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LA LOCOMOTIVA E L’ULTIMO VAGONE

Da mesi Atene balla con la crisi, ma il baratro, quel precipizio infinito in fondo al quale c’è la fine, non era mai stato così vicino. E in fondo a quel burrone non c’è solo il falò delle vanità di un paese che ha vissuto per anni al di sopra delle proprie possibilità e delle ordinarie regole di corretta amministrazione. Là in fondo c’è l’euro, un intero sistema economico e monetario, il cuore stesso di quella costruzione europea faticosamente costruita in sessant’anni di pace e progresso. La speculazione ha gettato la maschera, anche per chi fino a ieri ha voluto irresponsabilmente tenere la testa nascosta nella sabbia. L’agenzia di rating Standard&Poor’s polverizza i titoli greci degradandoli al livello di spazzatura e da Atene Papandreou lancia l’ultimo grido: «Non siamo più in grado di finanziarci sui mercati». Ma l’onda incalza e avanza verso il Portogallo, la vittima prossima ventura: declassati anche i titoli portoghesi. E sotto a chi tocca: in fila i bocconi più grossi, la Spagna e poi l’Italia, la quarta e la terza economia di Eurolandia. È qui che la speculazione lancia la sua sfida oltre l’ostacolo, oltre l’euro, oltre l’Europa.

Ma l’Europa ha un problema. Si chiama Germania: la locomotiva, il paese cuore dell’integrazione, il pilastro centrale attorno al quale far ruotare il continente che c’è e quello che verrà. Mai come in queste drammatiche settimane, il ruolo di questo pivot è apparso tanto inadeguato rispetto alle responsabilità che avrebbe dovuto assumere. Una leadership politica in balìa di un test elettorale regionale, per quanto rilevante a fini interni: tutte le strade portano a Düsseldorf, come un labirinto intestinale sprofondato nella pancia di un paese piccolo, ridotto a guardare solo il proprio portafoglio e a specchiarsi nei titoli populistici del suo quotidiano popolare più diffuso che mena le danze: «Perché pagare per le pensioni dei greci»?

Certo, alla fine il via libera è arrivato con le dichiarazioni responsabili che ci si attende da chi guida il convoglio. La Merkel si è anche fatta scudo di una conversazione telefonica con Obama, Westerwelle ha insistito sulla ncessità che l’Europa si doti di un’agenzia di rating che non lasci oltreoceano lo scettro di stabilire vita, morte e miracoli della propria moneta e Schäuble, l’unico ministro dal quale abbiamo sentito parole degne di uno statista nei giorni precedenti, ha potuto mettere mano al complesso meccanismo che sbloccherà il credito ai greci: giova ricordarlo, il credito, non il regalo.

E certo, vista da Berlino l’agonia greca è quella di un paese che ha tradito l’Europa falsificando per anni i conti pubblici, spendendo e sperperando come se non ci fossero regole da rispettare, che ha galleggiato nel mare della corruzione e che oggi pretende che siano gli altri a tirare le castagne fuori dal fuoco. Una differenza culturale profonda, due mondi incompatibili che hanno vissuto ingiustamente sotto lo stesso tetto. Ma il discorso non è questo, non oggi. E la Merkel ha troppo a lungo fatto finta di non capirlo. L’84 per cento dei tedeschi è contrario a sborsare quegli 8 miliardi e mezzo di euro che toccano alla Germania nel pacchetto complessivo dei paesi europei. È l’estintore per spegnere l’incendio, prima che a bruciare non sia solo Atene ma tutta Bruxelles, e ogni giorno che passa, ogni indecisione politica eccita gli speculatori e rende necessario aggiungere altra acqua. Ma l’impressione è che se la cancelliera non si fosse attardata per le strade di Düsseldorf e avesse parlato fin dall’inizio con l’autorevolezza necessaria alla gravità del momento, i suoi cittadini avrebbero capito. Gli stessi sondaggi del prestigioso istituto Allensbach, indicano che la nostalgia per il vecchio marco è in calo, i tedeschi si preoccupano che gli aiuti alla Grecia non bastino e che poi bisognerà ancor mettere mano al portafoglio per Portogallo, Spagna e forse Irlanda e Italia, ma al fondo dei ragionamenti rimangono realisti. E avrebbero capito, se un suo leader glielo avesse spiegato con chiarezza, che la forza della Germania non è soltanto nei macchinari perfetti che produce ed esporta in tutto il mondo ma anche nel fatto che, sempre agli occhi del mondo, rappresenta e simboleggia l’euro e l’Unione Europea. Se questi non ci saranno più, anche la Germania sarà un’altra cosa.

Atene è alle corde. Se le pene economiche sono ormai nelle mani delle istituzioni internazionali, quelle sociali sono tutte per le strade sempre più violente della capitale e delle altre città. Le caste protette degli impiegati, dei medici, dei burocrati, degli insegnanti, degli studenti, dei sindacati, dei conducenti di autobus scendono quotidianamente in piazza nell’assurda illusione di salvaguardare il sistema parassitario nel quale hanno sin qui prosperato. La consapevolezza della crisi non porta a una spietata autocritica, piuttosto a scaricare ogni responsabilità sulla classe politica. «Sciopero generale», è il mantra risolutivo, ma sembra un’allegra e anarchica deriva in attesa che un iceberg ponga fine al tormento. Qualunque cosa accada, la Grecia non sarà mai più quella di prima, né con l’euro né con la dracma. Ma al socialista Papandreou tocca il compito disperato di mantenere la coesione sociale nel mezzo di un cammino che, per usare le sue stesse parole, è «un’Odissea», un viaggio periglioso al termine del quale non è neppure chiaro se vi sia un’Itaca accogliente.

A Berlino invece bisognerà fare i conti con un governo, ma anche con un’intera classe dirigente, che non è sembrata all’altezza della situazione e neppure della fama che il paese si era finora giustamente guadagnato. La mancanza di decisionismo e di leadership della Merkel, la polifonia distruttrice nella maggioranza, l’assenza di costruttività nell’opposizione socialdemocratica, la negazione dei valori europei di quella neo-comunista. Solo i verdi e il ministro dell’Economia, in questa baraonda, hanno saputo tenere un atteggiamento responsabile, andando subito al cuore del problema: salvare la casa comune e al tempo stesso elaborare criteri più stringenti che dovranno osservare tutti, a cominciare dai greci. Ma c’è voluta una notte drammatica, dopo il martedì nero delle speculazioni e delle borse. In quel momento la paura ha fatto breccia anche nella cancelleria, la Merkel ha valutato con preoccupazione le crescenti critiche internazionali e quelle dei più autorevoli media nazionali e anche i leader del partito socialdemocratico hanno smesso di guardare distaccati il proprio ombelico. Un bene per tutti. Ma è una lezione che sarà meglio non dimenticare.