 qualcuno l‘ha fatto fuori. Bektur Assanov, governatore della provincia di Jalalabad, ha detto che il clan Bakiyev ha perso così il santo protettore. Un paio di giorni dopo è iniziato il bagno di sangue.

L‘ipotesi della miccia accesa da una mano precisa, qualunque essa sia stata e perché, è in ogni caso senza‘altro più plausibile degli scontri tra kirghisi e uzbeki iniziati quasi per caso e degenerati per la semplice mancanza di polso delle autorità, locali e nazionali. Quello che è certo è che un „failed state“ in Asia centrale, un buco nero dentro il quale si muovono non solo i baroni della droga e i warlord, ma anche gli estremisti islamici come l‘Hizb ut Tahrir o l‘Imu (Movimento islamico per l‘Uzbekistan) è quello che non solo la Russia, ma anche gli Stati Uniti e la più defilata Cina hanno interesse con ogni mezzo a evitare.

Come ha detto al Cremlino Dimitri Medvedev quello kirghiso è un „problema interno“, ma anche se fino ad ora la Russia si è astenuta dal mandare truppe - per ora solo alcuni reparti speciali a rafforzare la base di Kant - è chiaro che un prolungamento e inasprimento degli scontri potrà essere fermato solo con l‘intervento di Mosca e l‘appoggio degli Usa. Un nuovo banco di prova per Cremlino e Casa Bianca nel Nuovo Grande Gioco centroasiatico.