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LENA E LE ALTRE. GEOPOLITICA DELL’EUROVISION

La piena transita in queste ore sotto i ponti di Francoforte sull'Oder, la Merkel non riesce a uscire dall'angolo in cui s'è ficcata, il Nordreno Vestfalia non trova la quadratura del cerchio di un nuovo governo, due sfessati sedicenni uccidono per noia un senzatetto in un paesino della Bassa Sassonia, la nazionale prova a sostituire il carisma dell'infortunato Ballack con la diligenza del soldatino Lahm, l'I-Pad è tutto esaurito dopo il primo giorno di vendite (alla faccia della crisi), il tempo (meteorologicamente parlando) regala una piccola pausa primaverile. Storie di un ordinario sabato tedesco. Che ordinario non è. Difficile spiegarlo ai lettori italiani, che l'Eurovision Song Contest manco sanno cosa sia. Ma questa sera, milioni e milioni di tedeschi resteranno incollati alla televisione per seguire la serata finale della canzone europea con la speranza (per molti la certezza) che la candidata di casa, l'ormai onnipresente Lena Meyer-Landrut, riporterà il titolo in Germania dopo anni di magre figure.

Qui è ormai un'ossessione. Sulle spalle di Lena si concentra la pressione di un intero paese alla ricerca di quel riconoscimento in una qualche competizione che manca ormai da tempo. In Germania si sono anzi specializzati nelle feste per le vittorie mancate. Una patetica specialità che se da un lato dimostra una bella maturità per aver introiettato (a differenza di altri) la cultura della sconfitta, dall'altro suona come una triste beffa: «consolamose co' l'ajetto», dicono a Roma. I tedeschi ci hanno fatto l'abitudine, aggiungendoci musica e birra e sforzandosi di sorridere felici di fronte a calciatori che non sono riusciti ad arrivare alla finale (Mondiale 2006) o che l'hanno persa per manifesta inferiorità (Champions League 2010).


Lena arriva al momento giusto. E' giovane, carina, apparentemente fragile e in realtà capace di giocare con i media come una consumata attrice, canta una canzone orecchiabile ma in qualche modo originale per una manifestazione ove abbonda il trash e il folklore, è supportata da una straordinaria corrente mediatica che si è trascinata appresso l'eccitazione di un intero paese. Lena è ovunque, Lena è favorita, Lena vincerà e nella natale Hannover stanno già allestendo i preparativi per la festa, quando ritornerà da Oslo con il trofeo in mano. Fino all'anno scorso ci si limitava a chiedersi se il candidato tedesco potesse evitare l'affronto dell'ultimo posto, ora si punta senza indugi al primo.

Al di là delle considerazioni sociologiche sull'impazzimento di milioni di seri cittadini per una competizione canora allegra, divertente ma di scarsa qualità e al di là dei dubbi sul fatto che una vittoria all'Eurovision possa ricaricare le batterie dell'orgoglio di un paese grande e forte come la Germania, visto che di gioco si tratta, allora giochiamo. La Germania (intesa come media e cittadini-spettatori) è convinta, convintissima, che questa volta sia quella giusta. Ma, come è capitato per altre vicende assai più drammatiche della storia, sembra avere una certa difficoltà a far di conto con la realtà, intesa in questo caso come "geopolitica dell'Eurovision" (se volete dargli un nome più concreto e meno ludico, chiamatelo lobbismo). La Germania ha un punto di forza: è il maggior contribuente della baracca. Né più né meno di quello che accade con l'Unione Europea. Il denaro qualche ruolo lo giocherà di sicuro, anche se finora non è servito a molto. Assai di più contano i blocchi geografici che si sono consolidati nelle ultime manifestazioni.

E qui non si scappa. I grandi elettori si raggruppano in tre aree: quella balcanica, quella scandinava e quella ex sovietica. La Germania non appartiene a nessuna delle tre. Non contano vecchi rancori e antiche inimicizie. L'Eurovision è l'unico terreno dove gli ex jugoslavi non si guardano in cagnesco, gli scandinavi non si lanciano invidie incrociate e gli ex sovietici non hanno paura di Mosca. Nel blocco balcanico un ruolo centrale lo gioca la Croazia (quest'anno caduta nelle semifinali): gli sloveni votano i croati, i croati votano i bosniaci, i bosniaci votano gli albanesi, gli albanesi votano i macedoni, i macedoni votano i serbi e tutti sono disposti a votare il vicino che ha le maggiori chance di vittoria. In questo puzzle balcanico si inseriscono di tanto in tanto la Grecia e la Turchia: i turchi votano i bosniaci (musulmani), i greci votano i serbi (ortodossi) e ovviamente viceversa, ma sono disposti in nome di una sonorità musicale comune a non farsi troppi scrupoli nel dare o ricevere voti dagli altri paesi del blocco.

La simpatia ortodossa può attrarre su Grecia o Serbia anche il voto dei rumeni e degli ucraini - vale ovviamente anche viceversa - e può determinare uno sconfinamento nel blocco ex sovietico, agganciando la Russia. Tre anni fa vinse Belgrado, due anni fa Mosca. Nel gruppo ex sovietico quest'anno va forte l'Azerbaigian, che presenta una cantante che vale (scenograficamente) assai di più della canzone che canta e che i bookmakers danno favorita al pari della tedesca. Nel gruppo ex sovietico la compattezza è cresciuta negli ultimi anni: qui, ad esempio, gli ucraini ammainano le bandiere arancioni (è avvenuto anche in politica, ma restiamo al gioco e non mischiamo troppo le cose) e non si fanno scrupoli a compattarsi con i vecchi compagni di un tempo, così come i georgiani, alla faccia dei carri armati in Abcasia e nell'Ossezia del Sud. La Csi erede dell'Urss torna insomma nelle vesti di una comunità di suonatori indipendenti.

Il terzo blocco è quello scandinavo, che qualche anno fa portò alla vittoria una innocua canzone finlandese e quest'anno detiene il titolo, conquistato l'anno scorso dalla Norvegia (in verità con una bella canzone). Qui i confini si allargano ai paesi baltici - che si sentono scandinavi - i quali però strizzano l'occhio anche a est verso la Russia, memori di un passato che sulla pedana dell'Eurovision non fa paura. Il flusso vale in un senso e nell'altro, a seconda di chi dimostra maggiore capacità coalizionale nei giorni del festival. Per questa finale le maggiori chance le ha l'Islanda.

Da tutti questi scenari la Germania appare isolata. Lena ha giocato la sua controffensiva diplomatica in conferenza stampa, flirtando con i padroni di casa norvegesi, dichiarandosi delusa per l'esclusione di Olanda e Svezia («erano le mie canzoni favorite»), ammiccando anche a una concorrente pericolosa come la cantante portoghese, che pure può contare sul più piccolo microcosmo iberico e forse far breccia in qualche paese mediterraneo. Ma in realtà punta tutto sulla sua originale canzone, nella speranza che il look sobrio nero con il quale si presenterà in scena (stile H&M per un sabato sera a casa di amici) possa competere con le mise più sfacciate e simil-erotiche delle colleghe est-europee. Il corsivista inglese Roger Boyes, sul berlinese Tagesspiegel di oggi, aveva suggerito alla tedesca di cambiare in extremis il titolo della canzone, da Satellite a Sputnik, in modo da far breccia nelle repubbliche dell'ex Unione Sovietica. Ma forse un ruolo decisivo lo può giocare proprio la potenza economica tedesca, che è tale all'Eurovision come nei palazzi di Bruxelles. Non siamo d'altronde in tempi di crisi? E chi vorrebbe ancora una volta deludere la Germania, che alla fine paga sempre per tutti noi?