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LA GERMANIA SCOPRE L’INSTABILITÀ POLITICA

È un lunedì di fine maggio freddo e grigio a Berlino, quando il presidente della Bundesrepublik Horst Köhler si presenta in una sala della sua residenza dello Schloss Bellevue con la moglie al fianco, e con voce commossa e solenne annuncia una decisione sorprendente: «Vi rendo noto le mie dimissioni dal ruolo di presidente della Repubblica federale con effetto immediato». È un fulmine a ciel sereno, sebbene il presidente sia stato per molti giorni al centro delle critiche per le sue dichiarazioni sull’impegno delle truppe tedesche in Afganistan.

Una presenza, aveva detto Köhler il 22 maggio scorso a margine della sua visita nella regione di Kunduz dove sono impegnate le truppe tedesche, che è giustificata anche da interessi economici del nostro paese e non solo strategici. Da qui le critiche, anche pesanti, giunte dai partiti tedeschi di opposizione ma anche di parte della maggioranza (particolarmente violente quelle dell’esponente dei Verdi Jürgen Trittin) e dallo stesso ambiente militare.

«Le mie dichiarazioni su una questione importante e delicata per la nostra nazione sono state aspramente criticate e soprattutto travisate – ha proseguito il presidente – ma le critiche sono andate oltre, fino al punto da insinuare che io sarei a favore di un impiego delle truppe al di fuori delle regole costituzionali. Tali accuse non hanno alcun fondamento e ledono il rispetto dovuto al ruolo che ricopro». Il mondo politico è sotto choc: è la prima volta nella storia della Repubblica federale che un presidente si dimette. Köhler era al primo anno del suo secondo mandato. Era stato eletto la prima volta nel 2004 e confermato esattamente un anno fa, come candidato dei partiti di centrodestra, Cdu-Csu e Fdp, che sono attualmente al governo. In entrambi i casi superò la candidata delle forze di sinistra, Gesine Schwann, espressa dall’Spd e dai Verdi. Era anche il primo presidente nato fuori dagli attuali confini tedeschi: esattamente a Skierbieszów, in Polonia, dove la sua famiglia di etnia tedesca e originaria della Bessarabia rumena fu costretta a emigrare ai tempi dell’occupazione nazista della Polonia. In fuga dall’avanzata dell’Armata Rossa, la famiglia Köhler ripiegò nei dintorni di Lipsia, dove si stabilì fino al 1953, quando attraverso il corridoio di Berlino ovest riuscì finalmente a fuggire in occidente.

Fin qui la cronaca. Secondo la Costituzione, sarà il presidente del Bundesrat Jens Böhrnsen, borgomastro di Brema dell’Spd, a gestire la fase di transizione che dovrà concludersi entro un mese, quando la Bundesversammlung, la speciale assemblea che elegge il presidente, dovrà riunirsi per una nuova elezione. Ma la sorprendente decisione di Köhler piomba in un momento assai delicato per la politica tedesca. Il governo di Angela Merkel naviga in acque agitate, negli ultimi mesi ha perduto una parte del consenso che aveva permesso la vittoria elettorale del settembre scorso e si trova di fronte il difficile passaggio delle misure di risparmio necessarie per affrontare la crisi finanziaria che ha colpito l’euro. Il suo job approval è sceso al 48 per cento, ma quel che più preoccupa sono i dieci punti in meno rispetto a un mese fa: ad aprile era ancora al 58 per cento. Tre settimane fa la coalizione Cdu-Fdp ha perduto le elezioni nella importante regione del Nordreno Vestfalia, perdendo anche la maggioranza nella camera federale del Bundesrat. Ora la doccia fredda delle dimissioni del “suo” presidente, dopo quelle dalla politica del potente presidente della regione dell’Assia, il cristiano-democratico Roland Koch, esponente dell’ala conservatrice della Cdu, in polemica con la Merkel.

La maggioranza nella Bundesversammlung ci sarebbe ancora, ma l’umore generale tende al nero e per la cancelliera si apre la fase più difficile e pericolosa della sua fin qui brillante carriera politica. Le sue prime reazioni alle dimissioni di Köhler sono state improntate a grande diplomazia: tristezza, rimpianto e rispetto per la scelta del presidente. Ma se la maggioranza piange, l’opposizione non ride. Anche il principale partito della sinistra, l’Spd, non vive giorni di gloria. I sondaggi a livello nazionale continuano a segnalare che la crisi vissuta lo scorso anno non è stata affatto superata e che la nuova leadership emersa dopo la sconfitta alle politiche fatica a imporsi fra gli elettori. La vittoria dimezzata in Nordreno Vestfalia è stata, in realtà, più una sconfitta della Cdu e i tentativi di formare un governo regionale con i Verdi e con la Linke sono falliti. L’incertezza permane, il ricorso a un nuovo voto non è escluso, la paralisi di Düsseldorf rispecchia quella di un paese che si è improvvisamente scoperto vulnerabile proprio in uno dei suoi punti di forza: la stabilità. Il quadro resta complesso e confuso nello scenario di un parlamento in cui ormai trovano stabile presenza cinque partiti, uno dei quali – la Linke – viene però ancora ritenuto non affidabile per un governo nazionale dagli altri quattro. L’elezione del presidente della Repubblica è spesso stata un segnale per i futuri equilibri della politica, ma questa volta il puzzle che dovrà essere composto appare davvero difficile.