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AUSTRIA, HA VINTO CHI È RIMASTO A CASA

A volte ci si sofferma troppo sulle squadre indicate in schedina e si perde di vista il resto. Per riconoscere il vincitore delle elezioni del presidente austriaco (che pur essendo direttamente eletto dal popolo ha funzioni di pura rappresentanza) bisogna guardare altrove. Verso quel 50,83 per cento di elettori che non si è recato alle urne. È questa la vera maggioranza del paese. Sono loro, gli astenuti, la prima forza politica in Austria. Sarà per questo che Heinz Fischer, presidente uscente rieletto con il 78,9 per cento delle preferenze, non ha poi troppo festeggiato ieri sera, quando i risultati hanno confermato il plebiscito annunciato da settimane di sondaggi.

Una ordinaria dichiarazione di soddisfazione, qualche boccale alzato con i propri supporter, niente più. Fischer, 71 anni, è un politico molto amato dai suoi cittadini, una lunga carriera socialdemocratica alle spalle alla quale ha sommato sei anni di presidenza mai sopra le righe, signorile e di buon senso, che gli ha consentito di ripresentarsi indossando la casacca di indipendente. Gli avversari possibili se la sono data a gambe levate, il secondo partito austriaco – la popolare Övp, che con i socialdemocratici condivide la Grosse Koalition in salsa austriaca – non ha presentato un proprio candidato. E così, a contendere la scena elettorale, sono rimasti pretendenti improbabili: il cristiano conservatore Rudolf Gehring, fermatosi al 5,4 per cento, e la pasionaria della destra radicale Barbara Rosenkranz.

Su quest’ultima si era appuntata l’attenzione dei mass media. Esponente della Fpö, il partito fondato e poi abbandonato da Jörg Haider, aveva l’opportunità di coagulare un ampio consenso di protesta in un’elezione dallo scarso valore politico ma dal forte significato simbolico: la condizione ideale per un exploit di stampo populista. Il 15,6 per cento raccolto è invece un bottino assai deludente: inferiore addirittura al 18 per cento raccolto alle elezioni politiche di un anno e mezzo fa, al quale si sarebbe dovuto aggiungere almeno qualcosa di quel 12 per cento che raccolse il Bzö ancora guidato da Haider. Invece niente. Alla candidata accusata di simpatie filo-naziste, che ha tentennato di fronte alla condanna dei campi di sterminio, che ha affibiato alla sua numerosa prole (e al cane) nomi legati alla mitologia germanica, che ha battuto in lungo e largo il paese con parole d’ordine contro immigrati e moschee puntando sul tema della sicurezza, non è rimasto altro che registrare una sconfitta che marginalizza la propria area politica e le sue stesse ambizioni di leader. Quando partì la sua avventura presidenziale, il capo del partito Heinz-Christian Strache aveva puntato l’asticella al 35 per cento: lei ha saltato a meno della metà. Chi in Italia ha gridato al successo della Rosenkranz, o non sa far di conto, o ha vergato commenti prima di conoscere i risultati.

Il macigno che opprime la politica è invece rappresentato da quella metà di elettori che è rimasta a casa. È vero che l’elezione del presidente suscita pochi entusiasmi, dato il ruolo decorativo che egli ricopre. Come è vero che l’autoesclusione di un partito consistente come la Övp non ha certo incoraggiato i suoi elettori a recarsi alle urne. Ma in fondo anche questa scelta è figlia di una politica che fatica a ritrovare il proprio ruolo. Se i popolari non avevano un candidato da proporre, avrebbero fatto meglio ad appoggiare Fischer, visto che con i socialdemocratici condividono il governo. Non è detto che gli elettori moderati che non sono andati a votare saranno disposti a mobilitarsi la prossima volta. La vittoria bulgara ma mutilata di Fischer non risolve ma approfondisce il distacco degli austriaci dalla politica. Questa pare sempre più bloccata in un quadro politico che non trova alternative praticabili e che appassisce lentamente all’ombra di una Grosse Koalition che non suscita entusiasmi, solo sonori sbadigli.