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KÖHLER E I GUAI AFGANI

Le dimissioni del presidente tedesco Horst Köhler sono un novum nella storia politica della Bundesrepublik. Mai prima d’ora un capo dello stato aveva interrotto volontariamente il proprio mandato. L’ha fatto in maniera sorprendente Köhler lasciando in tutta la Germania, nella politica e nella società, un grande sconcerto. Le sue dimissioni possono essere lette in diversi modi.

Il diretto interessato ha detto in conferenza stampa “I miei commenti sulle missioni all’estero della Bundeswehr hanno incontrato aspre critiche. Mi dispiace che abbiano potuto portare a malintesi su questioni vitali e difficili per il nostro paese. Le critiche arrivano però sino a imputarmi il fatto di aver sostenuto missioni non coperte dalla costituzione. Queste critiche sono ingiustificate e fanno mancare il rispetto necessario per il mio ufficio”.

L’episodio al quale Köhler si riferisce è quello dell’intervista a Deutschlandradio in cui il presidente ha affermato che “visto il modo in cui la nostra economia è orientata alle esportazioni e la nostra dipendenza dal commercio internazionale dobbiamo anche sapere che in casi estremi anche l'impiego della forza militare è necessario per difendere i nostri interessi”, mettendo l’accento sulla “libertà delle vie di comunicazioni del commercio internazionale” per impedire “instabilità regionali che si ripercuotono indirettamente anche sulla nostra economia, sui nostri posti di lavoro, sul nostro benessere”.

Tradotto in parole povere: il presidente si è dimesso perché ha detto una verità non certo nuova. Il presidente vicino alla gente, il Super Horst coccolato dai media nelle sue missioni in Africa o durante i Mondiali tedeschi del 2006, l’ha sparata via etere direttamente al suo popolo, a quell’opinione pubblica che è tendenzialmente ostile alle operazioni all’estero della Bundeswehr. Attaccato a gran voce dall’opposizione di sinistra, che reclama da tempo il ritiro delle truppe dall’Afganistan, Köhler non è stato difeso dalla maggioranza di governo, né dal ministro degli esteri Guido Westerwelle, né da Angela Merkel. La cancelliera – adducendo regole di buoni rapporti istituzionali – ha evitato di commentare le esternazioni del capo dello stato, ma lo ha di fatto lasciato esposto al fuoco della sinistra.

Ora: a parte il fatto che un presidente dovrebbe essere abituato a ricevere allori e critiche, le dimissioni di Köhler sono parse una reazione esagerata frutto di quella Dünnhäutigkeit (permalosità) di cui egli è affetto e che in questo momento hanno fatto scendere in secondo piano il buon lavoro svolto durante il mandato. Anteporre le valutazioni personali a quello che in un momento così difficile per la Germania in generale e soprattutto per la maggioranza di governo che lo ha portato a Schloss Bellevue, è un gesto per certi versi incomprensibile. Che si spiega appunto solo con motivazioni al di fuori della dialettica politica. Lasciando anche stare la questione prettamente interna tedesca (crisi cronica della maggioranza sprofondata nei sondaggi, vuoto politico, successione etc.) è interessante insistere sulle frasi incriminate e il loro messaggio.

Horst Köhler non è un ingenuo novellino del palcoscenico internazionale che ora abbandona con poca gloria. Prima di diventare presidente in Germania (posto sì, rappresentativo, ma sempre della prima potenza continentale) è stato a capo dell’Istituto monetario internazionale (per quattro anni, su suggerimento di Gerhard Schröder), della Banca europea per lo sviluppo, e durante gli anni novanta ha lavorato alle spalle di Helmut Kohl e Theo Waigel su fronte riunificazione, euro e Russia. Un apprezzato tecnico, ma anche politico di lungo corso (dal 1981 membro della Cdu, il partito della Merkel).

Quando un personaggio così parla, si presuppone che sappia quello che dice. Le sue dichiarazioni sul ruolo della Bundeswehr e il rapporto tra guerre ed economia, diversamente scandalose a seconda della prospettiva politica, gli sono state fatali. Ma il loro impatto, a maggior ragione dopo le discutibili dimissioni, rischia di essere ancora più devastante per un governo che sulla questione afgana (esattamente come i precedenti di altro colore politico) è inciampato più volte e che trova sempre più difficoltà a convincere i tedeschi sull’utilità e la bontà della missione.

(Pubblicato su Limes)