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L’IRRIDUCIBILE DELLA DDR

Basterebbero tre sillabe per chiudere una pagina e aprirne un’altra, per avere il coraggio di leggere il passato e aprire un dialogo sincero con il prossimo e con se stesso. Ma quelle tre sillabe non arrivano, neppure oggi, che sono passati vent’anni ed è tempo di bilanci che si possono tracciare senza la paura di essere inseguiti dai tribunali o dalle folle inferocite, anche perché di feroce qui a Berlino non c’è più nessuno. Egon Krenz, l’uomo del politburo che fece le scarpe a Honecker ma poi affondò insieme al suo regime, si agita sulla sedia durante la conferenza organizzata dall’associazione della stampa estera, si difende, attacca, ricostruisce gli eventi a modo suo. Tiene il punto, anche quando ti aspetteresti un’ammissione, una comprensione. Eppure sarebbe così facile, tre sillbe semplici semplici: «Scu-sa-te».

Non si scusa. Egon Krenz è un irriducibile. L’uomo che non fu mai preso sul serio. I tedeschi dell’est se lo ricordano quando nel maggio del 1989 apparve su tutti i televisori con la faccia di tolla, come Guglielmo il dentone di Alberto Sordi, per comunicare i risultati delle elezioni comunali in cui il Fronte nazionale, il blocco dei partiti soggiogato dalla Sed, imbrogliando, aveva ottenuto il 98,85 per cento. A quel risultato non credette nessuno, ma osservando il suo sorriso sfacciato decisero che era il momento di muoversi e di protestare. Un mese dopo dalla chiesa evangelica di Sophienkirche, nell’ex cuore ebraico del quartiere Mitte, spuntarono i primi striscioni, “basta con l’inganno elettorale”, e partirono le prime manifestazioni, represse in modo violento con 120 dimostranti caricati sui cellulari. In Polonia Solidarnosc veniva chiamata alla tavola rotonda col governo, in Ungheria si cominciava a smantellare l’impalcatura della Repubblica popolare e a Berlino Est iniziò la lunga marcia verso il 9 novembre.

Il muro cadde molte settimane dopo e Krenz si è ricostruito la storia a modo suo. Si è scritto su un foglietto una parte del famoso discorso di Gettysburg di Abraham Lincoln, considerato una pietra miliare nella costruzione dell’unità del paese dopo la guerra civile e lo cita con enfasi. «Anche la Germania ha vissuto la sua guerra civile», incalza, «sotto lo scudo delle due superpotenze. Nel 1989 è finita una situazione pericolosa che poteva portare i due popoli tedeschi a combattersi l’un l’altro in qualsiasi momento. Il Ventesimo secolo ha rappresentato una tragedia per noi tedeschi, abbiamo iniziato due guerre devastanti e credo si debba ricordare che senza l’attacco di Hitler non avremmo avuto né il 1945, né la divisione della Germania e neppure il muro». Il 9 novembre 1989 come data di riconciliazione nazionale, il suo contributo quello di non aver dato a Vopos e militari l’ordine di sparare sui manifestanti: «Dopo la conferenza stampa di Schabowski, che diede il via libera anticipato alla legge per la libertà di viaggio che avevamo programmato per il giorno successivo, migliaia di cittadini si riversarono sui punti di passaggio tra Berlino Est e Berlino Ovest. I poliziotti di frontiera non avevano ricevuto alcun ordine e non sapevano come regolarsi. In quei minuti si è rischiato un confronto militare per la difesa del nostro confine. In quel momento abbiamo deciso di evitare una tragedia e dato il via libera per il transito. Quando a mezzanotte abbiamo ricevuto la comunicazione che tutto si stava svolgendo pacificamente abbiamo tirato un respiro di sollievo».

Krenz era arrivato al vertice della Sed dopo che un gruppo di più giovani complottisti aveva defenestrato il vecchio leader Erich Honecker. Un putsch interno al partito. Günter Schabowski, l’uomo che nella conferenza stampa del 9 novembre s’impappinerà sulla domanda finale anticipando di un giorno l’entrata in vigore della nuova legge sulla libertà di espatrio, e che faceva parte dei putschisti, dice oggi che Krenz fu scelto come successore perché era un uomo senza qualità. I due ormai neppure si salutano, e forse anche allora tra di loro non correva troppa simpatia. Adesso Krenz dice di essere stato un seguace delle riforme di Gorbaciov e di aver creduto che la strada riformista sarebbe stata l’unica in grado di salvare la Ddr e trasformarla in uno stato socialista dal volto umano: «Ho creduto nella glasnost e nella perestroika, anche se pure Gorbaciov è poi fallito». Così come la Ddr. Che però, secondo lui, «non era uno stato ingiusto». Il passato, per Krenz, ha un sapore dolce: «Non è stata ancora scritto il capitolo finale del capitalismo. Oggi i cittadini possono fare un confronto con gli anni della Ddr e rimpiangere i tanti traguardi che avevamo raggiunto, uno su tutti il lavoro sicuro per ognuno». Non è nostalgia, «un atteggiamento sentimentale per la gioventù svanita, ma la consapevolezza di aver perduto le tante cose concrete che avevamo realizzato».

Dai suoi ricordi sono state rimosse le centinaia di migliaia di persone che fuggivano dal paese, che manifestavano per le strade, che chiedevano ormai ben altro che poter viaggiare liberamente all’estero, il fatto che i dirigenti si erano semplicemente messi a rincorrere le richieste della società nella speranza illusoria di arrestare il crollo. Il mondo di Krenz assomiglia piuttosto agli scenari prefabbricati del film Good bye Lenin, e nessuno potrebbe rimproverare a un comunista irriducibile la convinzione che si stava meglio quando si stava peggio. Se solo parlasse anche della Stasi, dello stato di polizia costruito contro i cittadini, delle persecuzioni, delle vessazioni, delle costrizioni, se solo uscissero dalla sua bocca, almeno una volta, quelle tre sillabe catartiche. Invece no, neppure una parola. E allora tutto scivola come una valanga di risentimento, propaganda, un tentativo postumo di difesa: la polemica contro l’equiparazione fra nazismo e comunismo, la richiesta di una valutazione meno ideologica dell’esperienza del socialismo reale, la comprensione per le difficoltà che oggi incontra una parte degli abitanti dell’ex Germania est, la giustificazione del muro «innalzato per evitare che scoppiasse un terzo conflitto mondiale».

Suona come una consolazione la considerazione che «il destino della Ddr era legato a quello dell’Unione Sovietica. Quando il nostro stato è crollato, l’Urss aveva già la strada segnata, la scomparsa della Repubblica democratica tedesca è comprensibile solo nel contesto politico più ampio». Oggi la guerra è finita, ma per andare in pace bisognerebbe almeno riconoscere i motivi per cui si è persa la battaglia. Krenz si infervora per la crisi economica del capitalismo e per un titolo di una recente edizione del quotidiano conservatore Frankfurter Allgemeine: Marx aveva ragione. Non ne coglie l’ironia, il gusto leggero di giocare con i paradossi della storia. Cita Rosa Luxemburg, quando diceva o socialismo o barbarie: «Sono rimasto fermo a quella considerazione, c’è bisogno di un nuovo socialismo, diverso anche da quello che avevamo allora». In marcia dunque, c’è un grande futuro dietro le spalle.