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SE BERLINO (HERTHA) FINISCE IN SERIE B

Berlino senza Bundesliga, la serie A tedesca, rappresenta un dramma esistenziale per i tifosi dell’Hertha, condannati alla retrocessione dopo un campionato disputato guardando le avversarie sempre dall'ultimo gradino della classifica. Ma la Bundesliga senza Berlino potrà sopravvivere senza grandi problemi. Un rapporto difficile quello fra il calcio e la capitale ritrovata. Nell’albo d’oro dei "capitolini" ci sono solo due date importanti che si perdono nella notte dei tempi, il 1930 e 1931, gli anni della vittoria nel campionato che precedette la Reichliga e poi la Gauliga Ostmark inventata da Hitler.

Ma da quando è nata la moderna Bundesliga, nella stagione 1963-1964 dopo un lungo dopoguerra caratterizzato anche da quattro campionati diversi per ogni settore di occupazione, Berlino non ha mai messo piede nella stanza dei bottoni. Un campionato a trazione occidentale, la Bundesliga, anche da quando nel 1991 si decise di ingrossarlo temporaneamente a venti squadre per aggregare le prime due classificate dell’Oberliga della Ddr, l’Hansa Rostock e la Dynamo Dresda. Oltre a loro, solo l’Energie Cottbus è riuscita a calpestare i prati della massima serie negli ultimi venti anni: Dresda gioca in terza serie, Rostock è retrocessa due anni fa, Cottbus l’anno scorso, ora tocca a Berlino.

L’Hertha, tuttavia, può essere considerata una squadra dell’est solo guardando la nuova geografia, dal momento che negli anni della divisione rappresentava la metà occidentale della città. Fondata nel 1892 come BFC Hertha 92 da due coppie di fratelli sedicenni nella popolare zona di Gesundbrunnen, oggi inglobata nel grande quartiere di Mitte ma ai tempi della divisione accorpata all’occidentale distretto di Wedding, la squadra prese da subito i colori bianco-blù in omaggio al nome di una nave a vapore sulla quale uno dei fondatori aveva viaggiato con il padre. Una prima stranezza: origine e colori marinari per il club di una città distante duecento chilometri dalle coste del Baltico. A parte il doppio successo negli anni del Kaiser, in un campionato poco più che regionale, l’epopea dell’Hertha ha entusiasmato nel tempo solo i suoi tifosi, lasciando poche tracce negli annali delle competizioni nazionali. Rinacque dopo la guerra e, quando venne fondata la Bundesliga nel 1963, fu accolta di diritto in qualità di campione di Berlino. Ma la sua partecipazione venne sospesa fino al 1968 perché la costruzione del Muro aveva reso impossibili gli spostamenti sugli altri campi. Squadra occidentale sì, e tuttavia sempre segnata dalla cicatrice che ha diviso la Germania in due mondi contrapposti.

Dopo la caduta del Muro, l’Hertha – nel frattempo trasferitasi come sede sociale nel borghese quartiere di Charlottenburg – ha interpretato il nuovo entusiasmo di una capitale ritrovata, acquisendo nel corso degli anni tifosi che in passato avevano seguito le squadre della Berlino socialista e divenendo il punto di riferimento della passione di un’intera regione, il Brandeburgo, e anche delle limitrofe zone polacche. Dalla seconda metà degli anni Novanta, grandi investimenti e solide sponsorizzazioni hanno portato l’Hertha ai vertici della Bundesliga e nelle coppe europee, senza però mai riuscire a vincere un titolo. Ci andò vicina l’anno scorso, con una squadra operaia già ridimensionata nelle ambizioni e nel portafoglio, guidando la classifica per molte settimane e arrivando a giocarsi il Maisterschal, l’equivalente del nostro scudetto, fino all’ultima giornata. Ma in un anno è cambiato tutto. Un girone d’andata disastroso, il cambio dell’allenatore, un’agonia lenta e rassegnata fino ai colpi di coda finali, con alcuni sorprendenti successi esterni puntualmente seguiti da deludenti prestazioni in casa. Così è arrivata la retrocessione, la quinta nella storia della società. E l’Hertha si porterà in serie B i suoi sessantamila tifosi, un’intera città e quello stadio dal profilo neoclassico carico delle suggestioni di Leni Riefenstahl, che filmò le megalomanie olimpiche di Hitler, dell’epopea di Jesse Owens e anche del recente ricordo degli italiani che ci vinsero il campionato mondiale quattro anni fa.

La Bundesliga resta il campo di battaglia della ricca Germania occidentale, con l’intramontabile Bayern Monaco, il triangolo d’oro della Ruhr e tutta la tradizionale compagnia renana: non solo soldi ma soprattutto la capacità di programmare e gestire gli investimenti di progetti sportivi che, al di là della passione dei tifosi, restano sfide imprenditoriali. E poche cose come la geografia del calcio riescono a raccontare anche quella dell’economia, basta sovrapporle per capire dove un paese funziona e dove arranca. La Berlino povera ma sexy, secondo la definizione del suo borgomastro Klaus Wowereit, è una marchio vincente per il turismo, meno per l’impresa. La disoccupazione è al 15 per cento, sette punti sopra la media tedesca, il 16,6 per cento degli abitanti vive del sussidio statale, il famigerato Hartz IV, e non c’è classifica sulla qualità della vita nelle città tedesche che veda Berlino nei primi posti: gli affitti bassi, che tanto positivamente sorprendono gli stranieri, sono anche l’altra faccia della medaglia di un’economia sofferente. Il fascino che questa città sprigiona come un magnete non la salva dalla serie B, in economia come nel calcio.

Quasi improponibile il paragone con le altre capitali europee, con la Madrid del Real, con la Londra di Chelsea e Arsenal (solo per citare le più famose), con l’Amsterdam dell’Ajax. Anche Roma, con le sue due squadre Lazio e Roma, è calcisticamente più nota, nonostante lo strapotere di Milano e Torino. Piuttosto che gli scenari europei, i tifosi dell’Hertha si preparano a calcare i palcoscenici di provincia. Le future trasferte si chiamano Padeborn, Führt, Oberhausen e, naturalmente, Cottbus e Rostock (sempre che quest'ultima riesca a salvarsi da un'ulteriore retrocessione). Tornerà anche un derby della capitale, in tono ovviamente minore. Quello con l’Union Berlin, la squadra del quartiere di Köpenick, estrema periferia est, tornata proprio un anno fa nella seconda Bundesliga e assurta agli onori della cronaca perché i tifosi, stanchi di attendere i soldi promessi dal comune, si sono rifatti lo stadio da soli, costruendolo con le proprie mani, mattone dopo mattone. Una lezione di umiltà che dovrà imparare anche l’Hertha.