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PEDINE GRIGIE SULLA NUOVA SCACCHIERA

Una nostra replica all’articolo di Amir Madani pubblicato su Limes. Per Amir Madani “È più che evidente che dietro il cambio di vertice in Kirghizistan ci sia la lunga mano del Cremlino. Lo dimostrano il fido di 150 milioni di dollari elargito subito da Putin a favore dei nuovi governanti kirghisi i quali parlano già delle basi militari Usa “non giustificate” e “la Bielorussia, stretta alleata di Mosca, offre asilo al presidente destituito che ovviamente rifiuta.  Secondo le fonti russe - come secondo un copione - la famiglia Bakiyev già durante il cambio di vertice si era trasferita negli Usa”.

Allora - lasciando perdere questioni secondarie come il
fatto che Bakiyev è finito davvero a Minsk dove Lukashenko (che proprio perché è un furbacchione non ha mai abbracciato stretto né Eltsin né Putin) si è subito preoccupato di dire che l’ex presidente kirghiso e la sua famiglia sono sotto la sua protezione assoluta – è invece evidente che qui Mosca c’entra poco o nulla. Come cinque anni fa nella rivoluzione dei tulipani c’entravano poco o nulla gli Usa.

Le rivoluzioni kirghise (2005 e 2010) non possono essere assimilate a quelle in Georgia nel 2002 e in Ucraina nel 2004, dove si è assistito in maniera evidente al braccio di ferro tra Mosca e Washington (con la vittoria Usa) nel sostenere i candidati di favore. A Bishkek le cose sono andate diversamente, sia allora che oggi, proprio perché è stata la situazione interna (con influenza quasi nulla dall’esterno) a determinare i cambi di regime.

Sono stati gli errori di Akaev prima e Bakiyev dopo a creare le condizioni perché l’opposizione di turno sull’onda della protesta popolare rovesciasse i detentori del potere. In Kirghizistan non sono stati nel 2005 i dollari di Washington e oggi i rubli di Mosca a preparare il terreno per il regime change. Sono stati il nepotismo dei presidenti, la gestione del potere su base familiare, i conflitti tra i clan del sud e del nord, gli screzi interetnici e il fatto che il paese è economicamente allo stremo e la povertà dilaga e soprattutto non c’è segno di speranza, a produrre la rivoluzione. I continui scontri di questi giorni si inseriscono in questo quadro: saccheggi e violenze che nulla hanno a che spartire con la politica.

Madani scrive che il presidente russo Medvedev “arriva a consigliare a Bakiyev di consegnare l’ex feudo a gente di sua fiducia”. E chi sarebbe questa gente? Rosa Otunbaeva? Edil Basailov? Almasbek Atambayev? Umurbek Tekebayev? Azimbek Beknazarov? Quelli insomma che secondo la manichea ricostruzione avevano cacciato il filorusso Akaev nel 2005? Se erano convinti antirussi cinque anni fa come fanno ora a essere gli alfieri fidati del Cremlino? La realtà è che sbaglia chi ricostruisce le vicende kirghise inscatolandole nel Grande Gioco tra le potenze.

Ha ragione Madani quando scrive che le rivoluzioni colorate (Georgia e Ucraina, aggiungiamo noi) “erano sostenute da un occidente che sfruttando il crollo del sistema ex sovietico e la conseguente crisi, non si era presentato con i valori di una reale democrazia e libertà ma con il desiderio di una maggiore penetrazione, con un occhio alle risorse per allargare i mercati ed abbattere le barriere nazionali e doganali, ottenere le basi per combattere il dilagante talebanismo”.

Il punto è proprio questo: come fa l’occidente ad essere credibile se dice di presentarsi con determinati valori,  ma poi in realtà quello che conta è il mercato e l’energia? La Russia di oggi, quella di Gazprom e Putin, è ritornata sulla scacchiera internazionale rispondendo in sostanza con gli stessi metodi: gli Usa sono andati a occupare spazi dal Caucaso all’Asia centrale per motivi geopolitici e geoeconomici, Mosca (e Pechino) fanno lo stesso. Con la differenza che non spacciano democracy promotion.

I “territori perduti” - come li definisce Madani – sono stati sì persi dalla Russia, ma non vinti da èlite nazionali indipendenti e consapevoli del proprio ruolo, ma passati - vinti - (la Georgia di Saakashvili e l’Ucraina di Yushchenko) da gruppi di potere filoamericani. In Kirghizistan questo Great Game non è legato direttamente alle rivolte, quanto postrivoluzionario: il Cremlino e la Casa Bianca giocano ora sulle ceneri di un paese sull’orlo della guerra civile. A perdere, probabilmente, saranno i kirghisi stessi, in ogni caso.

Ultima - colorita - notazione: poco contribuisce a un’analisi scevra da stereotipi quando si parla della Russia evocando le solite immagini come Ivan il Terribile, lo zar dagli occhi di ghiaccio e si scrive nemmeno tanto velatamente che Putin è responsabile dell’omicidio Politkovskaya: è come dire che se in Italia un killer dei casalesi ammazzasse Roberto Saviano il mandante sarebbe Berlusconi. La storia è un po’ più complessa. Altrimenti sarebbe davvero tragedia.

Quando Madani scrive che “Putin ha istituzionalizzato
il neozarismo, e mostra l’ansia di metterlo in atto con l’espansionismo verso il Caucaso e Asia Centrale per avere il controllo delle materie prime soprattutto quelle energetiche” non fa altro che sottolineare una banalità: il Grande Gioco esiste, ma nessuno gioca da solo e sulla grande scacchiera non esistono i bianchi e i neri, i buoni e i cattivi, le pedine sono tutte stranamente un po’ grigie.

(Pubblicato su Limes)