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FALSA PARTENZA

È stato un po’ come alzarsi sulle gambe e partire prima che lo starter lanciasse il via. È durata appena un paio di giorni la soddisfazione per la nomina di Aygül Özkan, trentottenne di origini turche, al ministero per gli Affari sociali della Bassa Sassonia. Un coro di consensi: nella comunità turca, in quella più larga musulmana, nella Cdu, persino nei verdi. Il tempo di entrare in scena e uscirsene con la prima dichiarazione pubblica: contro il crocifisso nelle scuole e contro il velo per le donne musulmane.

Un richiamo netto alla laicità dello Stato e alle regole neutre che esso dovrebbe avere nei confronti di tutte le religioni. Una dichiarazione più francese che tedesca, che ha fatto andare su tutte le furie, in sequenza non necessariamente cronologica, la comunità turca, quella più larga musulmana e soprattutto la Cdu, il suo partito. Così scandalosa è apparsa la dichiarazione della futura ministra, che le critiche – questa volta da parte delle chiese cristiane – non sono cessate neppure nel giorno in cui ha prestato giuramento, pronunziando la formula canonica «che Dio mi aiuti». Più che scandalosa, la dichiarazione su crocifisso e velo è apparsa imprudente. Che senso ha, si chiedono ora i suoi critici, mettere in piazza una questione così delicata per la sensibilità di tanti cristiani (la maggioranza dei quali milita proprio nelle file della Cdu) che non è neppure all’ordine del giorno del dibattito politico? E perché una musulmana che ha aderito alla Cdu proprio in nome di quei principi cristiani che ritiene simili a quelli musulmani in cui crede, come prima dichiarazione si scaglia contro uno dei simboli che quei principi rappresenta?

Interrogativi che hanno trovato pronta eco nel presidente del Land della Bassa Sassonia, Christian Wulff e nella cancelliera Angela Merkel, i due sponsor principali della scommessa Özkan. La scommessa della prima ministra di origini turche in un governo regionale tedesco: un segnale di integrazione per la Germania, di attenzione verso le comunità immigrate, di apertura del partito a tematiche nuove, di simpatia verso i verdi con i quali si infittiscono le trame politiche in vista di una futura alleanza a livello nazionale. «Ci sono due soli partiti che in Germania si impegnano per gli immigrati, i verdi e la Cdu», aveva detto trionfante Cem Özdemir, il segretario dei verdi, anche lui di origini turche.

Aygül Özkan è nata il 31 agosto 1971 ad Amburgo da genitori turchi emigrati in Germania, come tanti connazionali (e tanti italiani) alla metà degli anni Sessanta, alla ricerca di un lavoro e di una vita più dignitosa. Il padre si ritaglia un posto al sole come sarto. Lei invece si costruisce un curriculum tutto tedesco fin dall’asilo, frequentato dall’età di tre anni, dove ha imparato velocemente la lingua del paese d’adozione. Poi studi ginnasiali e universitari nella città anseatica con specializzazione in diritto economico ed europeo. Quindi il matrimonio, appena ventitreenne, con un giovane medico di origine turca. Dal 1998 è avvocato, vive nella frazione di Lokstedt, antica stazione doganale danese ormai aggregata al distretto amministrativo della Grande Amburgo, con il marito e un figlio di sette anni.

La donna che dovrebbe assurgere a modello dell’integrazione tedesca è essa stessa un simbolo di convivenza e inserimento. L’incontro con la politica avvenne per un’apparentemente sorprendente assonanza di valori religiosi: da musulmana le parve che proprio quel partito che si richiama ai valori universali del cristianesimo potesse soddisfare le sue aspirazioni ad occuparsi della cosa pubblica. A scoprirla fu l’attuale sindaco di Amburgo, Ole von Beust, un altro irregolare della Cdu alla guida del governo cittadino (che nel sistema federale tedesco è considerato un Land, al pari di Brema e Berlino) con una insolita coalizione nero-verde. Nel 2008 arrivò alla vice-segreteria regionale del partito, imponendosi come donna forte della Cdu sulla scena politica amburghese: “missile politico” fu il soprannome che le venne affibbiato. E nel frattempo, giacché la carica è volontaria, si guadagnava da vivere dirigendo la filiale anseatica dell’impresa di spedizioni Tnt.

Quindi la decisione di Christian Wulff di cooptare la Özkan nel governo della confinante Bassa Sassonia con gli obiettivi di intensificare la politica di integrazione in una regione sempre più ricca di immigrati e dimostrare con un esempio concreto che esistono spazi di crescita e di carriera per coloro che vogliono inserirsi nel tessuto sociale tedesco. «Mi è ben chiaro – aveva detto, come sempre senza esitazioni, Özkan – che mi aspetta anche un compito d’esempio rispetto ai cittadini turchi e ai musulmani in generale. Non mi tirerò indietro, questo è stato d’altronde parte del mio impegno sociale anche oltre la politica». Infatti fa parte del consiglio direttivo dell’associazione dei lavoratori autonomi immigrati, è membro del consiglio per l’integrazione della città di Amburgo e dell’associazione turco-tedesca dei giuristi.

L’esordio della nuova ministra può essere considerato una falsa partenza, dovuta anche all’inesperienza di ricoprire un ruolo così delicato. Resta però un interrogativo di fondo: il tema da lei sollevato (no ai crocifissi e no al velo) non sarà all’ordine del giorno ma è uno di quelli inseribili nella categoria “prove di integrazione”, con una prospettiva anche sorprendente per una politica che si dichiara religiosa. Certo, a un ministro si chiede soprattutto di risolvere problemi concreti più che di sollevare dibattiti esistenziali. E tuttavia resta il sospetto che Aygül Özkan, con una gaffe, abbia sollevato un nervo scoperto della società tedesca. E che non basterà un gesto simbolico per affrontare con pragmatismo il tema dell’integrazione.